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La politica: ieri e oggi. Toto Cacciato incontra l’on. Agostino Spataro

Le piazze d’Italia erano piene di gente e le bandiere rosse sventolavano al vento, nell’aria le note e il canto “Compagni, avanti!. Il gran partito noi siamo dei lavorator…”. Era la festosa attesa di un comizio politico.

Era così nello spaccato degli anni Sessanta, la comunicazione politica si affidava ai comizi in piazza e alle parole  dei più rappresentativi parlamentari del partito, come Gian Carlo Pajetta, Pietro Ingrao, Mario Alicata e altri. Fra gli applausi al comiziante c’era chi concretamente  gridava “Pane e Lavoro”.

Onorevole Agostino Spataro  nel  1968 lei aveva vent’anni,  tanti anni sono passati da quel tempo, ma oggi siamo ancora a “Pane e Lavoro”.

Beh! Già nel ’68 si era registrata un’evoluzione anche del “pacchetto” rivendicativo dei movimenti dei lavoratori. Chiedevano non solo “pane e lavoro”, ma anche servizi, riforme e diritti sociali fino ad allora negati: statuto dei lavoratori, scuola, sanità, trasporti, pensioni, ecc. Fu quella una stagione di effettivo cambiamento, di progresso delle condizioni di vita e di lavoro. Grazie alla ritrovata unità sindacale, fu possibile ampliare il fronte di lotta e conquistare diritti e condizioni di vita e di lavoro che nella storia mai avevano goduto i lavoratori dipendenti”.                                                                                                                                                                                                                   

I comizi erano la primaria forma di comunicazione, la televisione passava una striminzita Tribuna politica. Che ricordo ha di quelle folle, ha avuto occasione di ascoltare i grandi comizi, come  erano stati quelli di Togliatti, in tre ordini di palchi con tutti i rappresentanti del partito.

Data l’età, non ebbi occasione di partecipare al comizio di Togliatti, ad Agrigento  nel 1953, in cui parlò a una piazza Stazione strapiena. Partecipai (16 enne), a Roma, ai suoi funerali (immortalati da Renato Guttuso) in compagnia di tre compagni dirigenti sindacali agrigentini di cui due vennero per assicurarsi “ch’era

morto per davvero” e un terzo che piangeva di tutto cuore per la grave perdita. Questo per dire che anche nei tempi “eroici” c’erano singolari contraddizioni”. 

Lei è giornalista ed ha una lunga bibliografia che apre nel 1985 con un testo impegnativo dal titolo “Missili e mafia”, scritto con Paolo Gentiloni e  Alberto Spampinato; poi una lunga sequenza di titoli  e argomenti  tra i più scottanti della politica nazionale e internazionale, argomenti ancora attivi e vivi. Ne ricordo tre: il Mediterraneo. “Popoli e risorse verso uno spazio economico comune”.1993. “Fondamentalismo islamico. L’Islam politico”.1995. “Sicilia, cronache del declino”.2006; altri temi riguardano l’immigrazione,  l’America Latina. Tra i saggi più recenti  lei scrive di “Una bella amicizia polemicamente vissuta – Sciascia e Guttuso”. In apertura un capoverso titola: “Sciascia dovrebbe ‘lasciare’ Racalmuto per una vacanza”. Ce ne vuole parlare?

Da estimatore dell’opera di Leonardo Sciascia ho cercato, con questa provocazione, di far capire che il suo lascito culturale, la gestione Fondazione di Racalmuto non possono divenire oggetto di una contesa non proprio esaltante e per finalità improprie, a carattere locale. Poiché questo era il clima che nei mesi scorsi si era creato intorno alle problematiche, al futuro stesso della fondazione. Sciascia non poteva essere strattonato a destra e a manca. Da qui l’invito a prendersi una “vacanza” magari nella sua amata Parigi. Per una fortuita coincidenza, lo scrittore a Parigi c’è “tornato” di recente, in occasione del 30° anniversario della sua morte, accompagnato dai dirigenti dell’associazione degli “Amici di Sciascia”.

Lei è stato parlamentare per tre legislature, (’76-‘79’-83), ed è stato anche componente di diverse commissioni parlamentare, ha, quindi, vissuto i rapporti e le evoluzioni politiche di quegli anni. La domanda è spontanea: quali differenze tra la classe politica di quegli anni e quella di oggi, quali differenze di costume e di comportamento sociale.

Non mi piace fare confronti con realtà, anche umane, fra loro diverse. Ciascuno vive il tempo che gli è dato. I nostri riferimenti erano la Costituzione repubblicana (una fra le più evolute al mondo) e l’idea della politica intesa come servizio per il bene comune, con particolare attenzione ai bisogni, ai diritti dei lavoratori, dei ceti più deboli della società.

Tante cose sono cambiate in Italia e nel mondo. Non doveva cambiare- a  mio avviso-  il sistema elettorale proporzionale, con il voto di preferenza che consentiva all’elettore di scegliere il candidato”.

Gli uomini della politica. Quelli degli anni Settanta e Ottanta, sono nella memoria di tanti. Lei ne ha conosciuti parecchi, come erano i politici di allora, mi riferisco al comportamento sociale e impegno intellettuale.

Io ebbi la ventura di far parte di alcune importanti commissioni parlamentari (Bilancio e Partecipazioni statali, Esteri,  Difesa, ecc) e della presidenza dell’Associazione nazionale di amicizia italo araba e attraverso queste di occuparmi di problemi, di dossier davvero importanti e, pertanto, d’incontrare personalità politiche e di governo (anche straniere) di un certo rilievo.

Com’erano? Il giudizio lo esprimemmo al momento e caso per caso. Personalmente, diffido dal pre-giudizio. Mi piace controllare, verificare e giudicare con la mia testa. Consapevole che si può anche sbagliare. In generale si può affermare che – pur con limiti ed abusi- il livello politico e morale della classe dirigente (liquidata dai processi milanesi) era ben più alto dell’attuale. Di là dei nomi, si dovrà ammettere che quella classe politica (dentro cui ci metto anche il Pci all’opposizione) portò l’Italia, uscita sconfitta e distrutta dalla guerra, ad essere la quinta potenza economica mondiale, mentre quella della “seconda” o “terza” Repubblica (che non si capisce bene chi la manda, da dove proviene) sta facendo di tutto per indebolire l’autorità, l’efficienza dello Stato democratico e antifascista, l’economia, la politica estera del Paese, ecc”.

Negli anni del suo mandato parlamentare  stava al centro della politica italiana  l’autorevole figura di Giulio Andreotti. Lei lo ha conosciuto da vicino, qual è il suo ricordo, come è stata la sua azione politica nel corso degli anni, quale eco trova oggi  nella nostra storia.

Comunque sia, fra i personaggi incontrati quello che non sono riuscito a decifrare (chi può dire di averlo conosciuto fino in fondo?) fu Giulio Andreotti con il quale convissi per quattro anni nella Commissione esteri di Montecitorio di cui egli era presidente. Nel Pci c’erano due visioni di Andreotti: una, la più diffusa alla base del partito, ricavata dai suoi collegamenti, veri o presunti, con personaggi in odore di mafia e un’altra, accreditata ai vertici del partito, secondo la quale l’Andreotti del dopo-Moro era un abile statista che, soprattutto in politica estera, riusciva a rappresentare bene gli interessi nazionali dell’Italia e la causa della pace in Europa e nel mondo. Era l’unico politico italiano che riusciva a parlare (senza irritarli) con i principali attori internazionali, anche fra loro in conflitto. E si faceva ascoltare. Dall’osservatorio della commissione esteri (dove mi occupavo di mondo arabo e pesi mediterranei), ho più volte constatato questa sua, positiva “versatilità”.

Qui mi fermo. Dico solo che, in quel periodo e sulla base degli atti, Andreotti diede un contributo rilevante alla politica estera italiana e all’iniziativa di pace in Europa (euromissili) e nel mondo arabo/mediterraneo.

Per queste ragioni andai ai suoi funerali, seppure confuso tra la folla assiepata davanti la chiesa di San Giovanni de’ Fiorentini”.

Non possiamo tralasciare di commentare un grosso problema, un evento che sta ogni giorno sulle pagine dei giornali quotidiani: l’immigrazione. Esodi che pongono problemi sociali gravi. Si avverte anche, in molti, un senso di compassione per quanto avviene, di ansia, un stillicidio di tragiche notizie. Vi sono soluzioni?  Non possiamo rimanere a contare gli annegati e i salvati.

Esatto. Ormai, in Italia, in Europa siamo come quelli cui qualcuno ha passato il cerino acceso e lo guardano bruciare, impotenti, sapendo che se non sarà spento brucerà loro le dita. Personalmente, seguo il fenomeno dell’immigrazione fin dai suoi inizi ossia dai primi anni ’80, sia a livello parlamentare sia con articoli e libri che ne hanno illustrato le caratteristiche e proposto le soluzioni possibili basate su trattati bilaterali e multilaterali fra Stati e fra l’Unione Europea e le regioni di provenienza per regolamentare, governare i flussi secondo le esigenze reciproche.

Ovviamente, agivo per conto del Pci (allora diretto da E. Berlinguer) che riguardo all’immigrazione aveva due concetti essenziali: quelli dell’accoglienza nella solidarietà e nella legalità. La nostra proposta di legge (del 1981) era contraria all’immigrazione clandestina e assai disponibile a riconoscere i diritti dell’immigrato regolare. Il nostro motto era “Riconoscere agli immigrati in Italia gli stessi diritti (e doveri) che rivendichiamo per gli emigrati italiani all’estero”.

Parliamoci chiaro, come scrivo nel mio, recente “Immigrazione, la moderna schiavitù”, in Italia e altrove non si vogliono lavoratori immigrati regolari, ma clandestini da sfruttare al massimo”.

Il suo  recente articolo, pubblicato su montefamoso.blogspot.com, apre con un magnifico incipit: “I popoli latino-americani sembrano aver preso coscienza dei loro diritti e delle loro ricchezze naturali, minerarie e agricole strategiche che vogliono mettere al servizio del loro sviluppo”. Praticamente c’è tutto. Vuole commentare?

Dall’inizio del nuovo secolo, lo scenario latino-americano (dal Messico all’Argentina) è attraversato da forti movimenti politici, etnici e culturali che hanno provocato la crisi  delle oligarchie neo-colonialiste e il controllo democratico, la sovranità dei popoli (specie indigeni) sulle risorse strategiche nazionali.                                                                                                                                                Un’aspirazione più che legittima alla quale le multinazionali interessate, in combutta con le oligarchie “bianche” locali, non potendo più fare affidamento sulle dittature militare e nemmeno sul confronto elettorale, pensano di rispondere con “colpi di stato” paludati, con presidenti “autoproclamati” in nome della difesa dei “diritti umani e politici” che stanno violando e calpestando.                                                      Certo, il pericolo di un ritorno a soluzioni autoritarie esiste, anzi è in atto, ma stavolta non sarà facile. Poiché  nel frattempo, sembra essersi svegliato “il gigante dormiente“ latinoamericano ossia il variegato mondo dei  popoli indigeni che vi abitano da almeno 30 millenni, mentre i colonialisti  spagnoli, portoghesi, ecc, ci sono da mezzo millennio. E questa – mi sembra- la vera novità che potrà segnare il futuro di questa importante regione  del Pianeta”..

 

 

 

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