Home / 2019 / Novembre (Pagina 11)

A Canicattì i poliziotti del locale Commissariato diretto dal vice Questore, Cesare Castelli, hanno arrestato Simone Gennaro, 19 anni, già sottoposto a misure preventiva, per furto aggravato, allorchè sorpreso in possesso di un computer portatile e altri accessori appena rubati dall’interno dall’automobile di una ragazza di 19 anni posteggiata nel centro cittadino. E’ ricercato un complice di Gennaro fuggito prima del controllo.

E’ stato revocato il servizio di protezione nella città di Roma a Valeria Grasso, palermitana, testimone di giustizia contro il clan Madonia. La stessa Grasso ha dichiarato: “Nell’epoca in cui il Ministro dell’Interno è una donna, e in occasione della Giornata contro la Violenza sulle donne, vengo lasciata sola, anche nel mio impegno contro la criminalità e la mafia che mi vede tutt’oggi in prima linea nella sensibilizzazione pubblica a sostegno della legalità e della giustizia perchè, l’ho dichiarato più volte, mi sento una donna dello Stato piuttosto che vittima della mafia. E proprio quello Stato che ha ispirato il mio senso civico, con una condotta torbida, immotivata ed incomprensibile, sta lasciando a rischio me e i miei figli, di cui una è ancora minorenne. Mi appello al Capo dello Stato e a tutte le autorità. Il comandante del nucleo Scorte, colonnello Luca Nuzzo, il 20 novembre scorso mi ha informata verbalmente della sospensione della misura di protezione personale a Roma, salvo confermarmi il dispositivo su Palermo considerata ‘a rischio’, dopo che, solo il 12 marzo scorso, mi era stata confermata dal Prefetto di Roma Paola Basilone”.

In occasione della Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne, la Questura di Agrigento aderisce alla campagna di protezione “Questo non è amore”, e ha organizzato, in collaborazione con il Tribunale e la Procura della Repubblica di Agrigento, un evento di informazione e sensibilizzazione al piano terra del palazzo di giustizia di Agrigento. Allestito un punto informativo e distribuiti gli opuscoli “Questo non è amore”, redatti dal Dipartimento della Pubblica Sicurezza. Partecipa personale della Questura di Agrigento, specializzato nel settore, nonché componenti della locale Rete Antiviolenza “Telefono Aiuto” e rappresentanti dell’Autorità Giudiziaria.

Sabato 23 novembre il Circolo culturale Empedocleo ha ospitato l’appuntamento conclusivo di “Prendiamoci Cura”, un ciclo di incontri itineranti che hanno acceso il riflettore sul tema delle cure palliative nei distretti sanitari di Agrigento.

Fortemente voluto dal Direttore dell’Unità Operativa Hospice e dell’Unità Operativa di Cure Palliative, dottor Geraldo Alongi e dalla sua équipe, in sinergia con la Direzione aziendale dell’ASP 1 di Agrigento, questo palinsesto di eventi formativi nasce con l’obiettivo di favorire il dialogo tra i professionisti della sanità per integrare e condividere conoscenze e protocolli, oltre che per potenziare l’organizzazione territoriale e i percorsi assistenziali della rete di cure palliative.

“Prendiamoci Cura” si inserisce nel percorso di educazione e sensibilizzazione sulle cure palliative avviato dall’Hospice di Agrigento sin dai primi momenti della sua costituzione e ribadisce la necessità per il Sistema del Welfare di fornire risposte nuove e adeguate ai bisogni di una popolazione crescente di malati affetti da patologie cronico-degenerative in fase avanzata o terminale, in condizioni cliniche di estrema fragilità e di grave sofferenza.

L’incontro di sabato ha evidenziato come ancora oggi questi malati, se non inseriti in un opportuno percorso di cure palliative vengano troppo spesso sottoposti a cure erogate in modo frammentario e non coordinato, con ripetute ospedalizzazioni, che si traducono talvolta in trattamenti inappropriati e costosi che minano la soddisfazione dei malati stessi e dei loro familiari rispetto all’assistenza sanitaria ricevuta. Parimenti, si è evidenziato il crescente bisogno formativo tra i professionisti che compongono le équipe.

«La costruzione di una solida rete di cure palliative – dichiara Alongi – puntuale nel rispondere a richieste di cura complesse, non può prescindere da un’adeguata organizzazione delle interdipendenze tra i nodi della stessa».

Lungo la giornata di lavori si sono avvicendati gli interventi di esperti e professionisti delle cure palliative coordinati dalla dottoressa Carmelinda Scalia, psicologa e psicoterapeuta dell’U.O. Hospice di Agrigento.

Molto interessante la tavola rotonda che ha approfondito il tema della presa in carico del malato in cure palliative,  moderata dalle dottoresse dell’U.O. Hospice Carmelinda Librici e Adriana Malfitano, a cui hanno partecipato medici di medicina generale e palliativisti, assistenti sociali e rappresentanti delle Onlus che erogano cure palliative domiciliari quali, tra gli altri, Vincenzo Carità, , Emanuele Bullara, Salvatore Farruggia, Pasquale Lattuca, Rosangela Parisi, Tania Piccione, Giuseppe Provenzano, Tania Rinaldi, Caterina Testaì, Antonino Sandullo e il Direttore di Distretto Giuseppe Amico.

Particolarmente atteso l’intervento dell’Onorevole Giorgio Trizzino, Deputato della Repubblica Italiana e medico da sempre attento al tema delle cure palliative, che in apertura ha voluto ringraziare il dott. Alongi e la sua équipe per quanto fatto in questi anni, nel primo Hospice nato in Sicilia, in termini di assistenza ai malati e di comunicazione alla cittadinanza.

L’On.le Trizzino ha poi trattato diverse tematiche estremamente attuali: il ruolo cruciale dell’assistenza domiciliare integrata, lo stato dell’arte delle cure palliative lungo lo Stivale, le normative e le politiche sanitarie, lo sviluppo ancora disomogeneo delle reti locali di cure palliative e l’adozione di modelli organizzativi e percorsi assistenziali di presa in carico del paziente difformi tra le diverse Regioni, i costi e gli investimenti del SSN e il problema delle disuguaglianze in ambito sanitario, oggi particolarmente sentito in Italia.

La qualità delle cure offerte nel fine vita rappresenta un argomento cruciale per la politica sanitaria nazionale, in considerazione del continuo incremento di malati che necessitano di cure appropriate a patologie croniche, neoplastiche e non, lungo il territorio nazionale.

I dati statistici restituiscono un Paese a due velocità, con un netto divario tra Nord e Sud e ricadute anche gravi sulla salute degli italiani con riferimento sia agli indici di buona salute sia a quelli di cronicità e sopravvivenza.

L’Italia risulta spaccata geograficamente in due quando si parla di aspettative di vita. Al sud si muore prima, la prognosi su malattie croniche è più sfavorevole che al nord. Nel meridione il tasso di mortalità precoce è più elevato, anche in età pediatrica ed è gravato dalla scarsa disponibilità di servizi sanitari e di efficaci politiche di prevenzione. Tutto questo si traduce in un incremento di quella che potremmo definire “immigrazione sanitaria” e il motivo di tale divario nell’aspettativa di vita tra nord e sud, ha evidenziato Trizzino, va ricercato nella mancanza di benessere: senza benessere non può esistere buona salute.

L’Onorevole ha inoltre ricordato che anche se molti traguardi in questi anni sono stati raggiunti in termini di appropriatezza delle cure, rimangono alcune criticità: va presa coscienza in maniera vigorosa del valore delle cure di fine vita sia in termini di risparmio per il SSN sia in termini di appropriatezza delle cure per il malato con bisogni complessi e aspettativa di vita limitata.

Non può esserci crescita senza salute e non può esserci salute senza la consapevolezza che la salute è fatta di tanti piccoli passaggi che si compiono dalla nascita fino alla morte. Ogni passaggio va gestito e valutato tempestivamente con accuratezza. La disponibilità di nuovi farmaci e di tecniche terapeutiche innovative consente di inserire i malati in percorsi di cure palliative precoci e personalizzate. Proprio la precoce identificazione dei destinatari delle cure è importante poiché permette di valutarne meglio i bisogni e pianificare in modo proattivo l’avvio di percorsi assistenziali graduali, flessibili e sinergici.

Sulla base delle evidenze considerate, i servizi di cure palliative sono in grado di ridurre i costi per l’assistenza sanitaria delle persone che si avviano alla fine della vita, attraverso una riduzione del numero e della durata dei ricoveri ripetuti e del ricorso alla Terapia Intensiva, delle procedure diagnostiche e degli interventi inappropriati. Questi importanti risultati coincidono con un profondo cambiamento che si sta sviluppando nell’organizzazione ed erogazione delle cure al malato fragile.

Trizzino ha poi espresso l’esigenza di un cambio netto di mentalità, una profonda modifica al sistema di gestione dei malati inguaribili. Una rimodulazione dell’assistenza ospedaliera e un focus su quella domiciliare all’interno di un modello efficiente di reti locali in cui lavorano sia medici di famiglia sia servizi specialistici, fondati sulla medicina palliativa.

«Ci sono due percorsi praticabili quando si parla di cure di fine vita: uno virtuoso fondato sulla medicina palliativa, fatto di continuità assistenziale, appropriatezza e conseguente riduzione dei costi per il sistema salute; uno tortuoso, privo di medicina palliativa, in cui gli operatori sanitari si barcamenano tra diagnostica e percorsi assistenziali inappropriati, financo ad accanimenti terapeutici poco centrati con quello che dovrebbe essere un percorso di tutela del benessere del malato inguaribile».

Queste le parole dell’On.le Trizzino che ha poi concluso il suo intervento focalizzando l’attenzione sull’importanza di sviluppare una mappatura chiara del sistema sanitario italiano: «oggi in Italia non si conosce il numero esatto degli specialisti e degli infermieri in attività, né dovrebbero essere, non conosciamo le effettive esigenze, non abbiamo dati numerici precisi».

Il quadro che emerge, in base alle informazioni ricavate dai sistemi informativi sanitari, richiede un’attenta valutazione e si configura come un utile stimolo per la discussione di quanto fatto fino ad ora e su quanto rimane ancora da fare per creare un contesto coerente con le esigenze dei malati e dei loro familiari che garantisca al contempo l’appropriatezza delle cure e la sostenibilità dei servizi.

Tra pochi mesi si celebrerà il decennale dalla promulgazione della Legge n. 38 del 15 marzo 2010. Una legge con pochi paragoni in Europa che ha rivoluzionato il processo culturale dell’assistenza dei malati inguaribili, sancendo il diritto all’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore. Tuttavia, ancora oggi emerge un quadro dello stato di attuazione della normativa con forti disomogeneità a livello regionale e locale, seppur con un lento e progressivo miglioramento della qualità delle cure e una crescita dell’offerta assistenziale nei regimi domiciliare e residenziale.

L’appuntamento conclusivo di “Prendiamoci Cura” ha dunque ribadito il bisogno di creare le condizioni affinché nei casi di lunga convivenza con una malattia inguaribile, nelle molteplici situazioni e gradi di dipendenza in cui si manifesta, si affianchi all’accessibilità, l’integrazione, la continuità, il rispetto dell’autodeterminazione della persona, l’attenzione alla multidimensionalità dei bisogni, la sostenibilità.

Nella direzione di un nuovo diritto alla salute che occorre continuare a elaborare ed edificare.

Questa è la storia, l’ennesima storia, di una donna che viene uccisa.

E’ la storia di Ana Maria Lacramioara Di Piazza, una 30enne rumena, adottata all’età di quattro anni e cresciuta a Giardinello.

Ana, da una precedente relazione, era già madre di un bambino di undici anni e saltuariamente lavorava come cameriera per cercare di essere indipendente.

Nell’ultimo anno aveva una relazione con un uomo di 51 anni, sposato.

Una relazione che ha tenuto per se, che non ha mai accennato a nessuno, neppure alle sue amiche.

L’uomo, Antonino Borgia, di 51 anni, durante la sua confessione ha confermato di avere avuto una “frequentazione” con la giovane che lo avrebbe minacciato di raccontare tutto alla moglie, se lui non le avesse dato dei soldi. Richieste, che, sempre in base a quanto Borgia ha riferito agli investigatori, sarebbero andate avanti dalla scorsa estate. L’uomo ha anche aggiunto di avere “aiutato economicamente la ragazza” negli ultimi mesi e di avere ricevuto la richiesta di 3 mila euro pochi giorni fa, soldi di cui non era in possesso ieri, quando i due si sono incontrati. Sarebbe inoltre stato informato della gravidanza due settimane fa.

Alle 17.30 circa si è presentato agli inquirenti un uomo che ha riferito di avere visto in alcune riprese del sistema di videosorveglianza della sua abitazione in campagna a Balestrate la scena di un’aggressione dove si vedeva una ragazza con la faccia piena di sangue. In base a quanto ricostruito, Borgia avrebbe gettato il coltello dopo le urla della donna.

Stando al racconto dell’uomo, la giovane è salita a bordo del furgone bianco e si sono recati in un cantiere dove Borgia, stava eseguendo dei lavori. In quel luogo hanno avuto un rapporto sessuale e poco dopo i due avrebbero iniziato a litigare. A quel punto Borgia ha estratto un coltello colpendo la donna alla pancia. Lei ha tentato di fuggire ma l’imprenditore l’ha rincorsa facendola risalire sul furgone. L’uomo aveva promesso alla vittima di portarla in ospedale ma durante il tragitto i due hanno ripreso a litigare. Alla fine lui l’ha colpita in testa con un bastone e poi le ha tagliato la gola abbandonando, poi, il corpo nelle campagne tra Balestrate e Partinico. Nel pomeriggio dopo il pranzo, l’uomo sarebbe andato anche dal barbiere.

La frase disperata della donna sarebbe stata registrata dalle telecamere di quell’uomo che ha consegnato le riprese del suo impianto di videosorveglianza.

I carabinieri e la procura di Palermo sono risaliti in poche ore all’identità dell’autore del femminicidio, grazie alle testimonianze di alcuni cittadini e grazie alle immagini fornite.

Il furgone è stato trovato appena lavato ma con la presenza di tracce ematiche.

Borgia è accusato di omicidio, occultamento di cadavere e procurato aborto, la procura ha disposto il fermo e il trasferimento al Pagliarelli.  L’accertamento della gravidanza avverrà in seguito all’autopsia disposta dal pm, così come il numero delle coltellate che non hanno lasciato scampo alla giovane.

La giovane Ana avrebbe sofferto senza dire nulla. Probabilmente, di quel rapporto clandestino, confermato da Antonino Borgia, si era stancata, ma non avrebbe parlato delle sue preoccupazioni coi suoi affetti più cari, che dopo la sua morte si chiedono il perché di tanta violenza.

Il femminicidio di Ana Maria Di Piazza si aggiunge al tragico bilancio che proprio in questi giorni è stato diffuso in vista della Festa Internazionale contro la violenza sulle donne. I dati raccolti dalla Polizia di Stato sono agghiaccianti: ogni giorno in Italia 88 donne sono vittime di atti di violenza, una ogni 15 minuti. “Le vittime e i loro aggressori appartengono a tutte le classi sociali e culturali e a tutti i ceti economici. E nonostante i reati come il maltrattamento in famiglia siano in diminuzione, il numero delle vittime di sesso femminile è in aumento”.

Un dato positivo però c’è. Riguarda una maggiore tendenza alla denuncia. Aumenta infatti il numero delle donne che si rivolgono alle forze dell’ordine dopo aver subito un atto ritenuto violento.

Domani, lunedì 25 Novembre, sul corpo della donna, sarà eseguita l’autopsia all’istituto di medicina legale del Policlinico per avere luce sulle vere cause che hanno causato la morte di Ana, per confermare l’esistenza della gravidanza e sapere il numero esatto delle coltellate che le sono state inflitte e verificare le bastonate sul suo corpo.

Sempre nella giornata di domani è attesa la convalida dell’arresto di Antonino Borgia da parte del Gip.

In 149 sono stati tratti in salvo, tra cui 13 donne e tre bambini; gli stessi, purtroppo, hanno anche confermato che sul barcone della speranza vi erano altre 20 persone che attualmente risultano disperse.

Nonostante le condizioni avverse del mare le motovedette della Guardia Costiera non hanno smesso un solo istante le ricerche durate tutta la notte e che hanno cominciato a dare i primi frutti. Sette  i corpi fin ora recuperati, tutte donne.

Per le ricerche la Guardia Costiera ha messo a disposizione anche un proprio aereo e si avvale della collaborazione di un’altra nave e di un elicottero della Marina Militare e di un pattugliatore della Guardia di Finanza.

La Procura di Agrigento ha aperto una indagine.

Lo dico subito: A me, non è piaciuto.

Aveva ragione Fossati in quel 2 ottobre del 2011 quando da Fabio Fazio dichiarò che sarebbe uscito di scena, che non avrebbe più fatto dischi né concerti, che la sua carriera finiva lì, perché non aveva più nulla da dire. 

Non credo che potrei ancora fare qualcosa che aggiunga altro rispetto a quello che ho fatto fino ad ora” – disse.

Ed invece è tornato; sembrerebbe perché non capace di dire di no alla grande Mina, un po’ anche temendo un eventuale divorzio minacciato da sua moglie se non avesse accettato quell’allettante invito. E’ tornato Ivano Fossati, con un album senza titolo specifico. C’è solo un “Mina-Fossati“, due profili disegnati in copertina e 11 brani che sembrano troppo “scritti per l’occasione”. Sembrano scritti perché si doveva, senza particolare ispirazione, ma tant’è, considerato che era stato detto proprio dal cantautore diversi anni fa: “penso di non aver più altro da dire”. 

E allora cosa ha detto Fossati, in questo nuovo album?

Beh per chi conosce bene Ivano Fossati, per chi l’ha seguito in tutte e nelle tante fasi della sua carriera, e per chi come me l’ha amato e contemplato tra i migliori cantautori del secolo, si fa fatica a capire il senso di questo disco, del quale si poteva, forse, fare a meno.

Lui, che ci aveva abituati a brani come “L’orologio americano“, “Carte da decifrare“, “Questi posti davanti al mare“, “Notturno delle tre“, oggi ci costringe a godere(?) di pezzi nei cui titoli ricorrono parole come “luna, stelle, amore, noi due“. Insomma già nella scelta dei titoli non vi è la ricercatezza a cui Fossati in una vita di carriera ci ha abituati, così come ci ha abituati ad interrogarci circa quel che ci voleva dire, nel modo in cui ci consegnava un senso circa l’amore (cantato in maniera mai scontato)  o donandoci un affresco sul mondo, su come gestire un punto di vista, o sulle distanze. Ed invece in questo album le idee sono vaghe, con parole messe insieme spesso a forza e con rime improbabili come nel brano “Farfalle”: “il mio cuore intervistato adesso cosa ci dice, e risponde sono qui e per questo sono felice”.  E se “Nella barca di legno di rosa” passava una barca, qui passa un aereo. Ma è il significato racchiuso in quel “passare” che è completamente diverso, anzi dovrei dire distante.

In questo album non c’è nulla di veramente nuovo (inteso come sonorità) e ahimè neanche nulla di vecchio.
Non c’è la passionalità di Fossati, la melanconia struggente di amori che sembravano passati ma che ancora ardevano sotto le ceneri della distanza; in questo disco l’amore è cantato come se debba per forza assomigliare a qualcosa che fa fatica a compiersi … proprio come questo disco, che non convince fino in fondo.

Alcune dinamiche armoniche finiscono inevitabilmente lì dove ci furono capolavori del passato (la mano artistica quella è)  e la voce di Fossati si sposa bene con quella di Mina che resta una delle voci più belle di tutti i tempi per intensità, estensione, espressività. I gravi di Fossati sono affascinanti come sempre, e nel cantato si riconosce ancora una voluttuosità ed un piacere profondo. Buoni alcuni arrangiamenti, alcune sonorità  ricercate in strumenti solisti o in voci sintetizzate.  Fisarmonica, nuance di  R &B come nel pezzo “Ladro“, ma tendenziamente un album che si alza dentro una impalcatura sostanzialmente pop.

E a noi appassionati tornano in mente i ritmi reggae di “Panama“, gli arrangiamenti soul-jazz di “J’adore Venice“, e quel suo modo straordinario ed inconfondibile di saper andare sempre oltre e di poterci condurre ovunque. 

Se il senso di questo lavoro era dimostrare la grandezza dei due artisti, mi sembra un intento caduto un po’ nel nulla, se invece era l’unico espediente per risentire le voci dei due artisti, allora mi viene da dire che sarebbe bastato mettere su un vecchio disco, per goderne a pieno.

Si saranno sicuramente divertiti loro due, in questo disco, in fondo, che avevano da perdere? Due voci, che si incontrano, si incastrano spesso alla perfezione e poi il resto l’ha fatto l’orchestrazione di Celso Valli, che ebbi l’onore di conoscere a Sanremo nel lontano 1995.

Fossati è stato un gigante nella scrittura di testi, Fossati è stato quello che disse a De Andrè come rendere “Dolcenera” un capolavoro, ma che in questo album – sostanzialmente senza titolo – fa il compitino, ma senza particolare ispirazione. E forse, sarebbe stato meglio declinare l’invito, dire di “no”, e lasciare che ricordassimo quella carriera interrotta, come si confà con i grandi veri artisti, quando era giunto il tempo giusto.