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Mafia, processo “Vultur”: lettera aperta di Rita Meli, figlia di Rosario già condannato in primo grado

Dopo la sentenza in primo grado inflitta dal Tribunale di Agrigento che condannava a 17 anni e 6 mesi a Rosario Meli, considerato il capo della famiglia mafiosa di Camastra la figlia Rita scrive, sul social network Facebook, una lettera aperta ai giornalisti dove la donna si contrappone alla decisione presa dai giudici di primo grado.

Il testo integrale della lettera:

Mi chiamo Rita MELI e stando alla sentenza dei Giudici di primo grado del processo “Vultur”, sarei figlia e sorella di uomini di mafia. Definizione inaccettabile.
In un’intervista, nel corso del processo ho dichiarato “parleranno gli atti…”, fiduciosa nella giustizia e nell’incisività della prove della difesa, ed invece… la verità è rimasta soffocata dalle menzogne di un piano diabolico progettato a regola d’arte dai signori DE MARCO Vincenzo e FORTI Bruno al preciso fine di conquistare il monopolio delle onoranze funebri a Camastra.
Sono un insegnante e non è stato semplice per me rapportarsi con la complessità del processo penale, un sistema fatto di pesi e contrattesi, dichiarazioni testimoniali ed esigenze di riscontri, intercettazioni ed utilizzabilità, ecc. e nonostante il tempo trascorso a stretto contatto con avvocati ed aule di giustizia mi guarderei bene dall’esprimere valutazioni prettamente giuridiche sul processo. Una regola, però, è comprensibile a tutti, e vale su ogni altra: L’ACCUSA DEVE ESSERE PROVATA, se le prove mancano, sono insufficienti o contraddittorie, l’imputato MERITA L’ASSOLUZIONE.
Questo principio alimenta il mio desiderio di giustizia e mi spinge a continuare a lottare per l’affermazione della verità! Scrivo questa lettera proprio allo scopo di far conoscere fatti ed atti processuali che, se tenuti nella giusta considerazione, ben avrebbero potuto mettere in discussione l’intero impianto accusatorio. Se è vero come è vero, infatti, che il convincimento dei giudici sulla colpevolezza degli imputati si è imperniato sulle dichiarazioni dei signori DE MARCO Vincenzo, FORTI Bruno e CASUCCIO Irene, proprio della loro contraddittorietà e della loro infondatezza devo e voglio parlare.
È importante ricordare che il processo “Vultur” nasceva a seguito delle indagini per un duplice omicidio avvenuto nel gennaio del 2012: dalle ricerche emergevano, SECONDO gli INQUIRENTI, intensi legami tra signori DE MARCO Vincenzo e FORTI Bruno ed alcuni esponenti di spicco della consorteria mafiosa di cui le vittime facevano parte.
Proprio in quel frangente però, quando i sospetti della Procura si dirigevano verso i signori DE MARCO Vincenzo e FORTI Bruno, avveniva la metamorfosi: da indagati perché potenzialmente coinvolti nel duplice omicidio, si trasformavano in perfette vittime di mafia. Chiamati a riferire sui fatti, approfittavano dell’attenzione degli inquirenti per dirottare i sospetti verso Meli, consapevoli che il pregiudizio sul nome della mia famiglia sarebbe stato il loro migliore alleato ed avrebbe reso le loro accuse apparentemente credibili.
Una serie di intercettazioni ambientali e telefoniche testimoniavano in maniera inconfutabile l’esistenza di questa macchinazione.
Il 18 maggio 2012 sia DE MARCO che FORTI venivano chiamati dagli inquirenti a riferire sui fatti (di omicidio), e già nelle conversazioni di quella giornata si riscontrava da parte di
entrambi gli interlocutori una notevole preoccupazione, tanto che decidevano di incontrarsi per stabilire cosa dire e cosa omettere agli agenti.
FORTI riferendosi all’amico DE MARCO: “ … e che minchia vogliono, porca puttana!!!”(…)
FORTI: (…) gli devo dire che si è presentato lui, ogni tanto veniva…al inc… gli prestavo inc… euro, gli ho prestato! E me li ha ritornati poi gli ho prestato 300 euro e non me li ha più ritornati(…)
DE MARCO: (scuote il capo in senso di consenso) (…) Enzo stiamo attenti, vedi che inc… sotto scopa inc… dobbiamo andare a finire tutti dentro???”
Ed ancora:
DE MARCO: basta eh!! lui non ci dici! … non si può stop anche perché se si libera lui allo stesso tempo … in questo caso si libera anche lui, giusto o no?
FORTI: “sì, si lo capisce che lo stiamo aiutando, vero?”

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