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“Joker” di Todd Phillips: un film che sa stare al gioco

Si può essere liberi eppur prigionieri di un mondo ostile, e poi ancora ostaggi di un universo selvaggio che ti istiga alla vendetta.

Joker del nuovo film di Todd Phillips, è un personaggio che si regge da solo, senza dover scomodare necessariamente il sadico, eccentrico psicopatico della Dc Comics, nemesi di Batman che abbiamo negli anni imparato a psicoanalizzare per capire quanto un cattivo per antonomasia, possa rappresentare in maniera perfettamente speculare, l’eroe della storia.

Questo Joker, che ha conquistato la 76esima Mostra del  Cinema di Venezia vincendo il Leone D’oro come miglior film è un vero capolavoro della cinematografia; questo Joker è l’eroe di sé stesso, colui che non scherza mai con il sorriso, che in una Gotham City invasa dai ratti, cerca un riscatto che non arriverà.

Artur Fleck – interpretato da uno stratosferico Joaquin Phoenix, che sembra essere in questa pellicola in un vero e proprio stato di grazia, dotato di una impressionate presenza scenica – prova a trovare il suo posto in un mondo che non gli riconosce un ruolo, neanche quello di clown professionista con l’aspirazione di divenire un artista di stand-up comedy.

Appare un perdente, con il trucco che gli cola, che fuma in maniera compulsiva, ma che però non ha ancora perso; almeno non fin quando prova a tenere a bada quella patologia neurologica che lo porta ad una insana risata, e fino a quando fa finta di non soffrire per essere cresciuto senza padre, di cui nel corso della storia saprà di più, senza però mai aver certezza se quel che ha scoperto, corrisponde per davvero ad una realtà che cambia connotati sotto il peso di cambiamenti mirati a difendersi dall’odio e della violenza, di cui diventa vittima consapevole.

Joker è un uomo privo di empatia, in una dimensione di follia contagiosa e incontenibile, che sogna di diventare “Re per una notte”.

Incline alla distruzione, è un ingenuo sognatore che finisce per “ripulire” il caos con una condotta estrema e senza possibilità di remissione.

Ognuna di queste caratteristiche è espressa magistralmente da un Phoenix che recita, balla, si muove nello spazio scenico e incanta con una bravura difficile da replicare e da dimenticare.

Certo è che per quanto la sceneggiatura sia riuscita, per quanto i riferimenti al Joker antagonista dell’uomo pipistrello siano di supporto alla trama del film, questo film non sarebbe stato quello che si è poi rivelato, senza quell’attore che sembra nato per fare l’attore di caratura. 

Il film è senza dubbio un omaggio agli anni 70, il riferimento a “taxi driver” è evidente, e poi un Robert De Niro ancora in gran forma, che incarna un comico famoso e cinico, idolo di Artur che però finisce per istigarlo.

I personaggi ci sono tutti, ma con declinazioni diverse, nella Gotham City di Phillips, sporca e spietata, nella quale si respira un’aria viziata da differenze abissali tra classi sociali, dove non ci sono buoni e non vi è pioggia che lavi via l’insalubrità del vivere, l’aggressività verso il diverso.

Questo Joker prende le distanze da tutti gli altri, è imperfetto nella concezione quanto nello stile; Phoenix è invece perfetto, impeccabile nella danza sulle scale e nella scena finale sulle note di “that’s life” di Frank Sinatra.

Due donne nella vita di un uomo problematico che cerca uno spazio tra dolore e amore infranto. La sua vicina di casa, oggetto dei suoi desideri e sua madre che regge la precarietà del suo vivere fin quando non diventa anch’essa un nemico per quell’uomo chiuso dentro una risata, e intrappolato in un vita in cui scopre, con dolore, di non aver più nulla da perdere.

Difficile non dire che è un film con una morale, provocatorio a tratti, ma ognuno ci vedrà di dentro il significato più affine al proprio modo di concepire la diversità, le problematiche sociali e l’incapacità di reagire a ciò che ferisce irreversibilmente.

Il regista gestisce bene i tempi del racconto, tanti i primi piani, stretti primi piani, i controcampi, e poi il fuori fuoco sulla gente mentre Artur fleck è perduto tra la folla, e ancora quella capacità di inquadrare luoghi, in lungo, tanto da raccontare per immagini certi stati d’animo. E se anche il protagonista alla fine si rivela un assassino (la cattiveria spasmodica del personaggio principale ma con accezioni differenti) si finisce per empatizzate con quell’uomo che arriva ad azioni estreme, che usa una violenza che è fisica e non solo psicologia;  ed è per questo che si è temuto che potesse essere emulato.

Ottima la fotografia, i colori e le luci.

I pezzi che fanno da colonna sonora sono cantante da irresistibili crooner come Jimmy Durante, in “Smile” e Frank  Sinatra in “That’s Life”. Pezzi che ritmano la follia, in totale antitesi con la realtà narrata.

E se questo joker potrebbe essere un nuovo Amleto, o un anti-Edipo, resta impressa la drammaticità di quel “in fondo basta una brutta giornata”, in una scatola che prima buia, si riempie di luce in cui si accendono disperazione e paradossi.

E un film che sa stare al gioco, che si distacca da quel che ci si aspetta e che va ad incastonarsi in una interpretazione, degna di un Oscar.

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