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D’Alì, il perchè dell’obbligo di soggiorno

Depositate le motivazioni per le quali il Tribunale ha riconosciuto la pericolosità sociale del già sottosegretario agli Interni, Antonio D’Alì, imponendogli l’obbligo di dimora.

Giuseppe Graviano, da Brancaccio Palermo, boss stragista ergastolano, nel marzo del 2016 è intercettato in carcere. Lui conversa con un compagno di cella, ed entrambi sono detenuti al 41 bis. E le parole di Graviano sono: “Poi ci sono cose che io non riesco a capire. C’è quello trapanese, D’Alìa, quello con gli occhi… graziosi. Questo, con quello che cercano, guardami Umbè, sono come la…”. E Giuseppe Graviano, durante “sono come la…”, ha intrecciato le dita delle mani. Ebbene, secondo i magistrati “quello che cercano” è il latitante Matteo Messina Denaro, e il presunto stretto contatto, testimoniato dalla dita incrociate, tra l’ex senatore D’Alì e Messina Denaro, è a fondamento della pericolosità sociale del politico trapanese al quale, su proposta della Procura antimafia di Palermo, la Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Trapani ha appena imposto l’obbligo di dimora a Trapani per tre anni. Adesso sono state depositate le motivazioni, e i dettagli, del provvedimento. Antonio D’Alì per 3 anni non travalicherà i confini della città di Trapani. Rientra a casa entro le 21, e non esce prima delle ore 7 del mattino. Antonio D’Alì, in carica al Senato per 24 anni, discendente di un’antica famiglia nobiliare proprietaria della Banca Sicula e delle saline di Trapani, fedele riferimento di Silvio Berlusconi, è stato anche sottosegretario agli Interni dal 2001 al 2006. Nei terreni della sua famiglia, in contrada Zangara a Castelvetrano, ha lavorato come “campiere” don Ciccio Messina Denaro, padre del latitante Matteo. E tra le 321 pagine di motivazioni dell’obbligo di soggiorno, i giudici della sezione Misure di prevenzione, tra l’altro, scrivono: “D’Alì ha mostrato di essere a disposizione dell’associazione mafiosa Cosa Nostra e di agire nell’interesse dei capi storici, come il latitante Matteo Messina Denaro e Salvatore Riina. In quasi 30 anni è evidente come D’Alì abbia utilizzato, al fine di soddisfare gli interessi del sodalizio, la funzione di senatore. Dopo il 1994 la carica politica di D’Alì e il potere ad essa connesso ha costituito il substrato delle condotte di D’Alì. E questo speciale livello di coinvolgimento ha fatto sì che D’Alì sia stato riconosciuto come un soggetto a disposizione di Cosa Nostra e in particolare vicino a Messina Denaro”. I giudici ritengono inoltre provato il sostegno elettorale ricevuto da Antonio D’Alì ed anche l’interesse per il trasferimento dell’allora prefetto Fulvio Sodano e del capo della Squadra Mobile di Trapani, Giuseppe Linares. E il requisito necessario dell’attualità della pericolosità sociale del sorvegliato speciale sarebbe fondato sul contenuto dell’intercettazione in carcere di Giuseppe Graviano. La magistratura palermitana lavora sulla presunta pericolosità sociale di Antonio D’Alì dal maggio del 2017, il mese delle elezioni Amministrative a Trapani, quando l’ex senatore è stato candidato sindaco. Lui, Antonio D’Alì, è imputato dal 2011 per concorso esterno all’associazione mafiosa. In primo grado, in Tribunale, giudicato in abbreviato, è stato assolto, e per le condotte precedenti al 1994 è intervenuta la prescrizione. In Appello è stato assolto. Poi la Cassazione ha annullato l’assoluzione e ha rinviato il processo ad un’altra sezione di Corte d’Appello. Il secondo processo d’Appello a carico di Antonio D’Alì è attualmente in corso a Palermo, e la Procura Generale, tramite il Pg Nico Gozzo, ha ottenuto il rinnovo parziale del dibattimento e quindi la possibilità, tra le altre, di ascoltare nuovi testimoni.

Angelo Ruoppolo (teleacras)

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