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“Se Messina Denaro non conta nulla, allora…”

La difesa al processo contro alcuni presunti fiancheggiatori di Matteo Messina Denaro: “Secondo il questore Cortese, il boss non conta più nulla. Giudicate di conseguenza”.

Il 3 agosto del 2015 è stato il giorno dell’operazione cosiddetta “Ermes”. Dopo i blitz “Eden” e “Golem”, Carabinieri e Squadra Mobile scoprirono un’altra presunta stazione di servizio postale del boss Matteo Messina Denaro, a lavoro a cavallo delle province di Palermo e Trapani, tra il mandamento di Mazara del Vallo e i clan di Salemi, Santa Ninfa e Partanna. In una masseria tra Mazara del Vallo e Salemi, in contrada Lippone, è stata intercettata una presunta centrale di deposito e di smistamento dei pizzini, i messaggi da o per il capomafia. Ebbene, adesso gli arrestati oltre tre anni addietro sono imputati innanzi alla Corte d’Appello di Palermo, presieduta da Roberto Murgia. E ad assistere alcuni di loro è l’avvocato Domenico Trinceri.

L’avvocato Domenico Trinceri

E l’avvocato Trinceri ha letto alcune recenti dichiarazioni del questore di Palermo, Renato Cortese, tra i protagonisti della cattura di Bernardo Provenzano, secondo il quale oggi Matteo Messina Denaro non ha più alcun ruolo in Cosa Nostra e di lui da tempo non vi sono tracce e impronte criminali, tanto da ritenerlo del tutto dissociato e irrilevante in ambito mafioso. E l’avvocato Trinceri, nel corso della sua arringa difensiva, si è rivolto al giudice giudicante così: “Messina Denaro non ha più alcun ruolo nell’organizzazione, e che, quindi, è defilato, non lascia tracce, non partecipa alle riunioni, non ha strategie criminali, gli affiliati non rendono conto a lui. Signori della Corte, non sono parole mie, ma di un autorevole investigatore, il questore di Palermo, Renato Cortese. Se le avessi pronunciate io non avrebbero alcun valore, ma a parlare è il poliziotto che ha arrestato Bernardo Provenzano”. E poi, l’avvocato Domenico Trinceri scopre le sue carte, le lancia sul tavolo da gioco (tra virgolette) e invoca l’ascolto di Cortese in Aula: “Mi attenderei che venisse convocata d’ufficio l’audizione del questore e di altri investigatori che hanno fatto dichiarazioni simili per sapere da quali qualificate fonti vengono le notizie, visto che ci sono persone accusate di avere fatto parte di un’associazione a delinquere capeggiata dal latitante che non è neppure imputato in questo processo. Messina Denaro è o no il loro capo? Ce lo spieghino”. Adesso si attende riscontro e replica della sezione d’Appello investita dall’avvocato. In primo grado gli imputati sono stati tutti condannati dal Tribunale: 17 anni di carcere ciascuno a Pietro Giambalvo, Michele Gucciardi e Giovanni Domenico Scimonelli, poi Vincenzo Giambalvo a 13 anni, Michele Terranova a 12 anni, e poi 4 anni, solo per favoreggiamento, a Giovanni Loretta.

 
 
 
 
Angelo Ruoppolo (Teleacras)
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