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L’alcolismo tiene in ostaggio i giovani: dal provare al vizio, il passo è breve

I dati dicono che solo a Cosenza – come si legge sulla Gazzetta del Sud – nella notte di capodanno sono stati  46 i minori finiti all’ospedale, vittime dell’alcool. I dati nazionali sull’alcolismo nei giovani sono allarmanti;  1,7 milioni  sino ai 24 anni, di cui 800 mila minori ai quali l’alcool, dovrebbe essere negato, sia nella vendita che nella somministrazione.

Dalla spavalderia del sentirsi adulti al vizio del bere, il passo è breve.

Una volta sola e poi basta, voglio solo vedere com’è“, si trasforma in una consuetudine. Nei locali si beve, a volte senza limite perché è proprio il limite la sfida; e il superarlo, il brivido. Sono tante le forme di autolesionismo e l’alcool è uno di quelle. I giovani paragonano l’essere grandi, alla capacità di superare un limite,  sia esso di velocità, di bottiglie di birra bevute o di sigarette da fumare. Il limite è l’unica spinta che hanno. Perché per il resto, i giovani vivono in un mondo tutto loro, primo di passioni e di voglia di fare, indaffarati nel mettere insieme sfide virtuali e giorni tutti uguali che li fa crescere senza accorgersene, perché troppo intenti ad ignorare le sfide vere, quelle fatta di obiettivi e di traguardi, di fatica e di soddisfazioni. Vivono chiusi nei loro mondi fatti di “black mirror” e di vite dentro uno schermo,  che alterano la percezione dei sensi, tutti. Non sentono, non vedono, non interagiscono se non attraverso il mondo virtuale, o giochi di strategia e di ricostruzioni di mondi rasi al suolo senza un perché. Anche le loro vite a volte vengono rase al suolo, nell’indifferenza generale.

I giovani hanno perso la capacità di pensiero critico, di rispetto delle regole e di percezione dei proprio limiti e delle proprie potenzialità. Spesso sopravvivono a loro stessi, alle loro cattive abitudini e ai loro vizi. Tra questi, anche l’alcool. Ma la responsabilità non è la loro, o meglio non solo. L’alcool è venduto nei supermercati, nei bar, nei locali notturni. Non ho mai visto una commessa chiedere un documento di identità ad un minore che arriva alla cassa con una bottiglia di birra o di superalcolico. Così come non accade nei locali modaioli delle città, dove nessuno controlla quanto bevano i minori o cosa accade dopo che sono andati a spendere la paghetta settimanale, al bancone dei pub.

Eppure qualche mese fa ad Edimburgo l’esperienza vissuta in prima persona mi ha restituito una realtà diversa; quella di un luogo dove le problematiche si affrontano in maniera drastica, e dove la piaga dell’alcolismo giovanile si combatte in maniera rigida, vietando categoricamente la vendita ai minori, e in quel “categoricamente” c’è tutta la perentorietà del caso.

Mia figlia, sedicenne, con me a pochi metri, mette sul bancone di uno “Scotch Experience” una bottiglietta da collezione e un pacco di biscotti al burro. Alla domanda della commessa se fosse maggiorenne lei risponde di essere insieme a sua madre e che quella bottiglia è un souvenir da portare in Italia. Confermai quella versione, eppure da quel negozio uscimmo senza la bottiglietta di scotch, perché – mi dissero – nessuno poteva garantire loro, che usciti da quel locale io non passassi quella bottiglia di alcool a mia figlia.

Così è anche nei locali. C’è un controllo rigido sulla questione alcool.

E allora perché non vi sono gli stessi controlli sul territorio italiano? Perché non si vigila sul rispetto della legge che vieta la vendita degli alcolici ai minori? Dove sono le pesanti sanzioni? Dov’è la chiusura dell’attività per chi reitera? Perché si permette che 46 ragazzi vengano ricoverati a causa dell’alcol, alcuni in coma etilico, e che rischiano di spappolarsi il fegato e rischiando la vita?

Le domande restano sempre troppe, i minori vittime dell’alcool anche.
Sembrerà retorica, ma ormai gli adulti sembrano complici consapevoli dell’immaturità dei giovani. C’è una disattenzione generale, perché è più comodo così,  perché supervisionare sulle vite dei figli, è un compito di cui non conosciamo più l’importanza. Sapere, significa interrogarsi su eventuali errori e ritrovarsi ad ammettere di aver sbagliato, da qualche parte, è cosa da adulti; ecco, sì … da adulti.

Simona Stammelluti

 

 

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