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Scienza, storia, miti, natura e panorami mozzafiato che si estendono dalle Isole Eolie fino all’Etna, passando per la Rocca di Novara. Erroneamente chiamate megaliti, le Rocche sono un sito unico poco conosciuto. Da ottobre via all’attività scientifica sull’area

Se non fosse per le Isole Eolie che si stagliano all’orizzonte e l’Etna che con il suo profilo domina il panorama, non si avrebbe nemmeno l’impressione di essere in Sicilia. E invece, circondate dalle rocce aspre dei Peloritani e dal tappeto verde dei boschi dei Nebrodile Rocche dell’Argimusco costituiscono uno degli angoli più preziosi e meno conosciuti della nostra regione. 

Ci troviamo su di un altopiano che si estende tra i 1100 e i 1200 metri di quota, nel territorio di Montalbano Elicona (in provincia di Messina), borgo medievale fregiato nel 2015 del titolo di Borgo più bello d’Italia. Sull’altopiano, tra foreste di felci, esemplari di agrifoglio e di leccio, si ergono numerosi blocchi di roccia, alcuni dei quali dalle dimensioni davvero imponenti e dalle suggestiveforme zoomorfe e antropomorfe: l’elefante, l’aquila, l’orante, l’alchimista, la torre, la rupe dell’acqua, il sacerdote, il babbuino, sono soltanto alcune delle figure che, nel tempo, sono state attribuite alle curiose ed enormi pietre che caratterizzano l’intera area. 

L’insieme di queste affascinanti e misteriose rocce è erroneamente chiamato complesso megalitico e tale lemma si è così tanto radicato nella cultura comune che, ormai, anche i rari cartelli turistici indicano Megaliti dell’Argimusco. Il termine megalito, però, riconduce a una struttura in pietra dalle forme molto semplici e dalle grandi dimensioni, costruita dall’uomo senza alcun uso di leganti come cemento o calce. L’esempio di megaliti più celebre al mondo è sicuramente quello inglese di Stonehenge: un insieme di enormi massi di roccia collocati l’uno accanto all’altro in forma circolare e sormontati da altre rocce poste come copertura. Anche in Sicilia si trovano casi di costruzioni di questo tipo e i dolmen di Caltanissetta o di Ragusa ne sono un esempio. Nulla a che vedere, però, con le Rocche dell’Argimusco. 

Infatti quella che vuole che le rocce siano state collocate sull’altopiano proprio dagli uomini preistorici è soltanto una credenza popolare che, però, è bastata per far sì che l’Argimusco sia ancora oggi ingenuamente soprannominato la Stonhenge siciliana. In realtà è nel vento e in secondo luogo nella pioggia che va ricercata l’origine della bizzarra forma delle rocce di arenaria quarzosa che, nel corso del tempo, sono state pazientemente scavate e modellate dall’azione erosiva delle forti raffiche che dominano l’altopiano. È per questo motivo che, non essendo opera dell’uomo bensì di fenomeni esclusivamente naturali come quello dello smantellamento per erosione eolica nel corso dei millenni, il termine megaliti, in riferimento alle rocce dell’Argimusco, risulta poco appropriato. 

L’estrema precisione con cui le sagome, appaiono all’occhio dell’osservatore ha nel tempo fatto ritenere impossibile un mero intervento della natura e ha fatto interpretare le rocce come i segni tangibili di un’antica e sconosciuta civiltà del passato. Addirittura, varie credenze popolari e leggende medievali hanno alimentato il velo di ancestrale mistero che aleggia attorno all’Argimusco e ne hanno fatto l’antico teatro di riti esoterici, sabba di streghe e luogo di sciamani. Mettendo da parte suggestioni e facili mistici entusiasmi, è vero che non si può escludere un intervento umano oltre che un’assidua frequentazione dell’altopiano da parte dell’uomo. È anche vero, però, che non vi è alcuna prova scientifica del fatto che l’uomo possa avere scolpito queste enormi rocce. L’erosione eolica invece è ben testimoniata anche dalla presenza dei cosiddetti tafoni, cavità alveolari naturali più o meno grandi, scavate sulle pareti delle rocce e che testimoniano l’opera instancabile di erosione del vento. Un esempio simile si trova in Perù, a Marcahuasi, un altopiano di origine vulcanica che presenta delle forme naturali analoghe a quelle dell’Argimusco. 

Ad ogni modo, alcuni elementi realizzati dalla mano dell’uomo, tra cui delle vasche e una tomba, testimoniano in un certo senso l’intervento umano. Nonostante, infatti, le notizie storiche sul sito siano piuttosto scarse e nessuno scavo archeologico sia stato mai effettuato, alcuni reperti rinvenuti in aree circostanti lasciano supporre che l’altopiano sia stato antropizzato fin dall’Età del Bronzo. Molto probabilmente, gli uomini primitivi di quell’era utilizzavano il luogo come zona sacra dove compiere riti legati alle divinità della Terra e del Cielo. Le civiltà evolutesi successivamente hanno poi scelto il sito, per la singolarità del suo paesaggio naturale e per l’altitudine della sua posizione, come luogo privilegiato per l‘osservazione del cielo

Dal 2012 l’Argimusco è protagonista di uno studio di archeoastronomia da parte di Andrea Orlando, dottore di ricerca in astrofisica nucleare e presidente dell’Istituto di Archeoastronomia Siciliana. Nel suo articolo intitolato Argimusco: Cartography, Archaeology and Astronomy pubblicato nel 2017 da Springer International Publishing, Orlando arriva alla conclusione che, grazie alla presenza di fortuiti allineamenti astronomici delle rocce, l’altopiano possa avere avuto nell’antichità una funzione calendariale, per scandire l’alternanza delle stagioni. «In Sicilia sono tanti i luoghi al confine tra cielo e terra, legati all’archeoastronomia. Dall’Argimusco si gode di un orizzonte libero a 360 gradi con la presenza, ad oriente, della Rocca Salvatesta, o Rocca di Novara, che è un vero e proprio indicatore equinoziale naturale», spiega  Orlando. «Ciò vuol dire che all’alba degli equinozi il sole sorge nei pressi della Rocca e ciò lascia supporre che questo punto nell’orizzonte, insieme ad altri, possa aver permesso all’uomo, fin dal Neolitico, di realizzare un vero e proprio calendario astronomico utile per le pratiche agricole e religiose» continua Orlando.

«Nella nostra regione esiste da sempre un grande interesse per l’archeologia greca e romana, ma una scarsa attenzione, purtroppo, nei confronti di quella preistorica. Ad ottobre finalmente, in occasione del congresso annuale ICOMOS-ICAHM (International Scientific Committee on Archaeological Heritage Management) che nel 2018 si terrà proprio a Montalbano Elicona e che vedrà la partecipazione della Commissione Unesco, partirà la vera e propria attività scientifica sull’Argimusco con la costituizione di una equipe di ricerca internazionale per studiare l’altopiano e capire come e quando l’uomo ha utilizzato e frequentato l’area dell’Argimusco. Saranno effettuati saggi di scavo, indagini geologiche e geofisiche. Oltre all’incredibile bellezza naturalistica e geologica dell’area è importante che l’Argimusco sia valorizzato per la preziosa importanza archeologica che riveste», conclude lo studioso. 

Qualsiasi sia la storia di questo luogo tanto misterioso, esso è ancora molto poco noto agli stessi siciliani. Il consiglio per visitare le Rocche dell’Argimusco è quello di partire dalla visita del borgo di Montalbano Elicona e dal suo castello medievale e poi, seguendo le indicazioni per il Bosco di Malabotta,fermarsi all’altopiano e accedere all’area tramite il sentiero in terra battuta che comincia da un piccolo cancello sulla strada. Soprattutto al tramonto, quando gli ultimi raggi del sole accarezzano di taglio le rocce, l’atmosfera si fa irreale e l‘unica compagnia è quella dei rapaci e dei branchi di cavalli che pascolano liberamente. All’incedere della notte, poi, a fare da protagonista è un incredibile cielo stellato.

Carabinieri Forestali 

Scout si perdono nel bosco, soccorsi

Sono stati ritrovasti in piena notte in una zona boschiva molto impervia, stanchi, spaventati e infreddoliti, ma tutti in buone condizioni di salute, 15 scout siciliani, con età comprese tra i 17 e i 20 anni, che si erano persi da molte ore durante un’escursione nella zona tra Fontanelle e Pettino, in provincia di Perugia.
    I ragazzi sono stati soccorsi dai carabinieri forestali di Campello sul Clitunno che, partiti con il fuoristrada, poco dopo sono stati costretti a proseguire a piedi, visto che l’area in questione non consentiva l’utilizzo del veicolo. Alle ricerche hanno poi preso parte anche una pattuglia di carabinieri forestali di Sant’Anatolia di Narco e i vigili del fuoco di Spoleto. I militari erano in costante contatto telefonico con gli scout, ma nonostante questo le ricerche sono state particolarmente difficili, a causa del buio e del terreno ripido e scosceso.
    I ragazzi erano partiti la mattina alle 6 e sono stati ritrovati circa mezz’ora dopo la mezzanotte.
   

Il Consigliere Comunale di Agrigento, Nuccia Palermo, esprime la propria solidarità al Sindaco Ida Carmina e alla Sua Famiglia colpita da un vile gesto.
“Atti come questi – commenta Nuccia Palermo – sono da condannare e stigmatizzare e la politica tutta, senza distinzione di colore e schieramento, deve prendere posizione netta dinnanzi a tali gesti. Detto ciò ribadisco la mia più completa solidarietà”.

Ieri 4 agosto 2018, si è chiuso in bellezza il Beat Onto Jazz Festival nella splendida cornice di Piazza Cattedrale in Bitonto, dopo 4 giorni di grande musica.  La manifestazione, giunta alla sua 18esima edizione – festeggiata ieri sera con una bella torta – è stata, anche quest’anno, la dimostrazione di come la cultura (anche musicale) per dare i suoi frutti deve nutrirsi di curiosità e perseveranza, di passione e di competenza e tutto questo, in questi 18 anni a Bitonto si è consumato, grazie all’Avvocato Emanuele Dimundo, direttore artistico della Kermesse, che ha fatto dono di sé e della sua passione alla comunità, all’ Associazione InJazz, agli sponsor che anno dopo anno hanno creduto al progetto, all’amministrazione comunale che ha sposato l’iniziativa e che ha sostenuto economicamente buona parte delle spese necessarie alla realizzazione del festival, permettendo così non solo la gratuità dell’evento, ma dimostrando di sostenere con forza la volontà e l’impegno di educare pian piano la popolazione al bello, al nuovo, riuscendo così a cambiare le sorti di un luogo, dell’attenzione che si da ad esso ed anche a valorizzare con un contesto culturale, quel che fino a pochi anni fa sembrava impresa difficile.

Le serate – mi sembra doveroso dirlo – hanno avuto il loro successo, oltre che per la caratura dei musicisti che sono intervenuti sera dopo sera al festival jazz, anche per la competenza e la padronanza con cui Alceste Ayroldi – critico musicale, docente ed esperto di jazz – ha condotto le serate, introducendo gli artisti, intervistandoli e accogliendo non solo i musicisti, ma tutti coloro che sono intervenuti alla pregevole manifestazione e vi assicuro che sera dopo sera, la piazza è sempre stata gremita.

A chiudere l’edizione 2018 del Beat Onto Jazz Fest ieri sera nel primo set, il sassofonista inglese Stan Sulzmann e il suo Italian Quartet che ha portato sul palco Massimo Colombo al pianoforte, Maurizio Quintavalle al basso, Enzo Zirilli alla batteria. La cosa che salta all’orecchio, in una performance come quella di ieri sera è che i musicisti, tutti bravi con una possente esperienza alle spalle, hanno dato dimostrazione non solo di agilità tecnica ma anche mentale; basti pensare alla difficoltà oggettiva che c’è nel dialogo pianoforte-sassofono, che però ieri sera tra Colombo e Sulzmann è stato accattivante. Le velocità nelle scale, è una caratteristica comune ai due musicisti, le evoluzioni al sax sovrapposte sapientemente ai virtuosismi pianistici. Il supporto della base ritmica è ben calibrato e il controtempo è ricco e pulsante.

Un concerto poco mainstream – inteso come convenzionale – e molto radicato nella tradizione jazzistica (il concerto è stato proprio per gli appassionati) che conserva l’originalità che appartiene a chi sa come smontare una convenzione, per reinterpretarla a proprio gusto.

Ottima la performance sullo standard di Gershwin “My man’s goes now“, una ballata che a me è venuta in mente nella versione di Bill Evans in trio con LaFaro e Motian o in quella cantata da Nina Simone. La versione dell’Italian Quartet, ha lasciato che fosse il sassofono ad essere protagonista, ma il tessuto imbastito è stato adeguato allo stile di Sulzmann, e le improvvisazioni sono state di gran fascino. Nella performance anche pezzi originali scritti dal maestro Colombo e sul finale un omaggio a  Ornette Coleman con il pezzo “Humpy Dumpy“, un vero e proprio racconto, e si sa, quando si racconta ognuno lo fa a modo proprio. E allora Stan Sulzmann e il suo quartetto lo fanno a modo loro, fingendo di cercare la nota giusta, in partenza di pezzo e poi prorompendo in bellezza ed espressività, nella libertà delle forme, con il tema affidato all’ispirazione del solista.

E se di solito ci si domanda, mentre si assiste a questo genere di connubio artistico come si siano formate alcune sinergie musicali, alcuni incontri, ieri sera è stato Enzo Zirilli a raccontare di aver conosciuto Mr. Sulzmann a Londra, città dove il batterista viva da anni, e di avergli poi proposto questo sodalizio già in piedi tra Zirilli, Colombo e Quintavalle con il progetto musicale “Powell to the People”. E non si fa fatica a capire che l’affiatamento tra i musicisti italiani è spiccato, ma il quartetto è senza dubbio arricchito dal grande talento inglese.

Erano da poco passate le 22,30 quando sul palco è salito il gruppo che tutti attendevano sin dal giorno di apertura, il gruppo più grande e longevo del genere fusion dal 1977 e che ha delle caratteristiche così spiccate che non si può non farsi travolgere. A chiudere il Beat Onto Jazz Fest, nel secondo set ieri sera, gli YellowJackets, per l’unica data in Puglia, già in tour lungo lo stivale per il piacere degli appassionati del genere.

Will Kennedy alla batteria, Dan Anderson al basso,  Russell Ferrante al pianoforte e Bob Mintser ai sassofoni. La formazione non è quella originale, alcuni elementi si sono avvicendati negli anni, ma sentendo Mintser ai sassofoni, nella formazione dal ’90 e il giovanissimo Anderson che quel basso l’ha fatto suonare con virtuosisimi sentiti poche altre volte in vita mia,  viene da dire “che gruppo!Una tavolozza di suoni e sfumature, pure gioia in musica, capaci di coniugare il jazz  ad altri generi come l’R&B, genere dal quale sono partiti, ad accenni di musica afro-americana, a nuance pop. Che poi con quel William Kennedy alla batteria c’è da riconoscere che se la base ritmica è in equilibrio e sa confezionare il tempo con tempra e verve l’atmosfera è assicurata. Rullante e cassa hanno risuonato in quella piazza con un “battito” travolgente. E va bene che questo gruppo stratosferico abbia fatto il buono e il cattivo tempo, per oltre un trentennio, considerato che la loro è musica strumentale ad altissimo livello.

Interplay, mood funky ma con spiccata impronta jazzistica, gli Jellowjackets sono diventati il paradigma di questo genere. Il sassofono (anche elettrico usato ieri sera da Mintser) non ha limiti sonori e il pianoforte di Russell Ferrante sa come correre nell’armonia senza tralasciare le sfumature del piano e del forte. E l’australiano Dan Anderson mi ha particolarmente colpito. Perché se la line-up consolidata di Ferrante-Kennedy-Mintser, viaggia come un treno, non fa nessuna fatica il giovane bassista a restituire in feedback un sound compatto e coerente, con virtuosismi, timbrica ed effetti che  ricordano la genialità di  Pastorius. Non è certo un concerto in cui puoi avere un passaggio da canticchiare, questo è certo, come è certo che non è un genere per tutti. Bisogna essere avvezzi al ricerca della sonorità oltre l’armonia, ma poi alla fine non serve…perché si è talmente travolti da una musica complessa che si può togliere lo sfizio di rimanere sempre giovane, attuale, accattivante.

Che dire, un plauso a chi questa manifestazione l’ha voluta, a chi l’ha realizzata, a chi c’ha creduto e a chi negli anni ha dato conferma di come mettendosi insieme, facendo gruppo e sfidando il luogo comune circa i concertoni a grandi cifre, si possono realizzare manifestazioni di grande caratura e di grande fascino.

Al prossimo anno

Enjoy

 

Simona Stammelluti

 

 

 

 

Dopo oltre sette ore di ricerche, nove turisti sono stati salvati in mare da una motovedetta della Guardia di finanza che, insieme a un mezzo della Capitaneria di porto di Lampedusa, ha perlustrato l’area delle Pelagie. Il gruppo, a bordo di un gommone a noleggio che ha avuto un’avaria, stava rientrando a Linosa da dove era salpato alle 16 di ieri. A bordo c’erano un giovane di Lampedusa che pilotava l’imbarcazione, l’imprenditore lombardo Marco Cattaneo, cinque persone della sua famiglia e una coppia di amici. Le ricerche sono cominciate ieri alle 19 e si sono concluse alle 4 di stamane, quando la motovedetta della Gdf è rientrata a Lampedusa con a bordo i naufraghi, attesi da un centinaio di persone.
    “Ci eravamo fermati per un’avaria ai motori – ha spiegato Marco Cattaneo che ha ringraziato i soccorritori – e non avevamo il segnale dei telefonini. Nonostante il buio e le correnti, sono riusciti a trovarci”. Alle ricerche hanno preso parte anche decine di barche di isolani.

Venerdì nell’ambito della Rassegna “AUTORI IN GIRGENTI ESTATE 2018” ci saranno due importanti personaggi che nella loro personale lotta alla criminalità organizzata hanno perso molto ma non la loro dignità.

Il giornalista del Giornale di Sicilia, Alan David Scifo, colloquierà con Daniele Ventura, passato alle cronache per aver detto no al pizzo a Palermo, che parlerà del suo libro edito da La Zisa “COSA NOSTRA NON E’ COSA MIA”, e con Ignazio Cutrò che parlerà del libro biografico “ABBIAMO VINTO NOI”, Per Cutrò è la prima uscita ufficiale da quando gli è stata tolta la scorta.

Introduce l’evento il dott. Alessandro Accurso Tagano Coordinatore SIL SICILIA 

La presentazione avverrà alle ore 19 in Piazzetta Purgatorio ed è organizzata dal SIL SICILIA e dalla Libreria IL MERCANTE DI LIBRI di Agrigento

 

Il forte maltempo che nelle ultime ore sta colpendo il Centro/Sud Italia s’è particolarmente accanito in Sicilia dove nel pomeriggio di Sabato si sono verificati forti temporali: uno dei più intensi ha lambito Palermo, provocando nubifragi in alcune zone dell’interland metropolitano (28mm a Villagrazia, 15mm a Bagheria) anche se le bombe d’acqua più significative si sono verificate nelle zone interne e meridionali dell’isola con 60mm di pioggia a Nicosia, 53mm ad Agira, 49mm ad Enna, 43mm a Troina, 30mm a Bronte, 25mm ad Agrigento e Aidone, 20mm a Randazzo, 17mm a Belpasso, 16mm a Corloene, 13mm a Sambuca di Sicilia.

In serata, poco prima del tramonto, a Pantelleria s’è verificato un fenomeno rarissimo: un gigantesco tornado ha lambito il litorale settentrionale dell’isola, nei pressi del principale centro abitato. Emblematiche le immagini a corredo dell’articolo. Ecco i video:

 

Serata british per il sindaco Lillo Firetto che ha incontrato l’ambasciatore inglese a Roma, Jill Morris, in queste ore ad Agrigento, consegnandole un artistico piatto in cermica raffigurante il mecenate inglese, sir Alexander Hardcastle, realizzato dal Maestro Domenico Boscia docente dell’Accademia di Belle Arti. Hardcastle, cittadino onorario di Agrigento investì ogni suo avere per far rinascere e promuovere le rovine dei templi greci.  La signora Morris è tornata volentieri nella città dei templi, su invito del primo cittadino, confermando tutto il suo stupore verso le incommensurabili bellezze della Valle e della sua area archeologica. All’incontro con il sindaco Lillo Firetto e l’ambasciatore Morris, era presente anche la scrittrice siculo-inglese Simonetta Agnello Hornby. 


I fratelli  C.D. e M.D. di Raffadali, comproprietari di un appezzamento di terreno sito nel Comune di Raffadali, contrada Sant’Anna, nel 2003  avevano chiesto due concessioni edilizie per realizzare due fabbricati ; nel 2017 i due fratelli comunicavano l’inizio dei lavori, assumendo che la concessione fosse stata tacitamente assentita, allegando perizia giurata, ma il Comune di Raffadali opponeva un diniego con conseguente sospensione dei lavori. Successivamente il Comune di Raffadali rettificava la precedente nota di diniego, atteso che il lotto in questione  è interessato da un’opera pubblica per la mitigazione delle criticità idrogeologiche a difesa del centro abitato e del rione Barca e che per tale lotto era stato avviato il procedimento volto ad apporre un vincolo preordinato all’espropriazione; donde la preminenza dell’interesse pubblico a mantenere lo stato dei luoghi e ad impedire la realizzazione di nuove opere.

Gli interessati allora proponevano un ricorso giurisdizionale, con il patrocinio degli avvocati Lucia Di Salvo e Tonino Argento, lamentando una serie di asseriti vizi di legittimità , ed il Tar accoglieva la richiesta di sospensiva avanzata dai difensori. Ma il Comune di Raffadali, in persona del Sindaco Avvocato  Silvio Cuffaro, rappresentato e difeso dall’Avvocato Girolamo Rubino, ha proposto appello davanti al CGA per la riforma dell’ordinanza cautelare resa dal Tar.  In particolare l’Avvocato Rubino ha sostenuto che l’area in questione è sottoposta a vincolo idrogeologico ed è ricompresa all’interno del piano per l’assetto idrogeologico in area di pericolosità P2 , e che il silenzio-assenso non opera in presenza di istanza relativa a  beni soggetti ai vincoli di assetto idrogeologico, citando giurisprudenza favorevole del Tar Puglia; ed ancora che sussiste un interesse pubblico preminente rispetto a quello dei soggetti privati a mantenere immutato lo stato dei luoghi.

Il Cga, Presidente F.F. il dr. Gabriele Carlotti, Relatore la prof.ssa Maria Immordino, condividendo le tesi difensive formulate dall’Avvocato Rubino circa la subvalenza del pregiudizio lamentato dai privati rispetto all’interesse pubblico alla realizzazione dell’opera pubblica, ha accolto l’appello cautelare proposto dal comune di Raffadali, riformando l’ordinanza resa dal TAR. Pertanto, per effetto dell’ordinanza resa dal CGA, potranno essere realizzate le opere per la mitigazione delle criticità idrogeologiche a difesa del centro abitato di Raffadali e del rione barca.