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Giuseppe Quaranta è un fiume in piena, altre 50 pagine di verbali

Stanno davvero facendo tremare gli ambienti mafiosi della provincia di Agrigento, e non solo, le dichiarazioni del pentito di Favara, Giuseppe Quaranta, arrestato il 22 gennaio scorso nel corso dell’operazione denominata “Montagna”.

Un pentimento meditato e consapevole, quello del favarese che ha voluto chiarire le ragioni della sua scelta: “Insisto nella volontà di collaborare con l’autorità giudiziaria e prendo atto degli obblighi e dei doveri che tale scelta comporterà. Faccio ciò per il bene della mia famiglia – ha detto – e mio personale, perchè sono stanco, ho avuto tante delusioni da queste persone Sono deciso a 360 gradi e pronto a riferire di quello che so, che ho sentito dire in giro e di quello che ho fatto. Penso che a seguito della mia scelta possa essere esposta a pericolo la mia famiglia che vi invito a tutelare”.

Parla di tutto Quaranta, di quando fu affiliato a Cosa nostra, di come è strutturata la provincia di Agrigento in termini di mandamenti mafiosi, di come “funziona” la consorteria mafiosa a Favara, di estorsioni e di politica.

Il pentito rivela: “Il candidato a sindaco di Favara non lo sceglie la famiglia mafiosa e di non essere a conoscenza di candidati che hanno chiesto voti”. 

Intanto Quaranta sembra un fiume in piena. Continua a raccontare fatti e misfatti di quanto accaduto in provincia di Agrigento e ieri sono stati depositati i relativi verbali.

Altre cinquanta pagine di verbali, con parecchi omissis, e dodici ore di ininterrotto interrogatorio.

I verbali nuovi sono stati depositati dal sostituto procuratore della Repubblica di Palermo – Direzione distrettuale antimafia – nei vari processi originati dagli arrestati che hanno fatto ricorso davanti al Tribunale del Riesame.

Nella cinquantina di pagine sottoscritte da Quaranta si fa riferimento soprattutto al traffico ed allo spaccio di sostanze stupefacenti, attività per la quale lo stesso Quaranta si è assunto numerose e pesanti responsabilità penali chiamando in causa anche il raffadalese Robertto Lampasona, il capo mafia di Santa Elisabetta, Francesco Fragapane e l’aderente alle ndrine calabresi Vincenzo Politanò.

 

 


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