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Federica Angeli, Paolo Borrometi, Michele Albanese, giornalisti sotto scorta, raccontano la loro storia e il loro modo di difendere la notizia

 

Si è svolto ieri 26 agosto a Camigliatello Silano un dibattito dal titolo “Informazione nel mezzogiorno in formato 2.0”, uno dei tanti incontri organizzati dall’Associazione ASSUD

Si chiama “Stelle del Sud 2016” il programma di incontri, dibattiti ed eventi organizzati per discutere del mezzogiorno, della sua economia, di come si gestisce l’informazione, l’attualità e la politica e ieri sera a Camigliatello, sono giunti tre dei più capaci giornalisti di cronaca che la nostra nazione può vantare, i cui nomi sono ormai famosi per il loro impegno costante nel contrasto alla criminalità organizzata, che è poi costato loro una vita sotto scorta.

Ospiti del dibattito Federica Angeli, giornalista di nera e giudiziaria di La Repubblica, Paolo Borrometi di Agi e Michele Albanese del Quotidiano della Calabria. A moderare l’incontro, la giornalista del TgR Rai Calabria, Livia Blasi.

Tre giornalisti, dunque, che hanno raccontato non solo la propria esperienza di cronisti sotto scorta, ma anche la loro personale e sentita idea di come si possa e si debba fare notizia nelle terre devastate dalla criminalità che in ogni territorio prende un nome diverso, ma che sortisce sempre gli stessi effetti nefasti nel sud, radicandosi sempre più in tessuti sociali mirati, mimetizzandosi e tessendo tele che vanno scovate e distrutte.
Un delicato ruolo, dunque, quello dei giornalisti, così come loro stessi hanno raccontato.

Federica Angeli, da anni ormai sotto scorta, a seguito di minacce ricevute dopo essere stata sequestrata dalla malavita di Ostia, dopo essere stata testimone oculare di un tentato omicidio, che ha scelto di non tacere, di denunciare, di andare avanti nelle indagini, “scavando”senza sosta nella verità. Lei, che ha parlato della mafia romana, prima ancora che saltasse alla ribalta della cronaca, lei, che fu accusata di “vedere troppi film gialli”, lei, che la paura la guarda in faccia tutti i giorni ma non si arrende, lei, che non si è mai fermata davanti alla verità, l’ha raccontata sempre quella verità facendo il suo mestiere con estrema coscienza, con equilibrio, senza mai scadere nello show “tout court”, non accontentando mai la parte morbosa dei lettori, nel rispetto sempre delle storie e dei protagonisti, decidendo “liberamente” che tipo di informazione dare nel rispetto del dolore, sempre. Perché dopo aver rinunciato alla libertà, la stessa la restituisce al lettore attraverso una verità che merita di essere raccontata senza aggiungere altro se non dettagli sostanziali di immagini di quella parte di società che si nasconde dietro interessi che non sono per il bene comune.

Paolo Borrometi, siciliano, che dalla Sicilia è dovuto scappare dopo aver raccontato la mafia nel territorio di Montalbano, dopo l’inchiesta sul boss di Scicli, alla quale sono seguite minacce e poi aggressioni, che adesso lo costringono a girare con la scorta. Anche da Roma, dove adesso vive continua a scrivere di mafia, e le minacce lo spaventano, ma fino ad un certo punto. Racconta alla platea che lui, come i suoi colleghi, racconta ciò che nei territori del sud non venita raccontato. Racconta di quella mafia in provincia di Ragusa, città che per tanto tempo è stata considerata distante dalla criminalità organizzata. Ragusa dove venne ucciso Giovanni Spampinato (giornalista italiano, ucciso dalla mafia), dove i suoi stessi colleghi dissero “se l’è cercata” e al suo funerale non andarono.

Anche Michele Albanese, giornalista sotto scorta per aver raccontato nei suoi articoli le attività delle cosche nella piana di Gioia Tauro. Lui, che sostiene che “se non risolve il problema della mafia, della ndrangheta, della camorra, l’Italia non potrà mai risolvere i suoi problemi”. Se non ci fossero giornalisti come loro – continua Albanese – i territori non verrebbero raccontati e neanche le forze dell’ordine potrebbero agire e “reagire” ai fenomeni mafiosi. Perché la mafia toglie occasioni al sud, ai figli, cancellando la parola “futuro”.

Rispondono alle domande intelligenti e mirate di Livia Blasi, i tre giornalisti sotto scorta, che li invita a raccontare come si resta persone “per bene”, raccontando storie attraverso le loro “scarpe consumate”, rispettando la notizia nel tempo della notizia “mordi e fuggi”, nel tempo del 2.0

Tutti concordi nel sottolineare l’importanza di recuperare una deontologia, lasciando da parte il giornalismo spettacolarizzato, recuperando anche la voglia di anonimato, senza voler apparire a tutti i costi, altrimenti si rischia di non essere più credibili.

Angeli, Borrometi ed Albanese, sottolineano come avere la scorta non è uno status symbol, ma una condizione difficile nella quale vivere, e il ringraziamento e l’applauso di tutti, è stato rivolto ai ragazzi della scorta, che difendono le loro vite e le scelte giuste di un giornalismo che rispetta la verità.

Simona Stammelluti

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