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20 anni dalla morte di Lady D: il suo profilo resta indelebile

Aveva 36 anni, Lady Diana, quando morì in un incidente d’auto sotto il ponte dell’Alma, la notte del 31 agosto del 1997. Era ed è rimasta il simbolo dei reali di tutto il mondo anche quando smise di essere un reale, e neanche la sua morte è riuscita a spegnere quel simbolo, fatto di una forte e travolgente personalità che ancora oggi risulta scomoda, per chi la vide come una rivale in vita, come una nemica da allontanare, o come una spina nel fianco che ancora oggi continua a fare male.

Lady Diana, è stata al contrario molto amata dalla gente comune, da coloro che vedevano in lei il simbolo di una libertà che mostrava anche attraverso il suo modo di vestire, avendo capito che la moda avrebbe potuto essere il lasciapassare per quella sua personalità che mai si è piegata completamente alle logiche di corte. Era un simbolo, Lady D, con un viso d’angelo, carismatica, impeccabile nel suo apparire e fragile nel suo essere donna che non avrebbe mai rinunciato a quel che sentiva.

Resta ancora da chiedersi, a distanza di venti anni, cosa sentisse per davvero quando morì, Diana Spencer, che nel 1981 sposò il principe Carlo di Inghilterra, erede al trono. Dodici anni di differenza, tra di loro e un matrimonio che fu infelice dal primo giorno. Due figli, una vita, quella della principessa del Galles, che fu come un reality show quando i reality show ancora non esistevano, i suoi fatti personali, i cosidetti “panni sporchi” furono dati in pasto al mondo, e quell’appellativo che le fu dato di “principessa triste“, non l’abbandonò mai.

Morì triste o felice, Lady D? Chi può dirlo. Oggi come allora, spuntano fuori testimonianze di chi giura che lei fosse infelice anche con Dodi Al Fayed, che morì anch’egli quella notte, mentre i fotografi – tanti fotografi – continuavano a scattare foto. Furono accusati di essere stati loro a causare quell’incidente mortale e furono sempre loro a peggiorare la situazione, mentre continuavano a scattare foto senza prestare il giusto soccorso.

Ma le ipotesi restano sospese nell’aria, come fumo di una candela che prima o poi svanisce, lasciando che l’odore acre si insinui nelle narici ancora per un po’.

Quelle sue parole, dette sempre con il sorriso, quando appariva in pubblico, perché lei amava gli altri, e non solo il suo popolo. “Vorrei essere la regina nei cuori di tutti, ma non penso che sarò mai regina di questa nazione” – diceva. Il suo desiderio era che i suoi figli imparassero a comprendere le emozioni delle persone, le loro insicurezze e le preoccupazioni, le loro speranze ed i loro sogni. Sottolineava sempre che “tutti hanno bisogno di essere valorizzati, perché ognuno ha un proprio potenziale“. Quando la inquadravano, a sua insaputa, lei appariva con gli occhi alzati verso il cielo e i bordi delle labbra all’ingiù, simbolo di una grande tristezza, di quelle che attanaglia a tiene prigionieri; eppure Lady D aveva conosciuto l’amore in vita sua e in merito a questo diceva che “se si incontra qualcuno da amare nella vita, bisogna aggrapparsi a quell’amore“.

Era uno spirito libero la principessa triste, e difendeva quella sua prerogativa contro i dissensi di tutti e diceva: “io sono così, questa è la mia natura e non mi importa se a molti questo non piace“.

Nel 1994 si arruolò nella Croce Rossa, dedicò parte della sua esistenza ai più deboli. Fecero il giro del mondo, le foto che la ritraevano con Madre Teresa di Calcutta, le foto di quelle due donne così diverse, ma così simili in quel sorriso di comprensione e di solidarietà.

Ovunque vi sia sofferenza, è lì che voglio essere, per fare quello che posso” – dichiarò quando gli chiesero cosa ne sarebbe stata della sua vita dopo la separazione dal principe Carlo.

Aveva qualcosa di speciale, Lady Diana, forse era solo la sua grande umanità, che veniva fuori ogni qualvolta si slegava dalle catene di un ruolo che non le avrebbe concesso mai lo spazio giusto dove essere semplicemente quella donna fragile, piena di amore che forse, in quella breve vita, non trovò mai un luogo giusto dove fiorire completamente.

Invitava le persone ad abbracciare le persone con l’Hiv; “Ne hanno bisogno – diceva – fatelo, non abbiate paura, non c’è nessun pericolo di contagio“.

Credeva fortemente nel senso della famiglia, che per lei era la cosa più importante, ma lei non ebbe come gioirne. La sua, di famiglia, fu piena di crepe, di rotture, nelle quali si insinuarono malcontento, rancori e gocce di disperazione.

Chissà perché chi avrebbe dovuta amarla, non lo fece, o non lo fece abbastanza. Chissà se nella sua breve esistenza riuscì a godere di un abbraccio appagante, cosa che lei desiderava per ogni essere umano al mondo. Chissà se una parte di quel che il suo destino le aveva riservato riuscì a viverlo sino in fondo. Soffriva Lady D, ma spesso in silenzio, in quel silenzio che diventava un chiasso assordante nei momenti di sconforto, quando si accorgeva di non poter cambiare il corso degli eventi.

Un giardino a Kensington Palace, a lei dedicato, alla sua memoria, dove in tanti si sono recati per ricordarla. Perché nessuno può dimenticare la principessa triste, colei che dettò il suo stile, inconfondibile, che non si omologò mai ad un mood che non le apparteneva.

Passano gli anni, resta il ricordo di una donna che morì, forse sfuggendo a quei paparazzi che volevano ancora sbranarle pezzi di quella sua tormentata vita.

Simona Stammelluti

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