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Via Atenea anni 60, quattro “vasche” nel decumano della città

Dicono gli studiosi dei tempi antichi che passeggiare per il corso principale, di prima sera, nell’ora del tramonto, con il cielo chiaro e l’orizzonte di ponente rosso, fosse una consuetudine, un costume dei greci, e anche dei greci d’occidente. Anche i cittadini dell’antica Akragas, quella che fu una delle più belle città del Mediterraneo, passeggiavano nel decumano dell’antica città scambiandosi notizie e impressioni di fatti accaduti, iniziando dai grandi temi a loro contemporanei, fino alle cose minute, familiari di poco conto, compresi amori e tradimenti, mai mancati nel condimento della vita.

Negli anni Cinquanta e Sessanta, si compiva ancora quel tradizionale rito delle quattro vasche nell’ora prossima al tramonto.

La via era affollatissima di passanti, gruppi di persone andavano insieme avanti e indietro; parlavano e dissertavano con ampi gesti,  a tratti con rapide soste nei momenti topici del racconto che andavano snocciolando.

Verso la fine degli anni Settanta o primi anni Ottanta, quella felice consuetudine tendeva scomparire, come in quasi tutte le città meridionali.

Avanti e indietro per via Atenea, a passeggio sul decumano orientato Est-Ovest, ed era quasi un obbligo essere presenti tra gli amici di consueta abitudine.

Il percorso era super affollato nei giorni festivi e ancor più nella ricorrenza di feste religiose,  come il Santo Natale, e allora avanti e indietro a gridare auguri, auguri, e anche Buon anno, Buon anno nuovo, che poi sarebbe rimasto uguale a quello vecchio.

 

La pavimentazione della via era in lastre di lava, composte a spina, che erano lucide e brillanti nelle giornate di pioggia.

Negli anni Cinquanta i negozi iniziarono ad essere appariscenti e bene illuminati; anche l’illuminazione pubblica e quella di qualche edificio storico, rendevano accogliente quel percorso, sempre animato di incontri, saluti, ossequi e occhiatacce a destra e a manca per intercettare sensuali volti femminili, a loro volta dagli sguardi ansiosi e sfuggenti.

Erano frequentati poco i ristoranti,  mentre erano molto frequentati i Caffe e i Bar. Quali erano i più noti nel percorso di via Atenea?

Il Bar Cristallo, Caffè Roma, il Gambrinus e il Caffè Torrefazione; nottetempo era frequentato  un locale, quasi un Night Club, si chiamava  “la Conchiglia”. Era il locale della serate danzanti, elegante, luminoso, al suggestivo ritmo  del Booge  Vooge, e di quel posto si raccontavano cose mirabolanti.

Fra i più bei negozi sulla via quello di Cappadona, posto di fronte la discesa della Posta Vecchia, nelle cui ampie vetrine vi erano cristallerie dai pregiati bicchieri, vasi e piatti  e oggetti e figurine di bisquit, anfore e ciotole della Royal Copenaghen.

Ancora più avanti un antico negozio di tessuti  inteso anche  come “panneri” o negozio di panni, di memoria  pirandelliana nella novella Il vitalizio; a destra ancora avanti, tra il palazzo con la balconata del ristorante “da Giugiù”, e il palazzetto gotico dell’orologio una ripida discesa  conduceva proprio di fronte ad una piccola nicchia che era il botteghino  del Cinema estivo. Rimane di quel luogo, poi scomparso,  uno dei più bei ricordi  nel cuore degli agrigentini. Diciamo subito che la scomparsa del Cinema estivo, sul quale è stato costruito un palazzo, è ancor oggi una ferita aperta nel cuore e nel ricordo di molti agrigentini.

In fondo al percorso appariva la facciata di un edificio figurante un colonnato dorico con al centro un cartiglio dedicato ad Empedocle; di fronte una piazzetta lastricata  di marmo bianco, agli angoli i lampioni di ghisa a cinque luci dai vetri sfavillanti, poi sul perimetro sedili di pietra; chiudeva la piazzetta un’inferriata elegante di  ferrosi intrecci di tralci di vigne, vagamente ispirati al Liberty.

Così Vitaliano Brancati, nel suo romanzo “Gli anni perduti”, ricorda il corso di Natàca. Era lungo e dritto con palazzi panciuti e barocchi, luogo delle tradizionali e lente passeggiate: “Tutti camminavano piano piano, lasciando per il maggior tempo che fosse possibile il piede in aria. Era inutile, infatti, era anzi riprovevole camminare velocemente, perché una volta arrivati a un capo del corso, non restava che voltarsi e arrivare all’altro capo, e quindi ridiscendere, e poi risalire, e ridiscendere e risalire…”. E ancora “Quasi tutti si conoscevano e quasi tutti si salutavano, dapprima con cenni lieti e affettuosi, poi con cenni più freddi, poi quando   i – di nuovo buongiorno – pigliavano un tono canzonatorio, il rivedersi ancora cominciava ad avere il significato che ha la grata per il prigioniero…”. Vi erano anche avvocati a spasso, “si salutavano da lontano, dichiarandosi l’un servo dell’altro e pronto l’uno a baciare le mani dell’altro, e a riceve comandi!”.

Appena fuori Porta di Ponte in lontananza il mare, veramente lontano e  poco interessante per la città che non sosteneva alcuna attività marinara, bastava la spiaggia del Lido di San Leone per due tre mesi estivi che volavano come in un soffio.

La valle, appena dopo il tramonto era già buia, qualche luce lontana, solitaria. Ma la valle ritornava ad esplodere rigogliosa  nella precoce primavera, imbiancandosi di tenerissimi fiori di mandorlo. Era una corsa festosa nella Valle dei templi per il nuovo appuntamento con la Sagra del Mandorlo in Fiore.

 

1 Risposta per “Via Atenea anni 60, quattro “vasche” nel decumano della città”

  1. philips ha detto:

    Ricordo quei meravigliosi tempi con nostalgia, Via Atenea (allora Roma) era meravigliosamente affollata di gente che chiaccherava, si salutava e facendo le vasche. Oggi Via Atenea è un deserto desolante in città,

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