Un tempo nel Canale di Sicilia esisteva un’isola incantata
Conobbi Lampedusa nel luglio del 1969; niente alberghi, ristoranti, gelaterie, discoteche, negozi; soltanto una pensioncina, stanze in case di pescatori e un paio di ” trattorie”, questi erano gli unici servizi per i viaggiatori che giungevano in loco.
Non esisteva l’aeroporto e nemmeno il porto.
L’ ” Antonello da Messina ”dava fondo all’ancora all’esterno della baia della Guitgia,veniva un barcaiolo con una vecchia e panciuta scialuppa, si affiancava a babordo e da un boccaporto bagagli e viaggiatori venivano trasferiti sull’imbarcazione. Giunti a terra si veniva avvolti da un pungente odore salmastro di alga e pesce, il silenzio era rotto dal vento che sibilava fra gomene e vissuti scafi di legno scolorito e da voci e risate di pescatori dal volto di scura terracotta.
Case calcinate dal sole costruite con candido calcare marino sbrecciato e morso dal libeccio;tutte le sere il profumo del pesce arrostito dinanzi l’uscio e l’argentino clamore dei bambini salutava il rientro a casa dei pescatori. Era come Massaua, era Africa.
La mattina a Cala Salina venivano sbarcati esemplari di pagro giganteschi che superavano ampiamente i 20 kg ,erano pesci poderosi caratterizzati da una gibbosità pronunciata sul capo ,da una forte dentatura e da una stupenda livrea rosa e argentata ed ancora cernie, dentici e ricciole di proporzioni inusitate; astici e aragoste da primato tentavano di fuggire dalle ceste.
Appena fuori dal paese si estendeva la gariga che vegetava rada colonizzando baie tranquille e immacolate come Cala Croce ,Cala Creta e autentiche gemme come Cala Pulcino,il calore solare sprigionava nell’aria la penetrante fragranza del timo e sulle superfici rocciose affilate schegge di ferro e bossoli raccontavano storie di indomito eroismo e amor di Patria.
Pinne di delfini tagliavano la pergamena azzurra ,squali indolenti si lasciavano cullare in superficie, gabbiani ebbri di spazio raccoglievano in petto il turchese iridescente della baia ”Tabaccara”; marangoni dal ciuffo si tuffavano dalle scogliere di Capo Ponente e i falchi si lanciavano in caroselli aerei.
Lo scrigno azzurro del mare ospitava una inimmaginabile e inenarrabile varietà di forme di vita, un magico caleidoscopio di colori, era l’acquario di Dio.
Era il 21 luglio del 1969, mezzogiorno; nella baia dell’ Isola dei Conigli un piccolo gommone malridotto prendeva il largo, la spiaggia era completamente deserta, sulla battigia la corazza scarnificata di una grossa caretta, sotto la superficie un carosello di donzelle multicolori, di argentei e guizzanti sparidi , di lecce dai bagliori metallici, di timidi rombi e seppie che si mimetizzavano con il fondo.
Fuori dall’acqua una nuvola di vocianti gabbiani reali roteava su me, ovunque magiche e irreali trasparenze, la roccia color ocra attorno alla baia crepitava per la calura.
Era il paradiso. Lampedusa era ” l’ isola che non c’e’ ” ora è ”l’ isola che non c’e’ più ”.
Antonio Vanadia



