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Un genio detestabile chiamato Steve Jobs

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Quando entri in una sala cinematografica, per vedere un film su un personaggio famoso a livello mondiale – sul quale ti sei già abbondantemente fatto un’idea – pensi a cosa avranno mai scovato, per sorprendere lo spettatore.

Un film “Steve Jobs”, scritto da Danny Boyle che a primo acchito sembra il racconto della straordinaria carriera del fondatore della Apple scomparso prematuramente, 5 anni fa. In realtà il film – scritto e diretto in maniera impeccabile – vede come protagonista un eccellente Michael Fassbender, attore irlandese, classe 1977, e racconta molto di più di una carriera.

Racconta prima di tutto un carattere, un temperamento, la capacità di Steve Jobs di “essere” a discapito di quello che gli altri pensavano che lui fosse, ma soprattutto è un film che racconta senza troppi sentimentalismi, di rapporti umani. Rapporti solidi, meno solidi, di amicizia, di stima, e poi ancora rapporti tra un genitore ed una figlia, tra un uomo e una donna che sa stare al suo fianco, malgrado tutto, mentre tra di loro si consuma una intera vita, senza che nessuno dei due ceda mai ad una parentesi di intimità.

A fianco di Fassbender, candidato all’Oscar 2016 come miglior attore protagonista, proprio per la sua interpretazione nel film “Steve Jobs”, vi è una impeccabile Kate Winslet, ben lontana dalle sue precedenti interpretazioni, che sembra essere arrivata alla giusta maturazione artistica, per divenire Joanna Hoffman, una credibile donna in carriera, una manager tutta d’un pezzo che si occupa di marketing, una creatura instancabile, che non si lascia impressionare dalla bravura dell’uomo per il quale lavora, e che sa tirar fuori al momento giusto tutto il carattere che serve, per tenere testa non solo a lui, ma anche alle situazioni che spesso si manifestano in tutta la propria drammaticità.

Una sceneggiatura incredibile, scritta ad un ritmo serrato da Aaron Sorkin, che permette allo spettatore di sentirsi parte delle scene, dei dialoghi, come se tutto si consumasse attorno ad un “one to one”, come se il protagonista potesse interagire con ognuno degli spettatori.

Il film non fa nessun accenno alla malattia di Steve Jobs e questo lo rende ancor più di qualità, perché non si serve della parte drammatica della vita di un uomo potente, quale è stato in vita, per emozionare, o per commuovere. Perché questo film sa anche commuovere in alcuni delicati e profondi passaggi e l’unico familiare messo sulla scena, è sua figlia Lisa, che in diverse età, ma col medesimo carattere, salva il rapporto con suo padre, malgrado lui voglia inconsapevolmente sabotarlo, per non fare i conti con responsabilità e sofferenza che deriva dai rapporti importanti. E cosi si comporta come se quel ruolo genitoriale non “fosse importante” quanto la sua carriera, fin quando scopre, invece, che quel rapporto non solo è importante ma è anche “fondamentale” per il proseguo della sua carriera e della sua stessa esistenza.

Durante la visione del film assai dinamico, si assiste a tutto ciò che accade dietro le quinte del lancio di tre dei suoi più famosi prodotti, a quel che si sussegue quando Jobs va via dalla Apple, per poi farvi ritorno nei panni dell’unico uomo che può salvare l’azienda.

E’ un film girato in “presa diretta”, che mette in evidenza ed amplifica al massimo l’atmosfera stressante vissuta dal protagonista e da tutti coloro che gravitano intorno al suo ruolo di uomo potente e capace, oltre che all’uomo egocentrico, detestabile, con un carattere spesso intollerabile per chi lavorava con lui. Perché lavorare con Steve Jobs significava fare i conti giorno dopo giorno con un uomo che pensava che “tutto ciò che conta è avere il controllo”, che si sentiva colui che “suona un’orchestra”, che sapeva che nessuno poteva vedere il mondo come lo vedeva lui. Un uomo a cui non interessava se gli altri pensassero che fosse fatto male, o se lo detestassero.

Perché in fondo la verità era che anche se gli altri provavano a detestarlo, non ci riuscivano, perché l’esclusività di ciò che quell’uomo in vita fu – e non solo il ruolo che aveva assunto a livello mondiale – era più forte di ogni rancore o di ogni diatriba intavolata.

E’ senza dubbio un film astuto, scritto con cognizione e con la scelta giusta di un attore protagonista che ha saputo dare il giusto senso ad un ruolo, che ha saputo recitare alla perfezione tutti i rapporti instaurati da Jobs con le persone che avevano fatto parte della sua vita; dal suo compagno di liceo, con il quale aveva messo a punto la primissima idea, ai giornalisti, ai soci, all’amministratore delegato, alla donna che lo aveva assistito in ogni sfumatura della sua carriera e della sua vita, rendendolo un uomo migliore, fino al rapporto con sua figlia.

I dialoghi nei film sono tutti “credibili”, e viene anche il dubbio che ci sia una discreta dose di improvvisazione, in alcuni di essi, come se i protagonisti stessero pensando quelle cose, in quel preciso momento.

Un film che – inserito in quello che è oggi il nostro stile di vita – incoraggia una forte ammirazione per Steve Jobs, oltre ad un senso di gratitudine per tutto quello che ha realizzato attraverso la sua intelligenza ed il suo talento. Ma al contempo rappresenta un momento per guardare da vicino il carisma di un uomo che aveva anche qualche rimpianto, oltre a una dose di emotività da tenere sempre sotto controllo, affinché per il mondo intero fosse solo il grande ed immenso “Steve Jobs”.

Senza voler svelare troppo del film, mi viene da regalare una piccola curiosità che questa pellicola racconta. L’I-pod Jobs lo inventa, perché stanco di vedere sua figlia ormai diciannovenne, continuare ad andare in giro con un mangiacassette ingombrante, e così le regala l’idea – poi divenuta realtà – di poter portare con se, in tasca mille brani tutti insieme. Quella sua figlia, Lisa, che amava Joni Mitchell e quelle due versione di un pezzo che se però volete sapere qual è, dovete andare a vedere il film.

Simona Stammelluti

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