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Da uno così ti aspetti qualsiasi cosa; musicalmente parlando.

Perché Avishai Cohen è un artista che sa in che direzione andare, perché ha il talento, puro, ad indicargli la via.

Lui, contrabbassista e compositore, leader di uno del trii più suggestivi del panorama jazzistico mondiale, che da un sontuoso interplay da vita ad una implacabile triangolazione sonora, capace di intessere inquieto fervore e austero lirismo, si è presentato al Festival Internazionale del Jazz di Barcellona – giunto alla 50esima edizione – con un quintetto e un progetto musicale che merita di essere raccontato.

E’ il 1° novembre, e il Barts, locale dove storicamente si suona il jazz, è completamente pieno. Sia la parte antistante il palco, sia i posti a sedere sono esauriti. C’è gente arrivata da tutto il mondo; al mio fianco un gruppo di statunitensi, dietro di me sono tedeschi. Un signore inglese di mezza età si domanda ad alta voce perché quella disposizione del palco. Come non notarla: la batteria sulla pedana, due tastiere, nessun piano, nessun contrabbasso. E’ indubbio ormai che non si tratta di una performance in trio e allora sale la curiosità di scoprire cosa si consumerà su quel palco.

Dopo una breve presentazione, è il momento di sapere, di scoprire, di vivere quel concerto che è in quintetto, con Avishai Cohen che suona il basso elettrico e il suo gruppo che di lì a poco, insieme a lui racconterà un progetto che trasforma il contrabbassista che ci sembra di conoscere così bene, in un cantante, in un tastierista, in uno show man, lontano da quella figura austera a cui dobbiamo il piacere di un jazz che abbiamo imparato a codificare tra sensualità e inventiva.

La voce di Avishai Cohen che canta è talmente bella che a tratti imbarazza, e ti viene da domandarti quando avrà incominciato a farlo ed anche perché.

Saluta il pubblico in spagnolo, la risposta che ne riceve lo fa sorridere. Sul palco si sente a casa, perfettamente a suo agio; è disinvolto, eclettico, ammiccante. la sua conoscenza musicale appare infinita. Il suo progetto è virtuoso, è appagante, si divide tra pezzi in inglese e altri in lingua ebraica. Ci sono pezzi originali e qualche cover, che a mio avviso sono significativamente più belle delle originali.

Con lui sul palco, così come lui li presenta, Karen Malka corista, che lui bacia sulla bocca, Shai Bachar alle tastiere, suo grande amico, Marc Kakon, virtuoso chitarrista e  Jamale Hopkins uno dei più bravi batteristi in circolazione. “Per essere la miglior band, bisogna avere il miglior batterista” – dice Avishai ed è difficile dargli torto, quando ad accompagnarlo c’è davvero uno dei migliori. I suoi musicisti non sono jazzisti puri, ma sono capaci di grande groove. L’atmosfera e le vibrazioni sono tipicamente anni 70, e non a caso il suo nuovo progetto discografico si intitola proprio 1970 ed è da quello che vengono i pezzi eseguiti, durante il concerto a Barcellona.

Le esecuzioni mostrano arrangiamenti che profumano di sound anni 70, ma si avvertono forti tutte le influenze, dalla musica afroamericana, al soul; le sue radici israeliane definiscono alcune armonie e raccontano gli arrangiamenti che sono cuciti attraverso una relazione quasi spirituale.

Song for hope” apre il concerto. Pezzo originale, convincente nel testo e nel contesto. Canzone di speranza, musicalmente perfetta nel tempo, si avverte l’uso del charleston della batteria, ma è la voce di Cohen che ruba la scena.

Gli assoli di batteria, durante la performance sono spesso al servizio dei pezzi in cui Avishai canta in arabo. Così come in uno dei pezzi più belli a mio avviso, che è “It’s been so long” … quel tempo che passa e qualcosa che resta. La voce di Karen così leggera e vellutata che si fonde con quella del bassista che è profonda e piena. Un 3/4 che conquista nella parte strumentale quando la chitarra usa gli effetti per disegnare le scale. Durante il concerto si strizza l’occhio al jazz, Avishai Cohen è un jazzista straordinario, e questa novità è solo un vezzo artistico che nulla toglie alla magia di quando suona in trio.

Fanno finta di andare via quando è ancora troppo presto. Poi restano, convinti. Il contrabbassista fa un omaggio ad un suo grande amico, Gerry Gonzales, trombettista e batterista portoricano, scomparso lo scorso 1 ottobre, che lui stesso definisce come un genio del jazz e del flamenco.

Regala “Vamos pa’l monte”, con un assolo di basso, che restituisce proprio la capacità musicale del musicista israeliano.

Il momento più alto della serata, quello che quasi commuovo per quanto è bello, è l’esecuzione di “Remembering” che siamo abituati a sentire eseguito dal trio, e che a Barcellona ha avuto un vestito nuovo ma stessa anima, senza stravolgimenti. Stesso tempo, stesso pathos e quel basso elettrico è andata a fondo, ha messo in evidenza il tema con evoluzioni che poi hanno lasciato il posto all’improvvisazione che è arrivata prorompente fin nello stomaco. Il giro armonico delle tastiere ha fatto da tappeto e la batteria in sordina ha messo gli accenti a ogni giro di cui Avishai Cohen si è servito per suonare quello struggimento nelle note gravi. Intriga, mentre suona e imbracciando il basso elettrico, assume una postura che lo rende irresistibile.

E’ un vero show.

Il chitarrista si trasforma in rap e canta in francese, il piano è hammond, il basso è in evoluzione e le due voci, quelle di Marc Kakon  e di Karen diventano una dimensione allucinogena.

La voce di Avishai è precisa, dinamica e coinvolgente quando canta in arabo, con perizia tecnica, mantenendo gusto ed equilibrio armonico.

C’è l’elettronica, ci sono gli effetti speciali, c’è il groove, c’è il dinamismo del funky, c’è il jazz che trasuda dalle corde del basso di un grande artista. C’è una complicità in questo progetto e c’è la consapevolezza di potersi permettere qualunque incursione nel mondo musicale fuori dalle porte del jazz in cui lui, resta impeccabile.

Prima di lasciare il suo pubblico, Avishai canta a cappella una canzone spagnola … nudo al cospetto del silenzio che regna in teatro.

Eccolo Avishai Cohen, l’uomo e l’artista che si mostra, nelle intenzioni di una serata in musica, con in dosso un paio di jeans ed una maglietta e quel talento che non muta, se muta il modo di regalare emozioni.

Lui, che nel 1970 è nato, ha raccolto la sua esperienza e l’ha soffiata sul pubblico, con cui ha saputo instaurare un dialogo raffinato e contemporaneo.

E se il contrabbassista è solito giocare con il controtempo, ma per sottrazione, in questo concerto si è divertito a isolare suoni e dettagli, riuscendo a pieno a riassumere in due ore di concerto, la sua costante innovazione.

 

Simona Stammelluti