Home / Post taggati"mafia"

Ci pone una domanda Federica Angeli, la coraggiosa giornalista di La Repubblica, che vive da oltre 1700 giorni sotto scorta, minacciata da Armando Spada contro il quale ha testimoniato pochi giorni fa.

Chiede aiuto a tutti noi, ai suoi seguaci, ai giornalisti, alla gente comune, affinché tutti insieme si possa dire ai cittadini di Ostia, che non sono soli, che se hanno bisogno di rinforzi, noi ci siamo. Sì, perché ieri, è partito il processo contro il clan Spada, ma le vittime non si sono presentate in aula, non vi è stata nessuna costituzione di parte civile. A parte Regione Lazio, Comune di Roma, le associazioni antimafia Libera, Caponnetto e Ambulatorio Antiusura Onlus nessuna associazione di Ostia si è presentata al processo.

C’è senza dubbio un muro di omertà che soffoca la libertà di questo territorio. La parte buona della città di Ostia diserta l’aula, non accoglie neanche l’accorato appello del Santo Padre della scorsa domenica, che ha incoraggiato ad “aprire le porte alla giustizia e alla legalità“.

Le ragioni di questa assenza collettiva, risiede nella paura, così come sottolineato dal Pubblico Ministero durante il processo, risiede nel fatto che la pericolosità criminale non si è placata con gli arresti, risiede nella sfiducia, forse anche nella rassegnazione.

E se dai social però son tutti “coraggiosi” mentre si lanciano in definizioni di cosa sia la mafia, mentre si lamentano dell’etichetta affibbiata a Ostia, mentre si dicono tutti solidali con chi ha subìto le minacce della malavita, ieri l’aula del tribunale non ha potuto accogliere coloro che avrebbero potuto e dovuto  – perché parte lesa – andare e parlare, una volta per tutte;  hanno preferito star zitti, essere assenti.

Lei no, Federica Angeli parla, perché lei con la paura ha imparato a convivere, l’ha messa a tacere, perché la sua ridotta libertà di movimento non le toglie la libertà di difendere la legalità, con al sua penna e con quel coraggio che tutti dovremmo avere.

Dite cosa avreste fatto voi, al loro posto – chiede la Angeli dalle pagine di Twitter. Bella domanda; perché a parole siam tutti bravi, ma ci saremmo alzati, per andare in quell’aula, ieri?

Se davvero in questi anni, siamo stati sinceri, abbiamo sostenuto con consapevolezza Federica Angeli, le sue battaglie e i suoi insegnamenti, se davvero abbiamo gridato insieme a lei che la mafia è una montagna di merda (Cit. Peppino Impastato) che si vince “a mano disarmata“, allora avremmo dovuto affollare quell’aula, avremmo dovuto denunciare, e sostenere chi ha subìto i soprusi che si trasformano in schiavitù, quando non ci si libera dal peso  delle prepotenze, come ribadiva Papa Francesco solo pochi giorni fa.

Fa bene la Angeli a chiederci cosa avremmo fatto, visto che in quell’aula quando si è girata, ieri, -perché lei c’era malgrado i giornalisti non fossero proprio i benvenuti – non ha visto nessuno. Ha ragione la Angeli a spronarci a chiederci da che parte stiamo, veramente; ha ragione ad incoraggiarci a parlare con i suoi followers, perché la legalità è quella libertà irrinunciabile che dovremmo aiutarci reciprocamente ad avere, a riavere se l’abbiamo perduta e a difendere.

E allora  sì ci siamo, se la parte sana di Ostia ha voglia di parlare, di non stare più zitta, di entrare in quell’aula di tribunale, ci saremo…nessuno sarà lasciato solo. Lo Stato ad Ostia è arrivato, che i cittadini facciano la loro parte, adesso.

E se oggi Federica Angeli rinuncia a presentare ad Ostia il suo libro #amanodisarmata, dopo giorni e giorni di tour in tutta Italia – è perché è stanca proprio di questo comportamento; è stanca di sentirsi chiamare “eroe”, è stanca di applausi e di sentirsi dire “sei tutti noi”. Quel sostegno che in tanti professano, è venuto meno, ieri.

Era questo il momento di alzare la testa, ma non è stato fatto” – dice Federica Angeli, e allora ci auguriamo che la sua provocazione, la sua scelta, e quella domanda rivolto alla collettività dalle pagine del social, possa essere un vero esame di coscienza un po’ per tutti, che idealmente, in quell’aula di tribunale ci dovremmo entrare per dire, senza paura, da che parte stiamo.

 

Simona Stammelluti

E’  recidivo il comune di Lamezia Terme, che quest’oggi per la terza volta  è stato sciolto per infiltrazione mafiose,  dal Consiglio dei Ministri

Sciolto il comune di Lamezia Terme per infiltrazioni mafiose. Lametia Terme che con i suoi 70 mila abitanti è la terza città calabrese per numero di abitanti dopo Reggio Calabria e Catanzaro.

Gli stessi provvedimenti sono stati presi anche per altri 4 comuni calabresi che sono Cassano allo Jonio, Isola Capo Rizzuto, Marina di Gioiosa Ionica e Petronà.

Sembra che a Lamezia la decisione non abbia sorpreso più di tanto. Forse per le dichiarazione della presidente della commissione parlamentare Antimafia Rosy Bindi, che solo qualche giorno fa, a margine di un convegno a Cosenza, ha dichiarato “A noi della commissione parlamentare Antimafia sembra che ci siano tutti gli elementi per arrivare allo scioglimento del consiglio comunale“.

 


Sembra ieri quel 23 maggio del 1992: 25 anni fa Giovanni Falcone aveva da poco saputo che sarebbe stato il procuratore nazionale antimafia, uno scenario quello, che all’epoca dei fatti faceva ancor più paura, perché con quel nuovo incarico il giudice diveniva ancor più pericoloso e i suoi nemici lo sapevano. Quei nemici che non erano solo i “mafiosi”propriamente detti. Che poi andrebbe capito per davvero di che mafia si parla. Certo non la manovalanza, non la malavita locale che innescò il tritolo sull’autostrada di Capaci.
Quella mafia che un tempo era relegata alle terre del sud e che da sempre prende nomi diversi pur utilizzando lo stesso codice, quella mafia che ha rotto ogni confine, che ha cambiato continuamente forma e natura, che si è modificata, si è infiltrata, si è messa il vestito buono per mimetizzarsi in maniera impeccabile in tutti gli ambienti, perché il potere resta la migliore posta in gioco e il mondo è abitato da corrotti e corruttibili.
Sembra una vita fa, quel 23 maggio. Chissà cosa sarebbe accaduto se Giovanni Falcone non fosse stato assassinato. Difficile dirlo. Lui, convinto che la mafia non fosse invincibile, che come tutti i fenomeni umani, avrebbe avuto una fine. Lui, consapevole in vita di essere un morto che camminava, che sapeva per certo che ad ucciderlo non sarebbe stato il fumo, lui consapevole di essere un bersaglio scomodo e di avere un destino segnato, lui che non si sottrasse mai alla morte ma non fu certo un martire. Morì amando la vita, difendendo la verità con il lavoro e il sacrificio.
Le parole strage, attentato oggi fanno paura come allora.
Oggi i giovani che hanno l’età che io avevo all’epoca della strage di Capaci, hanno forse più mezzi di quelli che avevano quelli della mia generazione per capire i meccanismi della mafia e per prendere le distanze da essa. Mafia Capitale è solo uno dei tanti nuovi volti della mafia, che si annida davvero in molti dettagli del quotidiano, anche se a volte facciamo finta di non vedere, ci tappiamo orecchi e bocche, ci giriamo dall’altra parte perché è più comodo così. C’è la mafia ad Ostia, e ci sono voluti tanti altri “sacrifici” e massicce dosi di coraggio per smascherare realtà ben nascoste nei piani alti di palazzi di potere.
La lotta alla mafia dovrebbe essere costante e partire sempre dal basso. Ci potranno essere altri cento Giovanni Falcone, ma se non impariamo a riconoscerla, la mafia, alcuni sacrifici saranno stati vani. E non dimentichiamo che ad oggi ci sono altri magistrati e tanti giornalisti che rischiano di saltare in aria perché la mafia la guardano in faccia, la raccontano, la scovano, scavando a mani nude proprio lì dove in molti si sono girati dall’altra parte, proprio lì dove ci sono realtà inquietanti.
Nella confusione di alcuni eventi e in momenti storici propizi, nasce il marcio anche dove non dovrebbe. Non ci dimentichiamo che esistono sì associazioni antimafia, ma ne esistono anche di finte. E allora come si fa a capire da che parte stare, se a volte la verità si nasconde nelle rughe di volto che dovrebbe rappresentare la legalità?

Quando conobbi per la prima volta la giornalista di Repubblica Federica Angeli, a tutt’oggi sotto scorta perché ripetutamente minacciata, lei mi disse queste parole a bruciapelo: “La mafia si fa strada ogni volta che si chiede un piacere a qualcuno che conta, ogni volta che pretendiamo di passare avanti agli altri, ogni volta che siamo disposti a ricambiare un favore mentre sappiamo che quel favore non era proprio lecito, ogni volta che sappiamo che da qualche parte qualcosa non va come dovrebbe, ma facciamo finta di non aver visto e di non aver sentito perché è più comodo così”.
Dovrebbero scriverne un decalogo con queste parole della Angeli e appenderle nelle scuole. Dovremmo essere capaci di educare le nuove generazioni alla legalità, sostenendo la cultura, ed è questo che Falcone voleva, era questo che credeva possibile come arma contro la mafia.
Esiste un “mondo di mezzo”, che andrebbe raso al suolo. Prendere una posizione ferma e di coraggio è oggi più che mai un passo fondamentale, prima che si sia costretti a dire che “il tempo passa, la mafia resta”.
Ma sembra che le coscienze si smuovano solo all’occorrenza, nelle occasioni che ci ricordano che la mafia è una montagna di merda (Peppino Impastato).

Solo all’occorrenza ci si mobilita, si aderisce ad iniziative, si alzano bandiere a lutto, si è sensibili, ci si commuove e si piange. Si grida all’atto ingiusto. Tutto dopo, però.
Come se la spinta a fare qualcosa, a capire che non si può più stare ad aspettare, inermi, che le cose cambino, sia sempre un “atroce accaduto”. La mafia non attende inerme.
Attende solo i momenti propizi.
Studia le sue mosse, rendendole significative, e prepara gli attentati.
Mai a caso.
Mai in un luogo a caso.
Mai in un giorno a caso.
Perché il terrore, la mafia lo semina “a fuoco”, lasciando cicatrici nella vita sociale, che nessuna chirurgia estetica potrà mai nascondere.
Simona Stammelluti


Ancora mafia e politica al sud.
Sono stati sciolti dal governo i comuni di Gioia Tauro, Laureana di Borrello e Bova Marina. I tre comuni della provincia di Reggio Calabria sono stati sciolti per mafia.
Palazzo Chigi fa sapere che sono stati sciolit per accertati condizionamenti dell’attività amministrativa da parte della criminalità organizzata
Terzo scioglimento per mafia, a Gioia Tauro, quello odierno. Il primo nel 1991, il secondo nel 2008.
Gioia Tauro e Laureana (dove non si voterà dunque il prossimo 11 giugno) erano stati commissariati in via ordinaria dopo che la maggioranza dei consiglieri comunali aveva rassegnato le proprie dimissioni. Proprio a Gioia Tauro, dopo le dimissioni della maggioranza, anche il sindaco Giuseppe Pedà era stato costretto a lasciare il suo incarico di primo cittadino. Dopo l’arrivo del commissario prefittizio erano scattate due inchieste antimafia che portarono all’arresto dei dirigente dell’ufficio tecnico comunale Angela Nicoletta, e di alcuni parenti di un ex amministratore locale. L’inchiesta aveva visto il coinvolgimento di diverse aziende ed imprese accusate di aver manipolato alcune gare d’appalto che si erano svolte proprio nella piana di Gioia Tauro.
A Laureana di Borrello, il prefetto di Reggio Calabria aveva inviato un commissario a causa delle dimissioni in massa del sindaco Paolo Alvaro e di tutti i consiglieri, seguite all’inchiesta della Dda di Reggio Calabria che aveva portato all’arresto dell’ex assessore comunale Vincenzo Lainà, ritenuto il riferimento politico di alcune cosche.
Per quanto riguarda Bova Maria, lo scioglimento odierno ha origine in una inchiesta giudiziaria. L’accesso della commissione antimafia era stato disposto nello scorso gennaio dopo l’arresto del sindaco Vincenzo Crupi avvenuto il 7 dicembre 2016, posto poi ai domiciliari nell’ambito di una inchiesta della Dda di Reggio Calabria con l’accusa di corruzione in relazione all’appalto per la raccolta dei rifiuti.

Una maxi-confisca di beni a due esponenti di spicco della Mafia e’ stata eseguita dalla Dia di Caltanissetta. I decreti di confisca riguardano quattro aziende, sei immobili e 68 terreni, oltre a numerosi rapporti bancari riconducibili a Calogero Grizzanti, 61 anni, di Sutera, e a Gaetano Falcone, 71enne di Montedoro. Le misure sono state emesse dal locale Tribunale-Sezione Misure di Prevenzione su proposta del Direttore della Dia, a seguito di indagini patrimoniali. Grizzanti e’ risultato “reggente” della “famiglia” mafiosa di Sutera, nonche’ fra gli uomini d’onore appartenenti al sodalizio capeggiato dal noto Giuseppe Madonia, detto “Piddu”, operante nella provincia di Caltanissetta. Gaetano Falcone, fratello di Nicolo’ “rappresentante” della “famiglia” di Montedoro, e’ considerato un uomo d’onore vicino ai vertici di Cosa nostra nella provincia di Caltanissetta.

Sono oltre 100 i Carabinieri del Comando Provinciale di Catania ed unità specializzate, che, dalle prime ore del mattino, stanno eseguendo nella provincia un provvedimento cautelare emesso dal Giudice delle Indagini Preliminari del Tribunale etneo su richiesta della locale Direzione Distrettuale Antimafia, nei confronti di 15 persone, ritenute appartenenti al “gruppo di Belpasso”, operante prevalentemente in quel comune, quale articolazione territoriale della famiglia di Cosa Nostra catanese Santapaola – Ercolano, ritenute responsabili a vario titolo di associazione di tipo mafioso, detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti, estorsione, rapina, sequestro di persona, danneggiamento seguito da incendio e riciclaggio, con l’aggravante del metodo mafioso.
Le indagini, coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Catania, hanno consentito di ricostruire l’organigramma del clan, di individuarne i capi ed i gregari. Gli investigatori hanno altresì documentato l’ingente volume di affari illegali della consorteria criminale, riscontrando un diffuso condizionamento illecito dell’economia locale, il sistema di gestione dell’attività di spaccio di cocaina e marijuana nonché acquisito elementi di prova in ordine ad estorsioni consumate in danno di imprenditori locali alla perpetrazione di rapine nei confronti di autotrasportatori al fine di agevolare l’organizzazione di appartenenza.
A capo del sodalizio malavitoso, il pericoloso e spietato “boss” Carmelo Aldo Navarria, scarcerato e rimesso in libertà nel 2014 dopo 26 anni di reclusione per sei omicidi. che negli anni ’80 era considerato lo “spazzino” –colui che faceva sparire i cadaveri- del clan “Malpassotu” braccio armato di Nitto Santapaola.
I dettagli dell’operazione saranno forniti nel corso di una conferenza stampa che si terrà alle ore 10.30 nella saletta della Procura della Repubblica di Catania alla presenza del Procuratore Carmelo Zuccaro.

Al via oggi, all’aula bunker del carcere Pagliarelli di Palermo, il processo d’appello denominato ‘Apocalisse’, che vede alla sbarra 97 imputati ritenuti vicini a Cosa nostra. In primo grado furono emesse condanne per oltre mezzo secolo di carcere, mentre furono trenta gli assolti. Nei loro confronti i pm di primo grado, l’ex aggiunto Vittorio Teresi e Francesco Del Bene, Amelia Luise, Annamaria Picozzi, Dario Scaletta e Roberto Tartaglia, hanno presentato appello contro l’assoluzione. I due blitz denominati ‘Apocalisse’, nel 2014 e 2015, decapitarono i clan di San Lorenzo, Resuttana, Acquasanta e Partanna Mondello. Oggi il processo d’appello.


Il Gup del Tribunale di Palermo, Ermelinda Marfia,  ha condannato a  due anni di reclusione Angelo Prato, 38 anni di Camastra, accusato di aver “ripulito” la pistola di Saro Meli, alias “U puparu”.
L’udienza, svoltasi a Palermo, vedeva il camastrese unico imputato poiché giudicato con il rito abbreviato. Il pm Alessia Sinatra aveva chiesto la pena di 3 anni.
Il blitz Vultur, che ha rappresentato un colpo alla famiglia mafiosa di Camastra, è scattato nel luglio 2016.  Angelo Prato è difeso dall’avvocato Daniele Re.

Sono 50 i beni confiscati alla mafia e trasferiti a istituzioni agrigentine nel periodo che va dal 2015 ad oggi. Tra questi troviamo i beni conficati ai Capizzi di Ribera, ai Panepinto di Bivona e altri riconducibili al boss Falzone di Campobello di Licata. A Canicattì, due appartamenti confiscati a Salvatore Di Di Gioia sono diventati alloggi di servizio dei carabinieri. A Palma di Montechiaro a beneficiare delle confisce è stato il Comune che ha ricevuto 4 immobili, tra case e terreni, sequestrati a Giovanni Ballanti. Stessa sorte, a Ribera, per 6 appartamenti confiscati alla famiglia Capizzi. Ultimi, in ordine cronologico,, un appartamento e due villette che a Menfi sono state “tolte! alla disponibilità di Rosario Cascio, detto “u puparu” e che sono state assegnate al comune di Menfi.


Un gruppo di imprenditori e professionisti di Licata e dei Comuni limitrofi ha dato vita ad una nuova associazione antiracket che si propone di “diffondere la cultura della denuncia e di creare un movimento solidale a tutela di tutti coloro che decidono di non sottostare più alle imposizioni mafiose”. La nuova associazione, nata anche grazie all’aiuto dei volontari di LiberoFuturo che operano soprattutto nella Sicilia occidentale, aderisce alla Rete NOMafie ed è composta da imprenditori e professionisti “che hanno già vissuto in prima persone esperienze di resistenza antimafiosa, denunciando e costituendosi parte civile nei processi”. Proprio in virtù di queste esperienze i volontari di LiberoFuturo Licata “sapranno offrire assistenza adeguata ai colleghi che ne avessero bisogno”. “Questa parte orientale della provincia di Agrigento era completamente sguarnita di una presenza attiva dell’antiracket e negli ultimi tempi è crescuta forte la necessità di strutturare un gruppo attivo capace di operare incrementando il numero delle denunce – si legge in una nota – Da oggi tutti gli imprenditori che ne avranno necessità potranno trovare dei colleghi pronti a consigliarli, a rassicurarli e ad accompagnarli dalle Forze dell’Ordine per denunciare. Offriremo agli imprenditori denuncianti assistenza legale gratuita e inoltre ci impegneremo per la diffusione della pratica del Consumo critico NoPizzo che mettendo insieme consumatori e commercianti/imprenditori riesce a tenere lontani gli estortori ed a liberare pezzi di mercato”.