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Ieri 4 agosto 2018, si è chiuso in bellezza il Beat Onto Jazz Festival nella splendida cornice di Piazza Cattedrale in Bitonto, dopo 4 giorni di grande musica.  La manifestazione, giunta alla sua 18esima edizione – festeggiata ieri sera con una bella torta – è stata, anche quest’anno, la dimostrazione di come la cultura (anche musicale) per dare i suoi frutti deve nutrirsi di curiosità e perseveranza, di passione e di competenza e tutto questo, in questi 18 anni a Bitonto si è consumato, grazie all’Avvocato Emanuele Dimundo, direttore artistico della Kermesse, che ha fatto dono di sé e della sua passione alla comunità, all’ Associazione InJazz, agli sponsor che anno dopo anno hanno creduto al progetto, all’amministrazione comunale che ha sposato l’iniziativa e che ha sostenuto economicamente buona parte delle spese necessarie alla realizzazione del festival, permettendo così non solo la gratuità dell’evento, ma dimostrando di sostenere con forza la volontà e l’impegno di educare pian piano la popolazione al bello, al nuovo, riuscendo così a cambiare le sorti di un luogo, dell’attenzione che si da ad esso ed anche a valorizzare con un contesto culturale, quel che fino a pochi anni fa sembrava impresa difficile.

Le serate – mi sembra doveroso dirlo – hanno avuto il loro successo, oltre che per la caratura dei musicisti che sono intervenuti sera dopo sera al festival jazz, anche per la competenza e la padronanza con cui Alceste Ayroldi – critico musicale, docente ed esperto di jazz – ha condotto le serate, introducendo gli artisti, intervistandoli e accogliendo non solo i musicisti, ma tutti coloro che sono intervenuti alla pregevole manifestazione e vi assicuro che sera dopo sera, la piazza è sempre stata gremita.

A chiudere l’edizione 2018 del Beat Onto Jazz Fest ieri sera nel primo set, il sassofonista inglese Stan Sulzmann e il suo Italian Quartet che ha portato sul palco Massimo Colombo al pianoforte, Maurizio Quintavalle al basso, Enzo Zirilli alla batteria. La cosa che salta all’orecchio, in una performance come quella di ieri sera è che i musicisti, tutti bravi con una possente esperienza alle spalle, hanno dato dimostrazione non solo di agilità tecnica ma anche mentale; basti pensare alla difficoltà oggettiva che c’è nel dialogo pianoforte-sassofono, che però ieri sera tra Colombo e Sulzmann è stato accattivante. Le velocità nelle scale, è una caratteristica comune ai due musicisti, le evoluzioni al sax sovrapposte sapientemente ai virtuosismi pianistici. Il supporto della base ritmica è ben calibrato e il controtempo è ricco e pulsante.

Un concerto poco mainstream – inteso come convenzionale – e molto radicato nella tradizione jazzistica (il concerto è stato proprio per gli appassionati) che conserva l’originalità che appartiene a chi sa come smontare una convenzione, per reinterpretarla a proprio gusto.

Ottima la performance sullo standard di Gershwin “My man’s goes now“, una ballata che a me è venuta in mente nella versione di Bill Evans in trio con LaFaro e Motian o in quella cantata da Nina Simone. La versione dell’Italian Quartet, ha lasciato che fosse il sassofono ad essere protagonista, ma il tessuto imbastito è stato adeguato allo stile di Sulzmann, e le improvvisazioni sono state di gran fascino. Nella performance anche pezzi originali scritti dal maestro Colombo e sul finale un omaggio a  Ornette Coleman con il pezzo “Humpy Dumpy“, un vero e proprio racconto, e si sa, quando si racconta ognuno lo fa a modo proprio. E allora Stan Sulzmann e il suo quartetto lo fanno a modo loro, fingendo di cercare la nota giusta, in partenza di pezzo e poi prorompendo in bellezza ed espressività, nella libertà delle forme, con il tema affidato all’ispirazione del solista.

E se di solito ci si domanda, mentre si assiste a questo genere di connubio artistico come si siano formate alcune sinergie musicali, alcuni incontri, ieri sera è stato Enzo Zirilli a raccontare di aver conosciuto Mr. Sulzmann a Londra, città dove il batterista viva da anni, e di avergli poi proposto questo sodalizio già in piedi tra Zirilli, Colombo e Quintavalle con il progetto musicale “Powell to the People”. E non si fa fatica a capire che l’affiatamento tra i musicisti italiani è spiccato, ma il quartetto è senza dubbio arricchito dal grande talento inglese.

Erano da poco passate le 22,30 quando sul palco è salito il gruppo che tutti attendevano sin dal giorno di apertura, il gruppo più grande e longevo del genere fusion dal 1977 e che ha delle caratteristiche così spiccate che non si può non farsi travolgere. A chiudere il Beat Onto Jazz Fest, nel secondo set ieri sera, gli YellowJackets, per l’unica data in Puglia, già in tour lungo lo stivale per il piacere degli appassionati del genere.

Will Kennedy alla batteria, Dan Anderson al basso,  Russell Ferrante al pianoforte e Bob Mintser ai sassofoni. La formazione non è quella originale, alcuni elementi si sono avvicendati negli anni, ma sentendo Mintser ai sassofoni, nella formazione dal ’90 e il giovanissimo Anderson che quel basso l’ha fatto suonare con virtuosisimi sentiti poche altre volte in vita mia,  viene da dire “che gruppo!Una tavolozza di suoni e sfumature, pure gioia in musica, capaci di coniugare il jazz  ad altri generi come l’R&B, genere dal quale sono partiti, ad accenni di musica afro-americana, a nuance pop. Che poi con quel William Kennedy alla batteria c’è da riconoscere che se la base ritmica è in equilibrio e sa confezionare il tempo con tempra e verve l’atmosfera è assicurata. Rullante e cassa hanno risuonato in quella piazza con un “battito” travolgente. E va bene che questo gruppo stratosferico abbia fatto il buono e il cattivo tempo, per oltre un trentennio, considerato che la loro è musica strumentale ad altissimo livello.

Interplay, mood funky ma con spiccata impronta jazzistica, gli Jellowjackets sono diventati il paradigma di questo genere. Il sassofono (anche elettrico usato ieri sera da Mintser) non ha limiti sonori e il pianoforte di Russell Ferrante sa come correre nell’armonia senza tralasciare le sfumature del piano e del forte. E l’australiano Dan Anderson mi ha particolarmente colpito. Perché se la line-up consolidata di Ferrante-Kennedy-Mintser, viaggia come un treno, non fa nessuna fatica il giovane bassista a restituire in feedback un sound compatto e coerente, con virtuosismi, timbrica ed effetti che  ricordano la genialità di  Pastorius. Non è certo un concerto in cui puoi avere un passaggio da canticchiare, questo è certo, come è certo che non è un genere per tutti. Bisogna essere avvezzi al ricerca della sonorità oltre l’armonia, ma poi alla fine non serve…perché si è talmente travolti da una musica complessa che si può togliere lo sfizio di rimanere sempre giovane, attuale, accattivante.

Che dire, un plauso a chi questa manifestazione l’ha voluta, a chi l’ha realizzata, a chi c’ha creduto e a chi negli anni ha dato conferma di come mettendosi insieme, facendo gruppo e sfidando il luogo comune circa i concertoni a grandi cifre, si possono realizzare manifestazioni di grande caratura e di grande fascino.

Al prossimo anno

Enjoy

 

Simona Stammelluti

 

 

 

 

La cornice è delle più suggestive, ed il concerto di Dino Rubino e del suo prestigioso trio, ha chiuso il festival jazz giunto alla sua settima edizione

Photo - Giancarlo Ferlito

A guidare il trio che ha allietato una mite serata di settembre, è Dino Rubino, trombettista, ma anche pianista, “enfant prodige” dotato di talento indiscusso, ma anche di quella capacità di spostare sempre un po’ più in là il traguardo del suo modo di fare musica. Tutta sua la capacità anche di scegliersi i compagni di viaggio, tanto da portare nella sua Sicilia – dove è nato e dove ritorna sempre con immutata emozione – due dei nomi di spicco del panorama jazzistico italiano ed internazionale. Con lui, sul palco della villa comunale di Taormina, Paolino Dalla Porta, contrabbassista che vanta collaborazioni con i migliori jazzisti al mondo, sempre ispirato, impeccabile sia nelle esecuzioni che nella sinergia con gli altri musicisti, ed Enzo Zirilli, siciliano anch’egli, figlio del mondo, che da diversi anni vive tra Londra e Bari, considerato uno dei batteristi più creativi  e versatili tra i contemporanei, dotato non solo di tecnica, ma anche di un groove travolgente.

Photo - Giancarlo Ferlito

Sul palco tre generazioni, e ognuno dei musicisti con il suo personalissimo bagaglio di esperienza jazzistica, appaiono perfettamente miscelati in “nuance” accattivanti e a tratti lussureggianti. Un trio che nasce “sul campo”, un anno e mezzo fa, che diventa subito intesa e che traccia un “mood” nel quale dipanare un repertorio che spazia tra composizioni originali, standard americani e canzoni d’autore dal cui tema poi, parte un’onda di improvvisazione che soddisfa anche i più esigenti degli appassionati e che dà ad ogni musicista, il giusto spazio nel quale raccontare variazioni ritmiche e sfumature, senza mai alterare lo stile nel quale il trio si identifica a pieno.

“On air Trio” è un bel lavoro. E’ un boccale di talento che “trabocca” sonorità e virtuosismi, a tratti senza freni. Equilibri perfetti, scambi di assoli e interplay impeccabile.

E proprio quando decidi di adagiarti in un sonorità mediterranee, dove Paolino Dalla Porta suona il contrabbasso con l’archetto e Zirilli regala il meglio di se come percussionista, Dino Rubino intesse le trame di variazioni sul tema che conducono lontano, lì dove il jazz non teme confronti.

Il trio è fortissimo sia nell’esecuzione degli standard sia nella capacità di raccontare la bossanova. E così “Oh que sera” di Chico Buarque, resta impigliata ad una notte che non conosce fine, durante la quale un pubblico appassionato applaude e chiede loro “ancora e ancora” di continuare a suonare.

Photo - Giancarlo Ferlito

Dino Rubino è un personaggio oltre che un bravissimo pianista, dotato di “resistenza” tecnica, oltre che di quella capacità di raccontare “il tempo ed i suoni del mondo”.

Finge di non aver più nulla in repertorio, ma c’è tanto nel suo vaso artistico che scoperchia insieme ai suoi compagni di viaggio, con la semplicità di chi la musica la fa sua, la plasma e la regala, semplicemente, dietro un paio di occhiali da sole e dietro una bellezza artistica, per nulla scontata.

C’è spazio per tutto, nel repertorio dei tre musicisti, anche per una “Moonlight Serenade” o per Pata Pata, o “Mi Ritorni In mente”. Tutto condito da assoli che colmano la curiosità di sapere come verranno eseguiti, e “come” andranno a finire.

Ognuno ha scelto il proprio posto in un concerto, equilibrato nel repertorio, oltre le aspettative nelle intenzioni, e dunque un regalo fatto alla Sicilia, per mezzo di due siciliani, che con la complicità di un milanese, sono riusciti “anche” nella loro terra ad essere “profeti” di quel che si racconta, suonando con passione.

Simona Stammelluti