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Il teatro come custode di quell’arte che trasmigra da un autore ad un attore; e a dirigere le dinamiche e il senso di un’opera – con un ruolo tanto delicato quanto decisivo – il regista.
La regista, in questo caso; Perché Nadia Baldi la sua genialità, non l’ha vestita solo mettendo in scena una delle opere più belle di colui che fu “proprietario unico” di una drammaturgia che molto ricorda il senso del teatro di Beckett, di quel malessere che quando manifestato, esplode e gratifica, ma utilizzando un personalissimo linguaggio scenico.
Annibale Ruccello – per chi ha avuto l’onore di amarlo non solo come drammaturgo ma anche come antropologo – ha lasciato in eredità al mondo teatrale un materiale nobile, una tradizione popolare; Ruccello aveva una scopo ben preciso, quello di tirare lo spettatore dentro un vissuto, dentro la trama, non intesa come storia in se, ma come insieme di maglie lavorate ad arte, capaci di inglobare e di risvegliare nella tragicità del vivere, l’uomo che approccia al teatro, proprio tra le mure del teatro.
Assistendo al Ferdinando con la regia di Nadia Baldi – in scena al Piccolo Eliseo di Roma fino a domenica 5 novembre – sembra come se la stessa regista abbia ascoltato un suggerimento di chi quel testo lo ideò.
Sono le sfumature, la dinamicità, il ritmo e la credibilità degli attori calati in quel contesto pensato da Ruccello che immaginò una Napoli del 1870 a cavallo tra due epoche, a fare dello spettacolo della Baldi un esempio di buon teatro.


I “caratteri” tratteggiati da Ruccello, sono vividi nella rivisitazione della Baldi che però sdrammatizza su alcuni passaggi, rendendoli esilaranti, senza mai snaturalizzare l’opera che – in due ore e mezzo di spettacolo – traccia con dovizia, lo spaccato di quell’epoca che tanto Ruccello volle analizzare, mettendo a punto lo sguardo sui poveri cristi, mentre prende respiro e si espande non semplicemente la storia di una baronessa annoiata e senza stimoli che finge di essere in punto di morte, fin quando la sua e la vita delle persone a lei vicine, viene letteralmente stravolta dall’arrivo di “Ferdinando” un improbabile nipote che appaga le sue e le altrui voglie, quanto la spinta che la regista riesce sapientemente ad alimentare circa la volontà di Ruccello di scandagliare i vizi di una società che dietro una facciata di virtù, nasconde le piaghe di ogni tempo: amoralità, opportunismo, egoismo, cinismo, blasfemia, e poi ancora gli interessi, gli scandali, i disvalori che nell’opera della Baldi vengono fuori in tutta la loro crudezza ed attualità, ma non come se fossero un monito perbenista, ma al contrario come un disegno sofisticato, che si serve del linguaggio teatrale puro, e della sua naturale consapevolezza.
Credibile il napoletano parlato, credibili ed adeguate le scene a supporto di quella promiscuità che vede tutti desiderare tutto, che pone il desiderio come un nemico di un equilibrio che tutti vorrebbero conservare, ma che esplode non come un peccato ma come un gioco ad “amare male”.
L’impianto registico non é mirato all’applauso facile, ma è facile applaudire alla bravura e non solo alle intenzioni che i 4 attori in scena regalano generosamente al pubblico…quel pubblico che si divide in chi conosce Ruccello – e ne vede i tratti in quell’adattamento della Baldi che usa il testo come un ponte – e coloro che guardano semplicemente uno spettacolo di grande qualità e che si diverte mentre recupera la consapevolezza che i misfatti, attraversano le epoche finiscono proprio lì, su un palcoscenico dove 4 attori vestono le sembianze di una società che difficilmente si salverà.
Molto efficaci anche le scenografie ed i costumi, quell’abito di donna Clotilde che é un tutt’uno con quel letto che accoglie fatti e misfatti, cattiveria e mezze verità.
Una bravissima Gea Martite, straordinaria interprete, perfettamente calata nel ruolo (e che ci tengo a dirlo, non teme confronti che potrebbero venire dal passato) intorno alla quale ruotano gli altrettanto talentuosi attori; Chiara Baffi che gestiste i registri vocali benissimo, nei panni di Gesualda, la cugina povera della Baronessa che tanto potrebbe dire, che tanto potrebbe fare e che tanto fa, nella intricata storia di amori non corrisposti, di carnalità a basso costo e di dignità svenduta per un grammo di felicità.
Fulvio Cauteruccio nei panni – è proprio il caso di dirlo – di Don Catello, che porta a spasso una tonaca sotto la quale si nascondono i vizi del potere religioso. Il fascino innato di Cauteruccio che si insinua nel suo ruolo e che riempie il palcoscenico. Ferdinando è Francesco Roccasecca, scanzonato ma no troppo, credibile nel fascino del giovane che a tutti promette e a tutti da, impeccabile nella dizione, che quasi ci riesce a nasconderlo il suo essere partenopeo.
Un palco vestito di arte, di intenzioni e della giusta dimensione nella quale l’opera di Ruccello, è rivissuta in una dinamica di teatro fatto così bene, che quasi commuove.
Sono gli applausi sì, che sottolineano anche la bontà si un progetto e stando a quelli che ieri sera scoscianti hanno investito i 5 protagonisti di questo spettacolo per lunghi minuti, non posso che augurare a Nadia Baldi di essere ancora investita da quella sottile genialità.

Lo spettacolo è ancora in scena al Piccolo Eliseo di Roma fino a domani…fate ancora in tempo a godere di un’arte che – a mio avviso – ha ancora molto da dire.

 

Simona Stammelluti