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Ti imbatti nella notizia quasi in sordina, che alla fine di giugno esce un album inedito di John Coltrane. Ti poni mille domande a cui nessuno può rispondere e attendi che quel lavoro discografico esca per saperne di più e soprattutto per ascoltare.

Questo materiale, diviso in due cd prende il nome da una famosa affermazione che Coltrane aveva fatto a Wayne Shorter durante una sessione registrata negli anni ’50. Gli aveva chiesto di incominciare un fraseggio musicale come se si fosse nel mezzo di un tema e poi andare fino all’inizio e poi alla fine, quindi in entrambe le direzioni, in una sola volta. Ecco il titolo dell’ultimo album di Coltrane: “Both directions at once“.

La cose interessante è questo album è il frutto delle abitudini di Coltrane e del privilegio di cui godette quando lavorava con la Impulse! Records.  Perché la casa discografica gli  consentiva di portare a casa le registrazioni, per riascoltarle, prima di essere incise. Il mistero è dunque: perché mai queste registrazioni non andarono alle stampe? Eppure per durata e perfezione, sembrerebbe che fossero nate esclusivamente per quello. Fatto sta che se oggi possiamo goderne è perché la sua famiglia le ha conservate con cura. Colei che per prima ne ebbe cura fu la sua ex moglie Naima a cui lui rimase molto legato e con la quale rimase sempre in contatto anche dopo la separazione, e alla quale dedicò il famoso pezzo.

Tracce dunque mai editate, mai mixate, mai masterizzate, prima della morte di Coltrane nel 1967. Non esisteva nulla, nessuna indicazione che potesse diventare un album, non vi era elenco di brani stabilito, né immagini di copertina.  Fatto sta che sono due album completi, e che forse Coltrane aveva quella voglia che diventassero tali, mentre registrarono, ma quel che accadde dopo, resta un mistero. Ravi Coltrane, figlio del grande sassofonista, ha dichiarato che quella registrazione fu realizzata in maniera pignola, curata nei minimi particolari; una sessione impeccabile, insomma, realizzata in poco tempo. E qui l’aneddoto è interessante visto che la dovettero registrare in pochissimo tempo, considerato che subito dopo, il quartetto – formato da Cotrane al tenore e al soprano, Mccoy Tyner al piano, Jimmy Grrison al basso e Elvin Jones alla batteria, dovevano suonare a Manhattan l’ultima replica di una tournée di 12 concerti e considerato il traffico di quell’ora avevano bisogno di circa un’ora per arrivare. Così registrarono come se dovesse essere “buona la prima” e così fu. Quel quartetto di Coltrane era un tutt’uno tra di loro e con la musica e da queste registrazioni, questa caratteristica si avverte in maniera prorompente.

Verrebbe da dire che la musica di Coltrane merita di essere celebrata ed esaltata sempre, ma davanti a questa registrazione perduta e poi ritrovata, ogni domanda trova le sue risposte nell’ascolto e nel contesto, in cui venne realizzato. Molti pezzi sono senza titoli, e tanto è il materiale a cui Coltrane non diete titolo. Il perché, il chi, il come ma soprattutto il quando, trova risposta nella musica stessa perché si tratta di performance meravigliose, date alla luce da colui che fu uno dei nomi più prestigiosi sulla scena jazzistica di quell’epoca. Era il tardo inverno del 1963, precisamente il 6 di marzo, quando Coltrane e il suo collaudato quartetto diedero alla luce questo lavoro.

Com’è direte voi? E’ questa la prima domanda che viene spontanea. La prima cosa che verrebbe da rispondere è: “è meraviglia pura, che domande fai!” Ed invece proprio perché la musica di Coltrane, merita un ascolto attento, ve lo racconto un po’ dei dettagli.

Sono performance che provocano un immediato entusiasmo, come se il tempo si fermasse, mentre ci si sente immersi in uno spazio non perfettamente definito. Viene evocato lo spirito del jazz, ma in maniera particolarissima. E’ come se venisse iniettato uno stato estatico, nel quale il messaggio del gospel e della musica nera della chiesa americana, si insinuasse nel mondo educato, cortese ed ammiccante del jazz. E’ come se una domenica mattina americana, si infilasse in un sabato sera in un jazz club affumicato ed euforico.

Il 1963 era già il terzo anno che Coltrane era leader indiscusso e la sua musica influente ma al contempo controversa, era capace di bilanciare emozioni crude con sperimentazioni improvvisate. Alcuni etichettarono la sua musica come “anti-jazz“, mentre era la nuova epoca che nasceva sotto il simbolo del free jazz, un jazz che più libero di così non si poteva, soprattutto per tutti quei giovani che a lui si ispirarono.

Coltrane in questo lavoro è come lo conosciamo noi appassionati. E’ idea, forza e coraggio. Sono ballate, sono dialoghi che si intrecciano e non lasciano nulla al caso. Sono importanti tentativi, sono improvvisazione, sono melodia che Coltrane, prova prima con il tenore, poi ripropone con il soprano, usando arpeggi ed espandendo le melodie del tema con note lunghe, spesso semplici eppure carichi spiritualmente e ricchi di pathos.

Riflettono a pieno il suo modo di concepire la musica. Tra i brani, c’è una versione di “Nature Boy”, pezzo registrato la prima volta nel 1948 da Nat King Cole. Quando finì allora nel repertorio di Coltrane? Una sera in un concerto in cui Coltrane volle “provare”, diciamo così, e Wayne Shorter che era nel pubblico gli disse che quella versione con il soprano era pazzesca. In fondo Coltrane suonava sempre in modo nuovo. Quella versione con il tenore, in questa registrazione è poggiata su un mood minore. Utilizza il tenore, per accentuare il messaggio sobrio, per difinire ed abbellire la melodia, a suo piacimento.

Altro brano degno di nota è Vilia, melodia presa in prestito all’opera “La vedova allegra”, resa nota dal clarinettista Artie Shaw. Anche in Vilia, si sente tutta la freschezza della prima volta, e la cosa bella è questi brani sono stati registrati tutti al primo tentativo.

Stupendo, è proprio il caso di dirlo, la traccia che regala “Slow Blues, altro grande successo di questa sessione, suonato in modo rilassato, dove la calda familiarità del blues si fonde al famoso soffio del movimento di Coltrane, protagonista assoluto di questa sessione, che per fortuna è rimasta infiocchettata nelle mani della sua famiglia per oltre 50 anni.

E se il significato cardine del lavoro simbolo di Trane,I love supreme” fu non solo il simbolo dell’improvvisatore ardito, ma anche di come il suo modo migliore di vivere fosse suonare, sempre e comunque, mi viene da dire che questo lavoro “nuovo” ma con 55 anni portati con classe, è l’espressione della sua fede, del suo sapere, della sua essenza. Non è un disco selvaggio, ma è “torrenziale”, scivola, durante l’ascolto e ti travolge. Ha un magico equilibrio, è quasi miracoloso e poi ci regala un Coltrane inedito, ci racconta quel che voleva dire senza darti indizi, chiedendoti solo di “andare in entrambe le direzioni, in una volta sola”.

 

Simona Stammelluti

 

  • “This is like finding a new room, in the great pyramid” – Sonny Rollins