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“Sulla mia pelle”, un film che ti lascia il compito di trovare le parole

E’ un film che ti lascia un compito; quello di trovare le parole. Parole che siano giuste, perché è facile cadere nel luogo comune. Parole che siano diverse da quelle che il tuo vicino di poltrona racconterà, appena lasciata la sala. Sì, è un film che non ti lascia senza parole…le parole te le consegna. Strana come sensazione. E’ un film fatto di parole chiave, disseminate in una pellicola ben girata, che si serve di attori di caratura; è un film rigoroso, che non fa sconti sulla vita di Stefano Cucchi, che non romanza, se non quel tanto che basta per renderlo fedele più che mai ad una realtà spietata, i cui dettagli lasciano increduli, sgomenti. E’ un film che ti mette tra le mani degli avvenimenti di cui diventi custode, per deciderne poi cosa farne, di quegli avvenimenti, mentre ti interroghi e ti domandi se hai voglia di sperare ancora, oltre che di capire, di andare fino in fondo, qualunque sia la verità che ancora resta sospesa.

Sospesa dove, vi chiederete?
Sospesa in quella fiducia che Stefano chiedeva, quel dettaglio che aiuta qualche volta a non sentirsi soli, e a volte anche a sopravvivere.
Sospesa sulla crudeltà, che ti domandi da dove arrivi così forte e subdola. Ed io me lo sono domandata se ai boss della malavita i carabinieri hanno mai riservato il trattamento che nel film viene riservato a cucchi.
Sospesa sul dolore. Un dolore collettivo, che travolge e che fa male. Il dolore provato da Stefano, un dolore urlato, sofferto, pianto, nel buio e nel silenzio; quel silenzio non solo fisico ma anche emotivo. Stefano è morto da solo, con quel desiderio di un pezzetto di cioccolata mai esaudito; è morto tra la sofferenza e l’indifferenza di chi a volte il suo lavoro lo fa senza abbastanza amore, senza dedizione, senza attenzione.

E’ un film che rimbomba nelle orecchie, nello stomaco, nel cuore.
Il rimbombo delle porte che si chiudono pesantemente, come pesanti sono i passi di Stefano che non ce la fa più. Il rimbombo dei respiri di Stefano, il rimbombo delle sue parole che cambiano tono, che stentano ad essere espresse, che cadenzano una verità che però sembra non interessare a nessuno, intorno a lui. C’è anche il rimbombo dello sbattere di ciglia di Stefano, che piange da solo, che si sente solo, che muore solo, in bilico tra l’agonia e i tanti perché.

Perché?
Cosa stava scontando davvero Stefano Cucchi, in quei 7 giorni di non vita? Un reato che sarebbe stata la legge a stabilire se fosse stato commesso o meno, o la frustrazione di qualcuno che arriva da così lontano, tanto da pretendere a tutti i costi una valvola di sfogo?

E’ un film affilato, che taglia come un bisturi le coscienze … ma dubito che sarà stato così per tutti. Perché ci sarà chi una coscienza non la ha, non l’ha mai avuta o magari l’ha barattata con un applauso a porte chiuse.

E’ un film che va visto “sulla propria pelle”, nudi, svestiti da ogni pregiudizio perché il film pregiudizi non ne ha, o almeno, io non ne ho visti, e vi assicuro che per me è stato più difficile che per altri, fare i conti con quelle dinamiche che hanno fatto divenire gli ultimi 7 giorni di vita di Stefano Cucchi, un viaggio verso la morte, tra camere di sicurezza di caserme dei Carabinieri, carceri, strutture protette, come se fosse il peggiore dei malvimenti. Ah già…non lo sappiamo come li trattano nelle caserme dopo gli arresti i latitanti, i mafiosi, i boss.

E’ un film che non descrive Stefano come la vittima di un sistema ma come vittima di un accadimento, così come scritto nelle oltre 10 mila carte processuali che Cremonini si è studiato prima di scrivere questo film. Il film non fa di Stefano un santo o un martire, ma ne disegna invece le debolezze, gli errori, le fragilità.

C’è il ruolo della sua famiglia, raccontato nella pellicola, anche. Tutti ci siamo domandati nel corso di questi anni come fossero stati i rapporti tra Stefano e sua sorella Ilaria, tra Stefano e i suoi genitori, con la sua famiglia, con i suoi amici. Quella frase che Jasmine Trinca – impeccabile nel ruolo di Ilaria Cucchi – proferisce: “mamma ma non è che non lo conosciamo Stefano … io te lo dico, io non mi faccio più prendere in giro, non voglio più sentire le sue cazzate“. Lo sconforto di quella famiglia che si interrogava, che però a tratti non capiva cosa stesse accadendo ma che subisce tanto quanto Stefano, la ghigliottina di una burocrazia adulterata, confusa e ignobile che impedisce loro di stare vicino ad un loro caro, malgrado i suoi errori e gli accadimenti; impedisce di loro di vederlo, di fargli sapere che ci sono, che non lo vogliono abbandonare al suo destino. Neanche un cambio d’abiti, riescono a consegnargli. Un dettaglio che nel film è descritto con determinazione ma anche con delicatezza.

Stefano si ribella, come può, pone delle condizioni, che però nessuno ascolta. E’ questo che fa male. Tutti vedono, tutti capiscono, in qualche modo, tutti fanno i conti con una realtà che però rifiutano, perché forse è più comodo così.

E’ un film che interroga.

Perché Stefano non parlò circa quel che gli stava accadendo?
Perché non si è difeso per come avrebbe dovuto?
Aveva paura?
O semplicemente lo ritenne inutile, perché lui, aveva capito tutto?
Sapeva già come sarebbe andata a finire?
Perché diede mandato di difesa ad un avvocato d’ufficio, anziché pretendere il suo legale di fiducia?

Quanto male ha subìto Stefano Cucchi?
Questa è l’unica risposta che il film dà, attraverso il lavoro magistrale e certosino di uno straordinario Alessandro Borghi, già apprezzato nel mondo del cinema per altre ottime interpretazioni, ma che sembra in questo ruolo, essere stato investito da un “sentimento” esclusivo, che l’ha messo nei panni di Stefano Cucchi, come che Stefano vi avesse soffiato nel cuore la sua ultima emozione. Perché diciamolo, il bravo attore è quello che interpreta bene una parte, che se la studia e che la recita per come sono le direttive del regista, le esigenze della pellicola e secondo la storia che va raccontata. Ma qui la storia è stata un piccola immensa lotta che dura sette lunghi giorni, mentre si cammina lungo un corridoio che diventa un tunnel che porta alla morte, tra ipocrisie e finto rispetto di quelle regole che talvolta tolgono ad un uomo la dignità che gli spetta, anche se colpevole di una qualsivoglia colpa. Il trucco impressionante, Borghi dimagrito di 18 chili, uno studio sulla voce, sulla camminata, sugli sguardi e sul sorriso di Stefano. Un lavoro cinematografico fatto bene, con i primi piani a raccontare i dettagli, quelli che fanno più pena e danno più dolore, una fotografia calata in un decennio fa, i colori freddi, come il freddo che Stefano sentiva. Un plauso anche a Max Tortora e a Milvia Marigliano, che nella pellicola sono stati Giovanni e Rita Cucchi, nei loro panni di genitori  alle prese con accadimenti che non sono riusciti in qualche modo a fermare.

La cosa sorprendente del film e che non ci sono nomi in rilievo, che non ci sono figure singole inchiodate a responsabilità, né penali né morali ed è questa la forza del film di  Alessio Cremonini, che lo dice in una intervista: “è una storia che riguarda tutti perché racconta di come un uomo entra vivo esce morto da un sistema giudiziario“.Come è noto, la storia giudiziaria del caso Cucchi è ancora in corso, questo film non nasce con la voglia di riconoscere responsabilità singole che eventualmente saranno appurate nelle appropriate sedi, ma mettendo al centro la vita di Stefano, così come si è consumata, mentre imboccava una strada ormai senza uscita.

Attendiamo che sia la giustizia a mettere la parola “fine” sul caso Cucchi.

Io vi invito a vederlo e a farvi una vostra idea, ed è giusto così.

la mia è questa.

E’ un film sul dolore e si sa, “il dolore è traditore; viene fuori piano piano”

 

Simona Stammelluti

(A Stefano)

 

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