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Provando…dobbiamo parlare, lo spettacolo teatrale di Sergio Rubini sull’amore che non sa bastare

Non ho visto il film “Dobbiamo Parlare” di Sergio Rubini, che ha poi ispirato la realizzazione del suo spettacolo teatrale in scena al Teatro Ambra Jovinelli di Roma sino a Domenica 11 dicembre, ma mentre assistevo alla prima di ieri, mi è venuto subito in mente il film “Carnage” di Roman Polanski del 2011, basato a sua volta sull’opera teatrale “Il Dio del massacro“, della scrittrice francese Yasmina Resa.

Mi sarebbe piaciuto a sipario chiuso, chiacchierare con Rubini per capire semmai ci fosse stata una qualche ispirazione che l’avesse condotto alla realizzazione del suo, di film, poi divenuto uno spettacolo teatrale che davanti al nome porta “Provando…Dobbiamo Parlare” e che – come lo stesso regista spiega in inizio di serata – altro non è che la “messa in scena” di ciò che era precedentemente accaduto durante la realizzazione del film, con tanto di interruzioni, proprio come accade sui set cinematografici.

Uno spettacolo teatrale dunque, scritto da Sergio Rubini (insieme a Carla Cavalluzzi e Diego De Silva) che ne cura anche la regia e che non rinuncia a tenere per se la parte del padrone di casa, che tira un po’ le fila di una storia non facile da gestire in un unico ambiente, quello di un appartamento in un attico che mostra qualche pecca di troppo, che deve accogliere le storie, le insofferenze, le fobie e le frustrazioni di due coppie, apparentemente diverse, con vizi e virtù sempre “sul filo del rasoio”, ma che messe alle strette da quella condizione che costringe i 4 protagonisti a condividere una serata che avrebbe dovuto avere altri connotati, non mancano di vomitare ogni malcontento ben celato negli anni, sino a giungere ad un vero punto di rottura, che sul finale dello spettacolo porta ad una sorta di capovolgimento della situazione iniziale.

Protagonisti della vicenda una coppia di medici in crisi, che chiedono accoglienza a casa dei loro due più cari amici, uno scrittore e la sua ghost writer, anche compagna di vita, uniti da un rapporto che sembra inossidabile, ma che rivela fragilità profonde, ben nascoste da un quotidiano che li vede uniti anche sul lavoro, seppur non totalmente capaci di guardare lo stesso orizzonte.

Bugie, mezze verità, incomprensioni a basso costo, consapevolezze che arrivano al momento opportuno – almeno per Costanza e Alfredo – sono il tessuto principale sul quale poggia la commedia teatrale, che vede un bravissimo Fabrizio Bentivoglio proprio nei panni del famoso cardiochirurgo, che si concede una scappatella, che nello spettacolo viene sottolineata da un carnet di parolacce che però dette al momento opportuno, scatenano nel pubblico ilarità ed applausi.

Le vite dei quattro protagonisti, sviscerate in una nottata che quasi stenta a passare, prendono i connotati di vizi borghesi, ostentazione di ricchezze, rivendicazioni di diritti, matrimoni precedenti che si materializzano come fantasmi maldestramente evocati, tradimenti non solo fisici ma anche di intenti, mentre si va verso un finale che contempla ciò che si è avuto, rispetto a quello che si sarebbe meritato, mettendo fin troppo sullo sfondo la consapevolezza di essersi un giorno amati.

Per la coppia di medici, quella notte che li costringe a star svegli contrariamente alle proprie abitudini, consegnerà loro la volontà di ripartire esattamente da dove il loro rapporto si era inceppato, perché incapaci entrambi di rinunciare ad interessi comuni, intesi proprio come materiali. Non toccherà la stessa sorte alla coppia dei padroni di casa, che apparentemente affiatati, finiscono per scoprire di avere desideri nascosti, tenuti in sordina fin troppo a lungo.

E così lo scrittore di best seller, (Sergio Rubini) che condivide la vita con la sua giovane compagna che gli copre i giorni con idee, storie e parole sempre calde, finisce per fare i conti con il desiderio incalzante di lei di voler scrivere un libro tutto suo, che cerca un riscatto nascondendosi come una ladra nella casa della sua amica medico, pur di trovare uno spazio ed un tempo per realizzare il suo sogno.

Un Sergio Rubini che veste dunque i panni del mediatore, di quello che vuole risolvere tutto per il meglio, ma che paga lo scotto di non essere capace di accettare delle condizioni derivanti dai diversi punti di vista, aggrovigliati maldestramente sul fondo di una coscienza impolverata.

Le prime luci dell’alba colgono così radicalmente divisa proprio la coppia che sembrava più affiatata, con la giovane ghost writer che va via, cercando il suo meritato spazio nel mondo, mentre il famoso scrittore ritrova in quella frattura, una rinnovata ispirazione. Una scena, quella, che sottolinea come talvolta l’amore che tutto può, non sa bastare.

Si apprezza la capacità di Rubini di sottolineare la drammaticità di alcuni rapporti nell’epoca dell’apparenza a tutti i costi, degli interessi e della prevaricazione, attraverso un dialogo serrato e verosimile, a tratti esilarante, che mette a nudo la battaglia quotidiana tra differenze e volontà, tra necessità e finte virtù.

Un atto unico di due ore senza interruzione, nel quale è possibile ammirare la bravura dei quattro attori, Fabrizio Bentivoglio,  Sergio Rubini e le due carismatiche Isabella Ragonese e Michela Cescon, che vestono perfettamente i panni di donne apparentemente molto diverse, ma nella sostanza disposte a difendere le proprie volontà, che diventano per una “l’andare” e per l’altra “il restare”.

Fabrizio Bentivoglio, adornato da una capigliatura ormai completamente bianca e da una leggera pancetta che gli dona tutto il fascino del ruolo di professionista consumato, mostra il talento di sempre, mettendo la sua esperienza a disposizione di una commedia teatrale che funziona, anche nell’esperimento – non facile – dell’ambiente unico, che porta lo spettatore a non distrarsi dai dialoghi, che diventano un vero alternarsi di tentativi di mediazione e sdrammatizzazione.

Un palco poco arredato ma molto conciso, quello del teatro Ambra Jovinelli, dove tutto sembra funzionare bene, con una macchina organizzativa ben collaudata.

Originale il “pesce parlante”, voce fuori campo che prende respiro dalla vita di un pesce rosso che dalla boccia nella quale vive, si interroga anch’egli sulle possibilità di contrastare un destino che un giorno, inaspettatamente,  gli regala una piacevole sorpresa.

Provando…Dobbiamo parlare di Sergio Rubini, così come Carnage di Polanski, non fa sconti sulle differenze e sulla natura umana, che si ribella se tenuta troppo sotto le ceneri del non detto.

Simona Stammelluti

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