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Nasce Tobia, il figlio di Vendola e del suo compagno: l’Italia si spacca in due, a favore o contro; ma forse non è solo una questione “culturale”

Adesso vanno di moda gli omosessuali, ed i loro diritti.

Fino a qualche tempo fa, prima dell’ormai famoso ddl Cirinnà, la stragrande maggioranza degli italiani, non transitavano su alcune famose vie della capitale perché frequentate da gay, non sedevano a fianco ad una coppia omosessuale in metropolitana, e metteva la mano sugli occhi ai propri figli o nipoti se per strada o in Tv, due gay o due lesbiche si scambiavano un bacio o una semplice effusione.

La cosa che sembra essere divenuto un caso “culturale” è il repentino cambio di rotta, come se “non essere d’accordo” sulla questione della figliolanza, compresa l’adozione, sia una sorta di demerito, quando invece la libertà di parola e di pensiero, prima ancora che altre forme di libertà, andrebbe difesa con le unghie e con i denti.

La gente si mobilità, si affanna ad offendere chi la pensa in maniera contraria, dice la propria “come se fosse un vangelo” e nessuno o quasi, prova a “capire”, prima, e a parlare, poi.

La nuova legge sulle unioni civili sembra aver messo tutti d’accordo, accomunati dalla necessità di vedere riconosciuti i diritti di coloro che, da omosessuali, decidono di condividere una vita, o parte di essa insieme, e che dunque, parimenti alle coppie etero che contraggono matrimonio, hanno diritto ad avere “diritti”. E così dopo discussioni e battaglie politiche, in Senato passa il ddl Cirinnà –  seppur con delle modifiche –  con diritti riconosciuti alle coppie omosessuali. Tema caldo, lo stralcio della Stepchild adoption e l’obbligo di fedeltà. Ed intanto tutti gridano ad una legge di serie B per persone di serie B. Meglio qualcosa che nulla, sembra non valere più, ed il predominante “o tutto o niente”, viene ingoiato come un boccone amaro.

Ormai non si parla d’altro, come se la nostra povera Italia non avesse altri seri problemi sui quali legiferare, dei quali interessarsi con solerzia e determinazione. Ma sulla cresta dell’onda resta ancora la faccenda dei diritti degli omosessuali, mentre la questione dei figli, delle adozioni dei figli del partner, e degli uteri in affitto, rischia di divenire un serio spartiacque…tutti da qui i favorevoli, tutti da lì i contrari, come se ci si dovesse dividere esclusivamente perché la si pensa diversamente.

Ho visto gente non parlarsi più, perché distanti sulla faccenda adozioni. Che poi se il referendum è uno strumento per dare al popolo sovrano la possibilità di dire la propria, allora forse sarebbe il caso di usarlo, questo strumento, che unisce almeno sotto il tetto del poter scegliere secondo propria ideologia e non coscienza.

Perché la coscienza di chi esprime un concetto non vale quanto la propria idea di come si debba, e si possa vivere. Anche perché un tempo esistevano gli uomini e le donne sotto la frase “amatevi e procreate”, c’era la natura, con le sue leggi imprescindibili. Oggi c’è tanto altro ancora, che non condanniamo perché ognuno nella sua camera da letto fa ciò che vuole, ma non meravigliamoci se alcune metodiche vengono definite “contronatura” perché tali sono.

Ed eccoci arrivati alla notizia dell’ultima ora. Nichi Vendola ed il suo compagno Eddy, sono divenuti papà di un bambino chiamato Tobia, nato in una clinica canadese, dove una donna, ha dato in affitto il suo utero, per far nascere un bambino del quale – malgrado quello che si racconta come se fosse una bella favola a lieto fine – probabilmente non saprà più nulla, che non potrà attaccare al seno, che sicuramente vivrà con due padri.

Ma facciamo un passo indietro. Intanto la questione adozioni sarebbe bene metterla a posto, una volta per tutte. Intanto considerata la “messa a punto” sulle unioni civili, sarebbe giusto concedere l’adozione di bambini da orfanotrofio alle coppie omosessuali, e non sarebbe male se la questione “adozione” si snellisse, ed anche con una certa solerzia. Quanto alle adozioni del figlio del partner, se si deve tutelare il bene del minore, allora è giusto che – come si sta già facendo – si provveda a decidere volta per volta.

Per tornare alla questione del figlio di Vendola e compagno, ognuno la pensi come vuole, chiamandolo gesto di generosità, di egoismo, atto giusto, atto ingiusto. Intanto in Italia, la maternità surrogata è illegale, in altri paesi è legale. Certo, dietro vi è un gran bel business. Si pensi che Vendola ha speso 137 mila euro per avere il suo bel bambino.

Non deve interessarci? Se uno è un personaggio pubblico, la sua vita inevitabilmente diventa pubblica e si autorizza così “il pubblico” a dire la propria.

“Ma un bambino è venuto al mondo, dobbiamo fare festa” – gridano in tanti. “Due papà bravi sono meglio di una mamma e un papà separati” – dicono altri. “Che vergogna non volere che due omosessuali possano divenire genitori” – il massimo del luogo comune.

C’è anche chi sostiene che l’utero in affitto sia una sorta di “mercificazione” tanto quanto la “prostituzione”, ma sarebbe giusto fissare l’attenzione sul fatto che una donna che si prostituisce per libera scelta, risponde esclusivamente per se, mentre chi presta il proprio utero, risponde anche per un’altra vita, della quale – da un preciso momento in poi – non saprà più nulla. Non saprà se il frutto del suo grembo andrà a due genitori bravi, meno bravi, se starà bene, male e così via.

“Ma in America, come in molte parti del mondo, le donne che prestano l’utero sono quasi tutte facoltose ed hanno figli, non ci guadagnano nulla” – è la frase che leggo più spesso nelle ultime ore. Io una di quelle donne vorrei guardarle in faccia quando tra i dolori classici del parto, mettono al mondo un figlio che la “nuova cultura” vuole che non sia suo.

E non c’entra neanche la religione, in tutto questo. Perché in queste ultime ore anche i più “timorati di Dio” stanno andando lungo il filone del “Embè che c’è di male? Sono tutte creature di Dio!”

La verità è che se tutti i gay fossero operai e manovali, queste problematiche non si porrebbero, perché non si potrebbero certo permettere di andare oltreoceano a spendere centinaia di migliaia di euro, o dollari, per pagare una struttura dalla quale esce “Il trofeo” di un figlio nato da madre surrogato.

E se proprio la dobbiamo dire tutta, allora una battaglia – ma non a chiacchiere – andrebbe fatta anche per permettere che i single, che ne abbiano le caratteristiche, possano adottare i bambini. Perché prima di arrivare a ciò che è contronatura, che piaccia o no, c’è tutto un mondo di bambini nati, non per sbaglio, ma a causa di sbagli altrui, che meriterebbero una chance, per vivere in un mondo civile, dove non è tutto solo una questione “di cultura”.

Simona Stammelluti

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