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“Muratori”: Cala il sipario dopo 16 anni di successi e di identità teatrale

Quante volte abbiamo tirato su un muro, dietro il quale ci siamo nascosti difendendoci da qualcosa o da qualcuno, o semplicemente per non vedere quel che era troppo scomodo, in una vita spesso già scomoda di suo. 

Un muro da tirare su in una notte, un muro che separa la realtà dai sogni, l’illecito dallo sfruttamento, l’avidità dal bisogno; un abuso edilizio, da consumare a discapito dell’arte e a favore dell’ennesima attività commerciale, che non fa sconti, se non sugli scaffali. 

A tirare su quel muro due Muratori, Fiore e Germano, squattrinati, in cerca di un riscatto sociale, amici ancora per un po’, divisi – così come fa quel muro – da una visione un po’ diversa della vita. Uno realista, sposato, con figli, l’altro scapolone incallito, ancora alla ricerca di cosa fare da grande, un sognatore che gira con l’Ape; eppure scoprono di avere più di qualcosa in comune, senza saperlo. 

Accettano un lavoro in nero, per racimolare una somma che gli permetta di aprire un’impresa di spurgo. Germano ha paura del buio e dei topi (la materia prima delle fogne) e Fiore, che teme che quello che stanno per compiere, sia una fatica immane, per poi continuare ad essere nessuno “con tanti sogni e senza speranze”. 

Germano difende il ruolo del destino, Fiore sostiene che “il destino è diventare grandi e si diventa grandi mettendo un mattone alla volta, ma messo bene”. 

E di mattoni in scena se ne mettono su tanti e per davvero. Un muro di 4 metri si erge sul palcoscenico, ed è una piéce faticosa, in manualità ed intenti. Carriole da trasportare, cemento da preparare e foratini da sistemane. Tutto in scena, dal vivo, sotto gli occhi di un pubblico che ride, tanto, perché il romanesco è spiccato, le battute geniali. 

Ma la genialità di Edoardo Erba – che ha scritto 16 anni fa il testo teatrale –  è quella di imbastire attraverso i dialoghi, una storia che è attuale più che mai, che si regge sull’impalcatura – è proprio il caso di dirlo – delle problematiche del lavoro, sulle aspettative puntualmente deluse, sulle amarezze che restano in tasca insieme a pochi spicci. E poi ancora sulla questione dei favoritismi, degli imbrogli autorizzati nel mondo dell’imprenditoria, del come si diventa esperti di truffa, per poter “fottere il mondo”.

I protagonisti bravi fino alla lacrime – che non sono solo di risate ma anche di commozione  – sono Nicola Pistoia e Paolo Triestino, che diretti da Massimo Venturiello, interpretano con maestria, veracità ma anche delicatezza il ruolo della disillusione, e di come alla fine non si guarda in faccia a nessuno, per un minuto di felicità o anche solo per una dose di illusione, che è così forte da sembrare vera.   

Lo spettacolo non è solo un ritratto di come il potente mondo imprenditoriale stia facendo scivolare la società nel simultaneo degrado culturale, nella deriva che sembra spettare ai posteri, ma è anche un poetico esperimento sociale ed antropologico; è un testo che racconta molto bene di un amore per il teatro. Quel teatro che entra esso stesso nel testo teatrale, oltre che nelle mura del teatro. 

Il “metateatro” che si affaccia alla “meta realtà”, è una delle parti degne di nota del testo di Erba. La signorina Giulia, protagonista di uno spettacolo teatrale – interpretata in maniera affascinante e deliziosa da Lydia Giordano – piomba nella vita dei due muratori, in tempi diversi, dividendoli in più di un momento; quando Fiore prova a convincere Germano che quell’incontro è solo frutto di una allucinazione e quando lo stesso Fiore, subisce il fascino di quella creatura che credeva non potesse esistere se non in un’opera teatrale [In fondo il lavoro a nero, era in un teatro in disuso da un po’]. 

L’ipotetica donna dei sogni in un sogno, forse ad occhi aperti. Che di alcuni sogni si ha bisogno, in fondo, ogni tanto, per sopravvivere. Il fatto è che la realtà è così dura, a volte, che quell’attimo di Incanto, non lo vuoi lasciare neanche al tuo miglior amico. 

Mai noioso lo spettacolo, pregno di capacità e di successi e di talento, che talvolta è collettivo, proprio come in questo caso. 

Edoardo Erba sa scrivere, il suo testo è finito in scena e lì è restato meritatamente (perché il riscontro del pubblico lo ha tenuto in vita) per 16 lunghi anni.  Partito il 20 novembre del 2002 con centinaia e centinaia di repliche in tutta Italia da Bolzano a Palermo; ha viaggiato per tanto tempo e si è fermato ieri sera, per l’ultima replica in assoluto, al Teatro Ghione di Roma. 

Il testo di Erba è la risposta a tutti coloro che in questi anni hanno pensato che il teatro si fosse affiacchito, che la drammaturgia contemporanea fosse in sordina. La scelta del dialetto romano ha creato il giusto spessore all’opera, ha reso il senso, ha suggerito riflessioni, così come il napoletano fa nelle commedie di De Filippo. 

Il testo di Erba è finito in teatro passando nelle mani di un ottimo Venturiello alla regia, e di due fuoriclasse, Pistoia e Triestino, che hanno reso tutto così vero, così appassionato, fino allo stremo delle forze, (anche fisiche) come quel destino che a volte ti fa restare “un muratore della vita”, per tutta la vita. 

E allora il destino di quest’opera è quella di restare nella storia del teatro contemporaneo, con il pregio di aver raccontato le fragilità dell’essere umano e di quella società che si è spostata troppo in là, si è spostata dove i muri che crollano sono quelli che seppelliscono l’arte sotto un mucchio di macerie e da esse non risorge un domani che può essere cambiato, e lui, Edoardo Erba profeticamente lo sapeva già 16 anni fa. 

Applausi a scena aperta ieri sera, al Teatro Ghione, commozione pulsante e ringraziamenti doverosi per chi ha lavorato alacremente a che questo progetto avesse lunga vita, e a chi con amore gestisce il teatro e protegge la cultura. 

 

Simona Stammelluti

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