| | 1.155 views |

Massimo Nunzi: il jazz, i tanti ruoli per una sola appassionata vita e “quella volta che non riconobbi Gilmour”

Giovane ma non troppo, carisma da vendere, con una vita spesa per amare, suonare, incoraggiare e onorare il jazz. Qualche rinuncia, come accade a tutti, ma un eterno entusiasmo verso quello che da sempre ama fare. Incontro Massimo Nunzi – musicista, compositore, arrangiatore, musicologo, direttore d’orchestra – nel cuore di Roma, in mezzo al caos che poi alle mie orecchie scompare quando lui inizia a parlare, a rispondere alle mie domande, a raccontare. Perché i suoi racconti non sono solo il marchio distintivo della sua straordinaria cultura musicale, ma anche di quello che ha fatto nel corso degli anni, raggiungendo traguardi prestigiosi, ma mantenendo intatta la sua voglia di libertà e quella leggerezza che appartiene a chi conosce bene le proprie qualità, eppure lascia che siano gli altri a riconoscerle, mentre accarezza sogni in divenire e quella vita che ancora gli riserverà tante sorprese. Non è un’intervista per testare la sua cultura musicale, né per farmi dire tutte le cose che ha fatto, che poi sono note. Pezzi di vita, progetti e qualche aneddoto, in questa lunga intervista che però divorerete, appassionandovi, proprio come è accaduto a me.

 

SS: Gradisci più essere riconosciuto come un bravo musicista o un bravo direttore d’orchestra?

MN: Io sono un musicista, che fa con la musica quello che più ama fare in piena libertà e senza schemi. Ho composto per il cinema, ho fatto il direttore d’orchestra in Italia e in Francia, ma sono un musicista e sono orgoglioso di esserlo.

SS: Come e quando nasce il tuo rapporto con la musica?

MN: Mio nonno mi diede una trombetta che girava per casa, ho iniziato così. Poi ho fatto una breve esperienza tragica in conservatorio, perché il mio maestro di tromba non amava Armstrong, così durò poco, perché io sapevo che volevo fare il jazz, quella era la musica che mi interessava, che era libera e che aderiva meglio a quello che io sono come natura…uno spirito libero, fondamentalmente.

SS: Com’è nata l’idea dell’Orchestra Operaia?

MN: L’Orchestra Operaia è stato un gioco che ho creato per dare l’opportunità ai giovani musicisti di “pilotare una Ferrari”, che è questa orchestra, formata da supermusicisti (la metà di loro sta a Sanremo, adesso) tecnicamente molto bravi, grandi lettori, leggono la musica benissimo e subito. Poi l’ho messa su l’orchestra, anche per creare nuovi repertori, e per dare una opportunità a questi ragazzi, che fanno composizione e direzione d’orchestra ma che non hanno la possibilità di avere un’orchestra di serie A. Devo dire che l’Orchestra Operaia in questo momento sta soffrendo parecchio perché in Italia non c’è una tradizione di orchestre e quindi appena tu dici che hai un’orchestra, tutti si terrorizzano. E’ difficile farla suonare in giro, perché sono 12 elementi. Questa cosa in Francia non esiste, perché lì c’è un’associazione che si chiama “grandi formati – grands formats” che occupa proprio uno spazio importante nella programmazione dei Festival e impone di mettervi all’interno anche musica orchestrale, che è fondamentale e soprattutto dà molto lavoro ai giovani musicisti.

SS: Quindi c’è qualcosa che in Italia manca, sostanzialmente

MN: In Italia manca tutto, non qualcosa; manca fondamentalmente di un concetto. In una nazione come la nostra, che possiede il 75 % delle opere d’arte, ci sono moltissimi luoghi in tutte le regioni che sono abbandonati. Potrebbero essere rivalutati e con una buona direzione artistica, portati anche a esprimere tendenze nuove musicali, oltre che quelle tradizionali. Si potrebbe lavorare su tanti livelli diversi, ed invece ci sono luoghi abbandonati per davvero a loro stessi. Si potrebbe fare una commissione su come usare l’enorme quantità di gente che esce dai conservatori e che a mio avviso è destinata alla povertà, perché uno che si diploma in jazz, oggi, se non ha l’orchestra che è il primo viatico per avere una visibilità nazionale ed internazionale, non può fare niente. Lo dico perché io da ragazzo ho militato in varie orchestre e da lì che sono diventato un trombettista professionista chiamato da De Piscopo, Chet Baker, Dizzy Gillespie, Umberto Bindi, Domenico Modugno, Dave Liebman, Don Cherry, Daniele Luttazzi, Corrado Guzzanti, Enrico Rava, con i quali ho suonato e per i quali ho arrangiato  e da lì sono nate tutte le cose importanti, che nella mia vita sono arrivate proprio dall’orchestra. Suonavo in orchestra, poi mi alzavo, facevo l’assolo, mi notavano e mi facevano fare anche lo step successivo. Ci sono tanti talenti in giro, come Nicola Tariello, che io amo tantissimo, un trombettista spaziale, che è giovane, non ha la possibilità di far sentire la sua musica, che non è veicolato da una forza maggiore quale può essere l’orchestra di Massimo Nunzi; io sono più conosciuto, lo porto con l’Orchestra Operaia a suonare al Festival jazz di Milano, lo vede un grande musicista locale, lo chiama e lo fa suonare in un altro contesto. L’orchestra non l’abbiamo inventata perché vogliamo mettere in difficoltà i Festival, l’orchestra esiste perché è un sistema per far lavorare i giovani musicisti e farli conoscere.

SS: Perché in Italia abbiamo tanti giovani talenti e non abbiamo nulla da invidiare ad altre parti del mondo

MN: Certo, non abbiamo niente da invidiare a nessuno perché abbiamo probabilmente alcuni strepitosi musicisti. Ma abbiamo anche tantissimi altri musicisti meno strepitosi ma che meritano di fare questo mestiere. Los Angeles per esempio è strapieno di supermusicisti che però poi non fanno i solisti, ma si occupano di musica da film, per esempio, e vivono facendo musica; non sono tutti Miles Davis o Clifford Brown o Max Roach. Joe Lovano, mi viene in mente lui,  ha avuto una lunga gavetta, poi è emerso ed è diventanto quello che tutti conosciamo.

SS: E’uscito questo nuovo lavoro discografico “GiocaJAzz” che hai realizzato con i bambini, insegnando loro a giocare un po’ con il jazz.  com’è nato questo progetto e come ci sei riuscito? Che esperienza è stata?

MN: E’ una esperienza in continuo sviluppo perché sta crescendo sempre di più, è un’operazione mia creata apposta per dare ai bambini la possibilità di scelta, direi; perché non ascoltano niente di buono attraverso i normali media, e basta sentire le musiche per bambini che vengono realizzate con dei computer orripilanti, con dei suoni agghiaccianti. Ormai è rarissimo che tu senta dei suoni reali in quelle musiche, o che vengano scritte appositamente per i bambini e questa è una cosa diseducativa perché quando vengono ai concerti, si innamorano perdutamente degli strumenti, che sono meravigliosi. E poi le melodie che io ho scritto per Giocajazz sono melodie che richiedono uno sforzo superiore rispetto alla canzoncina lamentosa. Io da piccolo amavo cantare le canzoni dei grandi, perché non riscontravo interesse in quelle per bambini, non erano particolarmente interessanti, figuriamoci oggi. Queste canzoni che ho scritto, tecnicamente attraggono i bambini perché sono musiche che riguardano dinosauri, supereroi, gatti, personaggi di fantasia ma li porto anche ad intonare dei salti più difficili, a lavorare su percorsi musicali meno prevedibili e in qualche modo – essendo io uno che lavora molto sull’intelligenza emotiva  – assomiglia al gioco dei bambini, che è spontaneo e spesso anche irrazionale, però apparentemente, perché poi ci sono delle leggi molto forti, come le relazioni che esistono tra i musicisti di jazz. Quando noi suoniamo, lavoriamo molto su un livello intuitivo, che è lo stesso livello del gioco del bambini.

SS: Siamo nell’epoca del digitale, di internet, della possibilità di fare tutto e subito, di arrivare dappertutto, di avere tutto immediatamente fruibile. Qual è a tuo avviso il lato negativo di tutto questo, cos’è che nuoce alla musica?

MN: Io faccio parte, facciamo parte, di una generazione che non ha avuto niente. Io ricordo che il primo disco che mi sono comprato è stato “Europa” di Santana e me lo sarò sentito 12 milioni di volte. All’epoca non c’era niente e in qualche modo quando tu compravi un disco, lo consumavi, ma in tutti i sensi. I miei amici avevano sentito Rimmel 5 milioni di volte, De Gregori, Battisti … i dischi venivano letteralmente consumati. C’era una mia amica che a furia di metter su Battisti aveva distrutto il disco. Poi alla radio non c’erano tantissime cose, bisognava aspettare, cercarsele le canzoni che piacevano; non si poteva registrare moltissimo, quando ero piccolo io. In realtà questa sorta di tsunami di informazioni rischia di avere un effetto negativo, considerato che avere un eccesso di informazione è come non averne affatto, e quindi di base ti trovi a portata di mano qualsiasi cosa. Per me vedere Miles Davis in un video degli anni 60, poteva assomigliare all’esperienza più pazzesca della mia vita. Io ricordo che a Roma venne al Music Inn un signore che portò dei filmini di Monk, di Gillespie degli anni 50 e 60 ed io ricordo che eravamo tutti in estasi. Ora qualunque cosa è raggiungibile e se vuoi studiare il pianoforte con Chick Corea lo puoi fare, o con Herbie Hancock. Ti arriva il tutorial, ti metti lì e studi. Con tutte queste informazioni rischi di non riuscire a focalizzarti su nulla e quindi finisci per accontentarti delle cose più semplici.

SS: Qual è il disco che possiedi al quale tieni di più e qual è il disco che secondo te un appassionato di jazz dovrebbe aver ascoltato almeno una volta nella vita?

MN: Io credo che quello che mi ha cambiato la vita in senso generalesia stato un disco che poi era una collezione, “Armstrong & The Mills Brothers” e in particolare un brano che si chiama “Flat Floot Foogie”; lì ho capito cosa fosse lo swing, ho capito questo movimento diverso, ma che era così vicino al mio battito. Per la musica classica invece, fu un concerto per pianoforte in Fa di Mozart, che mi colpì molto. La bellezza e la semplicità di Mozart mi scioccò, come anche quella di Armstrong. Non ci trovo una grande differenza tra questi artisti e Picasso, Mirò, Michelangelo, Giovanni Pierluigi da Palestrina. Tutti hanno utilizzato quel che facevano per esprimere il loro geniale segno distintivo.

SS: Massimo Nunzi va a vedere i concerti?

MN: Mi sa che sono l’unico musicista che va a vedere i concerti, vado tantissimo perché nella mia carriera ho avuto l’onore di dare il “La”, a tantissimi musicisti (che poi hanno fatto un’ottima carriera), da quando fondai l’orchestra Trombe Rosse nel 1997. Tantissimi musicisti hanno debuttato con quella mia orchestra. Insieme – così come anche con l’Orchestra Operaia – abbiamo fatto molte cose, estremamente prestigiose, che sono state molto importanti per i loro curriculum.

SS: A cosa ti dedichi quando non fai musica?

MN: Di base sono interessato moltissimo a tutte le arti;  vado a teatro, vado a vedere il balletto, ho molti amici poeti e scrittori, lavoro con grandi scrittori; sto collaborando adesso proprio con una grandissima poetessa, lei è Doris Kareva, una delle più grandi  poetesse del mondo, che è stata candidata al Nobel. Stiamo facendo un lavoro su 4 donne, si chiama “Four voice for a voyager” dedicato ad Ulisse, alle 4 donne che lui incontra durante il suo viaggio e per me, lavorare con la poesia è una cosa straordinaria. Mi piace anche la spiritualità, la meditazione, mangiare bene…mi piacciono le cose belle della vita, insomma.

SS: Da qualche giorno al Macro c’è la mostra dei Pink Floyd. La vedrai? Si, no…perché

Bah, ci andrei, ma…guarda, ti racconto una cosa, una delle gaff più eclatanti della mia vita. Dopo la morte di mio padre, che mi procurò un grande dolore perché morì molto giovane, decisi di partire e di andare nelle isole greche, con lo scopo di arrivare a Lindos dove c’era il padre della mia fidanzata d’allora. Feci tutto questo giro, mantenendomi suonando, visto che ero giovane e potevo farlo. Arrivato a Lindos, sono andato a casa di questo signore simpaticissimo (gli scappa una risata) grande artista tra l’altro, suonava l’ukulele, e passavamo interi pomeriggi in questa bellissima casa a suonare. Un giorno mi dice: “c’è un mio amico qui vicino, un musicista che ti vorrei presentare”. Avevo notato che c’era un po’ di movimento lì. Entriamo da una porta laterale e mi presenta questo signore biondo, simpatico e mi fa: “lui è David”. Insomma siamo stati due ore e mezzo a casa di questo qua ed io insistevo dicendo, “ma perché non ci facciamo una suonata” e lui mi fa “sai, io il jazz non lo suono, faccio cose più di effetti” e allora gli faccio “vabbé fammi dei pedali” e lui “no, no”. Poi ci siamo messi a chiacchierare e tra le varie cose noto questa casa pazzesca che era stata costruita sul modello tipo ziggurat e aveva un tetto bucato. Ma poi alla fine domandai “ma questo chi è?” ed era David Gilmour ma io non lo conoscevo, perché da ragazzino ero andato in fissa con il jazz, non mi ero dedicato a nessun altro genere e manco i miei amici. Avevo un amico psicopatico che sentiva solo musiche estreme, rock satanico (ridiamo). Sono nato con una cultura musicale diversa, e forse mi sono perso anche molto.

SS: Allora andrai a vedere la mostra e magari ti rimetti un po’ in pari (ridiamo)

MN: beh in realtà ho sentito i Pink Floyd dopo e ho scoperto che mi piacciono abbastanza. Certo, posso rispondere a qualunque domanda sul jazz, conosco tutte le formazioni, e so cose che anche alcuni musicisti che le hanno fatte non ricordano più. Mi è capitato di incontrare grandi musicisti che non ricordavano più molto, delle loro lunghe carriere. La mia sete di conoscenza si è saziata di jazz, meno di altro e non me ne dispiace, tutto sommato.

SS: Se ti invitassero a scrivere un’altra colonna sonora per un film?

MN: Mi piacerebbe moltissimo fare un film con i fratelli Coen, così giusto per sognare in grande, ma penso che potrei fare un buon lavoro. La mia capacità di scrittura dipende dalla mia formazione che è stata totalmente diversa da quella di molti miei colleghi. Quando io parlo con Paolo Silvestri o con Roberto Spadoni mi trovo davanti a dei grandi didatti, a persona che hanno fatto un percorso di studi molto seri. Io ho incominciato suonando, e non avendo avuto una guida, ho creato gli elementi che mi servivano sul campo. Io a 25 anni ho diretto l’orchestra della Rai, perché avevo fatto delle orchestrine che erano piaciute molto. All’epoca c’era Paolo Giaccio, che faceva “Mister Fantasy”, faceva delle trasmissioni straordinarie, mi prese sotto la sua ala protettrice e mi disse “devi dirigere l’orchestra della Rai”. Era il massimo, in quel momento per me. Credo che quella sia stata una delle ultime volte, poi l’orchestra si sciolse perché erano tutti anziani. Mi sono dovuto costruire le mie cose da solo, e se sei costretto a fare delle cose per vivere e a fare un lavoro che è una cosa importante, allora ti devi ingegnare. Quando ho scritto per “Sirene“, mi sono ispirato alla “ambient” per quanto riguardava le scene sott’acqua. Devi saper scrivere per sinfonico, in tanti stili diversi. Non ho fatto studi accademici ma mi sono costruito i tools strada facendo. Inventarsi sempre un sistema per risolvere un problema, per passare dall’altra parte.

“Già abbiamo finito?” – mi fa.

“Restiamo ancora un po’” – gli dico.

Simona Stammelluti

 

 

 

Tags: , , , , , , , , , , , ,

Commenti chiusi