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Licata, “pagavano il pizzo sulla busta paga”: i dipendenti ammessi come parte civile

Il gup del Tribunale di Agrigento, Alfonso Malato, ha ammesso la costituzione come parte civile dipendenti, e presunte vittime di estorsione, delle Cooperative “Libero Gabbiano” e “Arcobaleno” di Licata.
Il processo scaturisce dall’inchiesta che vede come indagati l’avv. Rosario Magliarisi, 47 anni (figura chiave della vicenda), Linda Modica, 49 anni, responsabile delle due comunità d’accoglienza per minori psichici e malai, Angelo Magliarisi, 46 anni, fratello di Rosario, Carmela di Blasi, 67 anni, mamma dei due Magliarisi, Luciano Ballacchino, 39 anni, Florinda Zagra, 38 anni, tutti di Licata.

I dipedenti, secondo le accuse, erano costretti a restituire in contanti parte dello stipendio percepito dopo il pagamento mensile dello stesso e a firmare la busta paga per evitare il licenziamento.

Dopo una prima fase dove tre dipendenti avevano negato responsabilità da parte dei vertici delle cooperative, gli stessi hanno deciso di rompere il silenzio e collaborare con la Procura. Le principali accuse contestate, a vario titolo, agli indagati, sono estorsione e appropriazione indebita.

Il modus operandi. Prendiamo, ad esempio, la madre di tutte le denunce per poter delineare il metodo usato per “sfruttare” ma soprattutto estorcergli denaro. E’ il 13 settembre 2013 quando alle porte degli inquirenti bussa un ex dipendente di una delle due cooperative in questione, la “Arcobaleno”. L’uomo, stanco della situazione che si era configurata, stanco delle continue angherie subite decide di vuotare il sacco e parlare del metodo di assunzione e pagamento di questa cooperative. Si parte, inevitabilmente, dall’estremo bisogno di lavoro, di soldi e di alcune garanzie minime per vivere dignitosamente. Si fa leva, dunque, su una crisi occupazionale che insiste nel territorio. Magliarisi, che comunque non è ufficialmente a capo delle coop, si occupa personalmente di intervenire e promette assunzioni al loro interno con delle condizioni alquanto “particolari”: 15gg di tirocinio non retribuito (senza che nessuno controllasse effettivamente la regolarità dello stage formativo) e, qualora si fosse accertata la competenza, un contratto di lavoro a tempo determinato (30gg) con uno stipendio di 1362,00€ lordi. Fino a qui, sembrerebbe, nulla di irregolare. Se non fosse che, subito dopo la firma, veniva dato all’uomo in procinto di essere assunto un “pizzino” con una cifra riportata sopra: 434,00€. Questa era la cifra che l’ignaro lavoratore dovevo riconsegnare ai datori di lavoro una volta preso lo stipendio. La leva che ha permesso questo giochino, che si è ripetuto con frequenza con almeno altri 8 dipendenti, insisteva sul bisogno di soldi, sulle limitate condizioni economiche e, di conseguenza, la sicurezza che mai nessuno di loro avrebbe parlato per non perdere neanche quel poco che veniva loro elargito. Altro dettaglio che non è passato inosservato agli inquirenti è la “strana” prassi di far firmare ai dipendenti un foglio di dimissioni in bianco.

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