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Libro_: la vita in pompe funebre

Genere: Narrativa

Mood: Mistero

Introduzione

Notizie per la costruzione di un romanzo; descrivono il personaggio del protagonista che cerca un’altra vita di quella reale

Il suo ufficio si trovava accanto alla sala di esposizione con le bare.

Lo stoccaggio delle bare costava molto in termini di capitale. Quasi quanto un autosalone, come costumava dire il capo, il proprietario della ditta Pompe Funebri Figlio di Dio.

Egli concepiva la propria vita come un disegno in un disegno. Una figura frattale. Il disegno si dissolveva in sempre ulteriori disegni, modificava la sua grandezza, ma la sua forma restava sempre la stessa. Si sentiva come una lumaca che avesse lasciato la propria casa e cercasse rifugio in altre. Ma ogni casa era solo una parte di quella che una volta aveva lasciato.

Nel corso dell’anno era riuscito a stabilire che il mare mutava colore non solo in ragione del tempo ma anche con le ore della giornata. Al mattino, ai raggi del sole sorgente, le onde luccicavano di un blu turchese per cambiare poi con il trascorrere del sole fino a un verde bottiglia. In estate predominava il blu, d’inverno il verde. Quando le tempeste d’autunno flagellavano le onde e i cavalloni creavano mulinelli di sabbia dal fondo marino, l’acqua assumeva invece un colore giallo argilloso e appariva sinistra e minacciosa di contro al cielo coperto di nubi, come se in qualsiasi momento avesse potuto inghiottire tutto quello che si muoveva in superficie.

Osservava un peschereccio che usciva dal porto incontro ai raggi di brace del sole al tramonto verso i campi di pesca e si stagliava come una nera silhouette e sembrava muoversi appena. Quando alla fine scomparve sul margine destro del suo campo visivo, si destò dallo stato di rapimento come un orso dal letargo invernale, si stirò e con uno sguardo all’orologio si rese conto stupito che era passata già una buona mezzora. Cercò intensamente di ricordarsi di una cosa qualsiasi che fosse accaduta in questo lasso di tempo. Ma non trovò nulla, solo vuoto, non un solo pensiero che emergesse da questo buco oscuro.

La cosa che più l’impressionava era il sole al tramonto, non importa se ai monti o al mare. Si potevano contare i minuti fin quando il disco rosso sangue non spariva dietro una cima. Ma c’era ancora un’ultima fiammata di cui prendere atto. Come se qualcuno coprisse il sole con la propria mano. Quando si tuffava nel mare, l’andamento era ancora più chiaro. Il sole toccava terra sopra l’orizzonte come un cerchio su di una retta tangente, e questo durava giusto cinque minuti, fin quando non spariva del tutto. E si meravigliava del perché non si levassero vapori sfrigolanti, come piombo fuso nell’acqua l’ultimo dell’anno.

La parete che separava il suo ufficio dalla sala delle bare era per metà a vetri per consentire a ogni interessato di osservare e intervenire al momento opportuno. Il momento giusto, quello era il problema. Il suo modus operandi era sempre lo stesso. Conduceva il potenziale cliente nella sala di esposizione, decantava la qualità delle singole bare e poi li lasciava soli per un attimo. Per il tempo giusto sufficiente a redigere in ufficio a nome dell’interessato il contratto su modello prestampato con tutte le prestazioni della ditta Pompe Funebri Figlio di Dio e nel frattempo osservare non visto il cliente. Il più delle volte era la postura del corpo della sua preda a rivelargli se la decisione sarebbe stata positiva o se aveva l’intenzione di rimandare. Diventava più difficile quando aveva a che fare con l’intera famiglia o quando i familiari superstiti volevano mettere il meno possibile mano alla tasca per l’ultimo viaggio del caro estinto, dopo che una rapida occhiata alla situazione patrimoniale li aveva persuasi che la sua morte era un affare in perdita.

Le bare nella sala di esposizione gli ricordarono che il tempo era qualcosa che si scaricava come un meccanismo di orologio. Un meccanismo che nemmeno il migliore degli orologiai poteva rimettere in moto. E anche quelli che si congedavano da questo mondo nel modo più dispendioso possibile sarebbero stati presto dimenticati.

Il suo sguardo cadde su una cassa di legno di rosa nella prima fila. Aveva le maniglie di bronzo e il rivestimento di velluto rosso. Era uno degli articoli più costosi della sala. Ogni mattina un impiegato doveva strofinarla con olio profumato. «Le bare non possono puzzare di cadavere», era uno dei detti proverbiali del capo

Nella sala di esposizione c’era posto per un muovo arrivo. Lo spedizioniere aveva consegnato al mattino un sarcofago di onice. La parte inferiore era nera, quella superiore giallo verde marmorato. Pesava circa cento chili.

Di sera le bare venivano illuminate. Uno specialista ben pagato aveva sistemato dei faretti in determinati punti delle pareti e del soffitto in modo da far apparire le bare in una luce favorevole.

Adesso il sarcofago di onice mandava bagliori verde giada, e la bara di legno di rosa irraggiava rosso intenso. Le bare di quercia in seconda fila erano meno fotogeniche, pure facevano la loro sobria figura con le loro brillanti borchie di ottone dorato e la seta dai riflessi blu con cui erano state foderate, di nuovo alla pari.

Attraverso la parete per metà a vetri, che lo separava dalla sala di esposizione, stava a guardare due tarme che bruciavano sfrigolando alla luce di uno quei raggi. Caddero in una delle bare aperte, foderata di seta verde scuro e con un cuscino di damasco giallo sulla testata.

Si chiese se mai ci fosse qualcuno a ripulire le bare. Se anche le tarme andavano in paradiso?

La porta della sala per le imbalsamazioni era aperta, e un odore, che gli ricordò il tempo in cui serviva messa nella chiesa con i suoi parrocchiani, penetrò fin nel suo ufficio. Inspirò a fondo quell’odore nei polmoni. C’era ancora un’altra componente in esso – sapeva di ospedale. Si alzò, attraversò la sala di esposizione e richiuse la porta della sala per le imbalsamazioni.

L’ufficio era avvolto nell’oscurità, solo il monitor del suo computer diffondeva una penetrante luce bianca che dopo pochi metri si disperdeva nel buio. Un po’ di luce filtrava anche attraverso le grandi lastre di vetro nella sala di esposizione con le bare. Riusciva perfino a distinguere il crocefisso e, per quanto sfumate, i profili di ciascuna bara.

Un fioco luccichio tradiva la posizione dei candelieri d’argento. Al mattino i facchini avevamo portato un pianoforte e l’avevano sistemato vicino alla parete della sala di esposizione. Sulla cassa armonica di legno laccato nero troneggiavano da allora due candelieri d’argento che in precedenza avevano abbellito una piccola credenza. Al pianoforte, invece, spettava un significato simbolico. Doveva ricordare ai superstiti in lutto che la ditta Pompe Funebri Figlio di Dio si prendeva cura anche della cornice musicale dell’ultimo viaggio dei loro cari defunti. Stabiliva in certo qual modo un rapporto tra arte e morte e questo, insieme ai due candelieri frutto del lascito di un prete, dava un tocco aggiuntivo di sacrale solennità.

Guardava fisso lo schermo. Stava limando un conto che avrebbe riservato ai destinatari una spiacevole sorpresa. Il numero degli ospiti che avevano preso parte al rinfresco dopo la sepoltura aveva superato tutte le attese e fatto schizzare i costi all’insù. Si era messo a giocare con una penna a sfera. Dalla sala di esposizione venivano rumori come di scalpiccio. Da qualche settimana vi si erano annidati topi o ratti. Dovrebbe procurarsi un topicida. Non sarebbe stata una buona pubblicità per l’impresa se una vedova in lutto, facendo visita alla collezione delle bare, si fosse imbattuta all’improvviso in un topo o peggio in un grosso ratto ripugnante. Magari il suo lutto si sarebbe sciolto in un acuto grido di spavento, in ogni caso la ditta Pompe Funebri Figlio di Dio si sarebbe trovata con una cliente di meno.

D’un tratto s’inserì il salvaschermo, tutto divenne buio, e anche il crocefisso sparì.

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