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“La tenerezza”, il film di Gianni Amelio: un pezzo di vita staccato dal muro dell’ovvio

Non è semplice fare un film sui rapporti umani, sui sentimenti, sulle fragilità, sulla “Tenerezza” – intesa proprio come limite sottile compreso tra l’amore e l’aver a cuore – senza rischiare di essere scontati, didascalici, ripetitivi e anacronistici.

Ed invece Gianni Amelio vi è riuscito da grande regista quale è, a gestire e a raccontare quelle cicatrici che spesso si tengono nascoste, perché sennò diventano ingombranti; vi è riuscito perché è quello che sa fare meglio, ossia parlare di relazioni, di uomini che scombinano tutto e spesso non sanno mettere più nulla al proprio posto, se non dopo aver perso tutto.

La tenerezza è una storia di rapporti sdruciti e stanchi, che attendono di essere rammendati, seppur alla meglio, come quando si cerca sempre una scusa per farsi volere bene. E’ un pezzo di vita staccato dal muro dell’ovvio. E’ un film che parla di malesseri ben celati tra le pieghe del quotidiano.

La locandina del film in questi giorni nelle sale non dice molto, anzi, potremmo dire che trae un po’ in inganno, considerato che nasconde il protagonista del film, Lorenzo – interpretato da un Renato Carpentieri straordinario, che si muove nel ruolo con una potenza scenica impressionante – un anziano avvocato, vedovo, solo, solitario, con due figli che pensa di non amare, un nipotino, Francesco, che Lorenzo tenta di educare ed istruire fuori dai canoni scolastici, una discreta dose di pasticci combinati durante la sua florida carriera e qualche senso di colpa di troppo. Tutto cambia quando nell’appartamento di fronte – in una Napoli che pulsa e non sta mai ferma – arriva una giovane coppia con due figli, che sembra essere lo specchio della normalità e di una felicità conquistata. Tra Lorenzo e Michela (Micaela Ramazzotti), la giovane moglie di Fabio (Elio Germano) ingegnere navale, sembra nascere una complicità umana che pian piano colma i vuoti emotivi di entrambi e che porterà Lorenzo a riqualificare il rapporto con sua figlia Elena (Giovanna Mezzogiorno). Una complicità fatta di cene trascorse insieme, di attenzioni verso i bimbi della coppia, di racconti che arrivano dal passato ma che non sono sufficienti a far capire allo spettatore quale dramma sia in agguato.

Il film infatti si snoda lungo un momento che spiazza e che racconta di “un punto senza ritorno“. Una parentesi inaspettata, dai colori del thriller, nella vicenda, che Amelio sa sottolineare con precisione e con un ritmo incalzante dettato da inquadrature veloci e da una pioggia battente che sembra bagnare affannosamente anche chi è seduto in sala.

Una tragedia, dunque, i cui punti salienti sono affidati a lui, Elio Germano, da sempre attore prediletto del regista, che sembra non invecchiare mai e che nella pellicola mostra tutta la sua disperazione e quel mal di vivere quasi sempre in sordina, fin quando però tutto diventa più grande della sua capacità di sopportare quei problemi dell’infanzia, poi divenuti fantasmi di un futuro incerto e ostile.

Nel cast anche Greta Scacchi nei panni della madre di Fabio, e poi ancora Maria Nazionale, oltre a Giuseppe Zeno al quale è affidato un piccolo cameo sul finale.

Il film svela pian piano ciò che accade, induce a riflettere, sa essere prezioso nel suo raccontare ciò che tutti nella vita prima o poi proviamo, quando avvertiamo la sensazione di essere fuori luogo, nella vita di qualcuno, e allora facciamo piccoli passi indietro per poi a volte finire chissà dove, senza però volerlo veramente. E’ un film che non lascia spazio alla fuga emotiva, che “ti tira dentro“, e ti fa provare una tenerezza che non dimentichi quando le luci in sala si riaccendono.

Amelio racconta di come oramai la definizione di famiglia sia troppo stereotipata, di come si sia spesso portati a pensare che da soli si possa essere più forti, mentre lo si è insieme a qualcuno senza saperne davvero il perché; racconta di come si possa amare senza accorgersene e della sensazione terribile di non poter tornare indietro, quando ce ne si rende conto.

I dettagli della vita di Lorenzo, appaiono nel film poco alla volta, ed è questo uno dei punti di forza della pellicola. La visita dell’avvocato a colei che fu la sua amante, la ricerca di un perdono seppur silenzioso, la necessità di mentire pur di continuare a stare al fianco di qualcuno.

E’ un film lungo, cadenzato, con una sceneggiatura a tratti ridondante. La fotografia è priva di saturazione e di vividezza, come se fosse sotto l’effetto di un tempo andato. Si predilige il primo piano, un primo piano anche sul dolore che sa divenire protagonista tanto quanto i suoi attori. Poche le panoramiche, perché Amelio sa che non serviranno, ma ci sono inquadrature che “lasciano andare”, che mostrano un dopo probabile, ma non sempre possibile.

Il finale non è scontato, ma è quello che lo spettatore vuole, e Gianni Amelio lo sa.

E’ senza dubbio un film da 4 stelle su 5, che ha qualche pecca, tra cui l’essere molto lungo, considerato che alcune scene vengono più e più volte ripetute. Ma forse quella ripetizione serve a sottolineare una volontà forte di restare … dote che appartiene a chi ha ormai capito che non si può scappare da una tenerezza che ti viene incontro.

Simona Stammelluti

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