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La nuova, perversa moda: morire. Per gioco.

Sembrerebbe un gioco.
Inizia come un gioco.
Non è un gioco.
Finisce in tragedia.
Sembra una sfida, come ce ne sono migliaia nella vita di qualcuno.

E’ istigazione al suicidio.
Ma chi sono coloro che istigano?
E chi sono coloro che muoiono, pensando che sia figo spingersi così in là fino a morire?

Ci sarebbe prima di tutto da chiedersi cosa cercano oggi i ragazzi. Perché se da genitori passiamo la nostra esistenza a “stimolare” la loro curiosità, invitandoli alla scoperta del mondo che li circonda, sperando che trovino una proprio strada e che siano alimentati da una qualche passione, arriva il momento in cui dobbiamo lasciare la loro mano, perché è giusto che camminino da soli lungo un percorso nel quale qualcosa, a volte, può non andare come dovrebbe.

Ed allora i giovani muovono i loro passi in un terreno fin troppo minato. Vogliono sentirsi grandi, forti, invincibili. Vogliono sentirsi i primi, forse perché nessuno mai li ha fatti sentire così, forse perché la volontà di esprimersi all’interno del proprio mondo reale non trova spazio, mentre nel mondo virtuale, è tutto semplice, amplificato, senza regole.

Eccola la parola chiave: le regole.
Lì dove non ci sono regole, si innesca il buio.

In quel buio brancolano vittime e carnefici, pensando di avere chissà quale ruolo. Ruoli di chi incita e di chi pensa di potercela fare. Ruoli di chi pone “finte regole” che in realtà è solo voglia di annientare il prossimo.

Sembra assurdo pensarla in questi termini, ma “sopravvivere” ad alcuni ruoli, è un destino che tocca anche agli adulti. Adulti che possono essere non solo genitori, ma anche educatori, insegnanti, e che a volte però diventano anch’essi vittime, ma di quel meccanismo che da qualche parte si inceppa e che crea una sorta di reazione a catena che, fermarla, diventa impossibile.

Forse sarebbe il caso di analizzare il periodo storico che – anche volendo scansare luoghi comuni e stereotipi –  finisce per condurre nel solito vicolo cieco ossia che i ragazzi, gli adolescenti non sanno più distinguere il bene dal male, forse perché mentre dovrebbero mettere a fuoco le immagini che si palesano davanti ai loro occhi proprio mentre crescono, non hanno vicino chi scrive loro le “didascalie”, chi spiega loro perché alcune cose andrebbero archiviate prima ancora di guardarle da troppo vicino.

Gli adolescenti hanno perso il contatto con il reale, e questa è, realtà.
E non è solo il mondo dei social che va incriminato, ma anche quel silenzio che li inghiotte, quando sollevano lo sguardo e attorno a loro non c’è niente, o forse dovremmo dire nessuno che possa ascoltare quello che hanno da dire. Perché ognuno di loro ha qualcosa da dire; peccato che non sanno più a chi dirlo, non sanno più porre una domanda, non sanno esternare una paura. Una paura che è quasi sempre legittima, e che provano ad esorcizzare sfidando la sottile linea del lecito, abbandonando ogni segnale di buonsenso, quel buonsenso al quale nessuno li ha “iniziati”, perché sembra che ci sia sempre tempo, ed invece tempo non ce n’è più.

Come si finisce nel giro perverso del Blue Whale?

Sembrerebbe strano che ragazzi che non rispettano più nessuna regola, si pieghino alle regole del gioco che li porta alla morte. Regole che portano all’autolesionismo e che andrebbero svolte in segretezza. Ecco l’altra cosa che lascia sgomenti: perché i ragazzi hanno uno spazio ed un tempo nel quale rispettare regole perverse “in segretezza”? Il segreto si nasconde nella frustrazione, nell’insicurezza, nella voglia forse, di essere scoperti e rimproverati…e salvati.

Non ci si salva mai da soli. Ci si salva se qualcuno ascolta il nostro grido che muore in gola, se qualcuno ci osserva così come si farebbe con un esemplare raro, se c’è uno specchio capace di riflettere immagini reali che non riguardano solo noi stessi, ma anche chi dipende dalla nostra condotta, dalla nostra attenzione, dal nostro, di coraggio, perché altrimenti sul precipizio dal quale centinaia di ragazzi sembra si stiano buttando, ci finiremo noi, tutti, vittime “consapevoli”, di una realtà che chiudiamo fuori dalla parta di ogni nuovo giorno, perché scomoda come una scarpa stretta.

Simona Stammelluti

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1 Risposta per “La nuova, perversa moda: morire. Per gioco.”

  1. philips ha detto:

    Bellissimo articolo che condivido perchè l’ho sempre sostenuto anche se a volte sono stato criticato.

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