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Inchiesta “Kerkent”, altri particolari

Altri particolari emergono nell’ambito dell’inchiesta “Kerkent”, tra il ruolo di Antonio Massimino, i rapporti con Lombardozzi, e le dichiarazioni del pentito Quaranta.

Antonio Massimino, già arrestato nel 1999 e nel 2005 nell’ambito delle inchieste antimafia “Akragas” e “San Calogero”, avrebbe assunto il timone della famiglia mafiosa di Agrigento-Villaseta, direttamente investito di tale carica dal boss Cesare Lombardozzi, morto nel frattempo.
E poi, l’autorevolezza e il carisma di Antonio Massimino sarebbero stati utili a mediare affari e a risolvere controversie, anche un grave contrasto per il quale una delle due parti in causa gli ha chiesto, prima della mediazione, l’autorizzazione a commettere un omicidio per il torto subito.
E poi, i locali adibiti ad un autolavaggio a Villaseta in uso a Giuseppe Messina, 38 anni, di Agrigento, sarebbero stati base operativa per il gruppo criminale, sede logistica di incontri, riunioni e per lo smistamento della droga.
E poi, per l’approvvigionamento della droga vi sarebbero stati il canale calabrese della ‘Ndrina Accorinti, il palermitano da parte della famiglia della Noce, e di Palma di Montechiaro da un gruppo stiddaro, tra cocaina, marijuana, hashish ed anche ketamina.
E poi, un agrigentino di 38 avrebbe truffato il commerciante di automobili Salvatore Ganci, pagandogli un’automobile con un assegno risultato scoperto. Il 38enne, e la sua convivente di 34 anni, sarebbero stati attirati con un inganno in un magazzino, e, in presenza dei sequestratori armati, i due sarebbero stati minacciati di morte, obbligati a restituire subito l’automobile, e lei, la donna, sarebbe stata oggetto di vari e ripetuti palpeggiamenti nelle parti intime da parte di Antonio Massimino.
E poi, il pentito Giuseppe Quaranta, di Favara, su Antonio Massimino si è espresso così: “Antonio Massimino è a capo del mandamento Agrigento Villaseta. Lavora con la cocaina e con le estorsioni. Antonio Massimino l’ho incontrato una sola volta dopo che uscì dal carcere all’autolavaggio di Villaseta. Io non ero più reggente a Favara perché posato. Lui mi voleva ringraziare perché mi stavo impegnando per fare avere, non ricordo a chi, un chiosco a San Leone. Antonio Massimino mi disse che se volevo continuare, dato che ero nella corrente di Fragapane che mi aveva posato, mi inseriva coi Falsoniani. Dissi che non mi interessava più e lui mi disse che non dovevo più fare estorsioni ed altro a Favara, neanche sotto banco. Dissi che sarei stato fermo e mi arrabbiai pure. Antonio Massimino dopo essere uscito dal carcere prese la reggenza di Agrigento, anche se Cesare Lombardozzi non lo gradiva particolarmente e me lo disse perché Massimino è un po’ schizofrenico, fa casini, truffe, si immischia su tutto. Non tutti lo accettano. Lui, Lombardozzi, non era propenso a dare reggenza a Massimino, ma lo fece per evitare complicazioni, anche se gli mandò a dire che andava bene purché non disturbasse il gruppo Lombardozzi e i Falsoniani. Quanto a me, mi propose di nuovo di legarmi a loro, ma io dissi che non volevo più avere a che fare con queste cose”.
E poi, a testimonianza dei rapporti tra Antonio Massimino e Cesare Lombardozzi, lo stesso Massimino, intercettato, racconta ad un affiliato di essersi più volte incontrato con Lombardozzi al cimitero, ad Agrigento, in una cappella cimiteriale.
E poi, agli atti dell’indagini, vi è anche una fotografia frutto di un’intercettazione ambientale, che ritrae Antonio Massimino intento a minacciare con un cacciavite il presunto affiliato Alessio Di Nolfo.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

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