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Il nuovo film di Massimo Scaglione delude e non convince

Un azzardo che non è riuscito.
Una presunzione forse, che nasce dal voler fare tutto da solo.
Massimo Scaglione scrive il film, sceneggia, cura la regia, fa fare le musiche a sua moglie.

Non si capisce se perché pensa di poter riuscire in questa sfida “molto ma molto” più grande di lui, o perché “i mezzi” erano così pochi, da non potersi permettere neanche un doppiaggio decente. Che poi viene da chiedersi perché Scaglione non abbia scelto di far ripetere le battute singole – a volte uniche e sole – di alcune comparse, e abbia deciso invece di farle doppiare, dando alla pellicola lo stesso valore di un film amatoriale.

Un film pasticciato, che voleva presumibilmente essere un film denuncia (di cose che già si conoscono) ma che non si è spinto in nessuna indagine neanche minima, che avrebbe potuto dare una sorta di credibilità, almeno alle intenzioni.

La storia del malaffare, della politica collusa, corrotta, dei  palazzinari, degli imprenditori disonesti, come se fosse una storiella semplice, quasi ridicola, in confronto ai fatti reali di mafia capitale ai quali Scaglione sembra essersi ispirato. “Voleva essere una sorta di lezione civica” – dice lo stesso regista, come se guardare questo film potesse indurre ad una riflessione che dubito ci sia stata.

Il regista mostra scene dozzinali per descrivere la vita corrotta e mondana dei personaggi, e siamo ben lontani da quanto fatto ne “La grande bellezza”, che invece aveva l’arma spiazzante ed affilata della metafora.

Per non parlare dei dialoghi; sarebbe bastato davvero leggere qualche intercettazione dagli atti, per prendere uno spunto un po’ più credibile.

Un non volersi spingere in nessuna direzione. Fermo sulla banalità mentre tenta di tradurre in film, fatti serissimi.
Una chance sprecata, a mio avviso.

Quanto agli attori, non è bastato certo affidare a Sperandeo la sua solita parte da siciliano “brutto e cattivo” per sollevare le sorti di un film senza solide basi prettamente cinematografiche.
Matteo Branciamore c’ha provato ad uscire dai panni del figlio dei Cesaroni, ma non vi è riuscito. Impacciato, poco credibile, “vestito” male nelle actions.

Una goffaggine generale.

Film girato quasi completamente nella Calabria dello stesso regista, qualche accenno a Roma, immagini dell’auditorium parco della musica (che poi perché?), giusto per tentare una verosimiglianza con la realtà di Mafia Capitale, e poi delle immagini di repertorio attaccate senza un minimo di cura. Un’accozzaglia di imprenditori  – padre e figlio – di banchieri corrotti, di politici corrotti, di poliziotti che entrano e arrestano come se fosse un gioco in uno scantinato.

E’ la storia di un padre geometra che si finge ingegnere, che trascura sua moglie per godersi altre donne, che lascia in eredità al figlio che prova ad essere onesto, un impero imprenditoriale, una vita di affari loschi, di mazzette. Una storia raccontata dal figlio finito ai domiciliari, che ripercorre a ritroso la sua esistenza.

Non era difficile da immaginare che il cinema Garden di Rende fosse pieno per accogliere il figlio della terra si Calabria. Meno facile da immaginare prima della proiezione, il fatto che durante i titoli di coda ci sarebbe stato un flebile applauso.

Forse più di qualcuno non ha gradito la pellicola.
Capita.
E’ capitato a Scaglione e alla sua squadra.

Ah dimenticavo…il film si chiama “Il mondo di mezzo”.

Simona Stammelluti

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