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Il direttore del New York Times invita Angela Merkel a leggere ed ascoltare Franco Castaldo (Margherita Bettoni e Giulio Rubino)

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Il direttore del New York Times invita Angela Merkel a leggere ed ascoltare Franco Castaldo (Margherita Bettoni e Giulio Rubino)
E’ l’invito di Mark Thompson, amministratore delegato della New York Times Company, intervistato dal direttore di Repubblica, Mario Calabresi, nel penultimo giorno della kermesse di Perugia. Prima la testimonianza di Zaina Erhaim, giornalista e attivista siriana, la battaglia, vinta, di Evan Greer per la liberazione di Chelsea Manning e la ‘ndrangheta in salsa tedesca
di Leonardo Malà
Perugia – Dopo averli ignorati ora non sottovalutiamoli. Si parla di lettori, di pubblico. E’ l’invito di Mark Thompson, amministratore delegato della New York Times Company, intervistato dal direttore di Repubblica, Mario Calabresi, nel penultimo giorno del Festival internazionale del giornalismo. L’elezione di Trump, comunque la si giri, è suonata come un ceffone per la maggioranza dei media e pare perfino buffa la corsa di molti commentatori a risfogliare i propri taccuini, a rivedere nei propri tweeet qualche segnale premonitore. Thompson e Calabresi affrontano a viso aperto il problema, prendendo spunto dall’ultima fatica editoriale del giornalista inglese trapiantato negli Stati Uniti, “La fine del dibattito pubblico”.
Si parte da lontano, lontanissimo, da quando Tucidide attribuiva alla perdita di identità delle parole nientemeno che la decadenza di Atene, fino a Catone, allarmato dalla scissione tra parola e significato. Soprattutto si evoca il ritorno a una complessità dell’analisi, a quei margini di tempo che negli anni passati venivano concessi agli editorialisti, muti per almeno un giorno prima di scrivere il proprio commento, e non scaraventati davanti a una telecamera mezzora dopo l’evento e tenuti a bagnomaria mediatico per ore e ore.
Oggi, con Trump, tutto sembra ridotto a slogan, a esternazione umorale, ma i lettori, assicura Thompson, sembrano cercare altro, perfino coloro che hanno voltato le spalle a Hillary Clinton. “Metà delle donne ha scelto Trump – ricorda il numero uno della New York Times Company – donne laureate, in egual numero di quelle pro Clinton – donne che ogni giorno fronteggiano le insolenze sessiste per strada e in metropolitana e non hanno bisogno di essere indottrinate da altre donne, fortunate a vivere in contesti più protetti”. Anche in questo caso una sottovalutazione, dunque.
Si parla anche della rabbia e qui si tocca uno dei fraintendimenti principali del caso Trump, quando per mesi e mesi si parlò di paura e non di rabbia, un concetto percepito solo negli ultimi giorni, quando ormai era tardi. Perché la paura paralizza, ti blocca in casa, mentre la rabbia fa uscire per strada e fa votare. E la rabbia non si combatte con i ragionamenti, con le deduzioni logiche. Da sentimento irrazionale qual è, la rabbia se dileggiata o fronteggiata (ricordate il cazzotto di Robert De Niro?) si fomenta. L’unico modo per vincere la rabbia è spegnerla.
Nell’appassionata lettura di Calabresi, libro in mano, Thompson invita il pubblico a “squarciare il baccano”, a farsi largo nella babele di linguaggi che si affastellano, ricordandoci che in fondo siamo cavie di una tecnologia che in trent’anni ci ha scaraventato dal piombo della tipografia, come dire da Gutemberg, allo schermo di uno smartphone. Quello che non sta mai nel verso giusto e che continuiamo a rincorrere affannati.
Lo sapevate che esiste il femminicidio anche in Siria? Non c’entrano i missili, parliamo di uomini che uccidono le proprie donne. Ne parla Zaina Erhaim, qui a Perugia: “Quando io e mio marito parlammo di cosa fare nel caso mi avessero presa e torturata, concluse che preferiva uccidermi con le sue mani piuttosto che lasciarmi ai militari. Ma neanche per sogno, risposi io, a me piace la vita e voglio continuare a viverla!”. Davvero illuminante l’intervento della giornalista e attivista siriana, nata professionalmente in Bbc e tornata in Siria con l’Institute for war and peace reporting dopo lo scoppio della guerra civile. Un’istruttiva inversione a U per i canoni occidentali, su come si vive, si muore, si fugge e si resiste nel suo Paese.
Anzitutto la sensazione, sconosciuta a noi, di sentirsi stranieri anche nel proprio quartiere, di non poter godere di alcun diritto o tutela, sia dentro i confini nazionali, meno ancora nei luoghi di frontiera. “Lo vedete il mio amico in foto? – chiede alla platea – I soldati di Assad lo hanno imprigionato e da due anni non se ne sa più nulla. La speranza è di vederlo uscire, anche a brandelli, ma vivo. Malgrado ciò quando proverà a varcare il confine verrà fermato perché siriano, dunque sospetto terrorista. Lui!”. Zaina, con la sua libera chioma bionda e il tailleur bianco, racconta di come ha trasformato in redattrici donne con una formazione scolastica spesso abborracciata. “Quando ho portato a casa i cento euro dell’articolo, mi disse una di loro, mio marito chiese come avevo fatto, lui che in un mese ne guadagnava venti. Così ha cominciato a fare domande, a prendere notizie. Lui può, in quanto uomo. E io a casa scrivevo”.
Se la prende con l’occidente, Zaina, che non solo equipara tout court i cittadini siriani ai terroristi ma fa di tutto per costringerli a fuggire da casa propria. “Siete voi occidentali a discriminare cattolici e musulmani e a fomentare l’ira di questi criminali e siete sempre voi a generare ragazzi che vengono qui con la voglia di immolarsi e combattere. Si parla dei siriani come poveretti, diseredati, ma molti di noi hanno corsi di studi universitari alle proprie spalle, vite tutt’altro che miserabili, eppure in ogni frontiera veniamo intercettati, fermati, controllati, equiparati a pazzi che si fanno esplodere”, insomma come dire che ogni americano è un serial killer. Sul futuro della Siria, Zaina Herhaim ha un’unica idea ben chiara: tutte le soluzioni sono possibili tranne quella di Assad. “E’ stato lui ad averci trascinato in questo inferno e non potrà essere lui a tirarcene fuori. Né ci soddisfa sapere che stavolta i missili americani se li è beccati lui perché sappiamo bene quali effetti collaterali comporta un attacco del genere”. Ultimo consiglio alla stampa internazionale, molto simile a quello lanciato ieri l’altro dal regista Fayyed, che suona pressappoco così. “Smettetela di giocare a chi la sa più lunga, a cercare il buono e il cattivo. Noi moriamo e moriamo male. Quella che per voi è una notizia dell’ultim’ora, quattro morti al confine siriano, da noi vuol dire che è saltata un’auto di persone innocenti con dentro un papà, una mamma, la figlia di diciotto anni e il figlio di dieci. Soccorsi da mio marito, ormai un esperto del primo aiuto, forse il mestiere più rischioso di tutti, perché è prassi colpire i soccorritori con la seconda bomba”.
Aspettando il 17 maggio. Mezza chioma rasata, mezza fatta a boccoli leziosi. Pantalone nero di foggia maschile su maglietta traforata e petto volutamente non rasato. C’è molta consapevolezza nell’abbigliamento della bostoniana Evan Greer, attivista trans/genderqueer, che nella vita canta, compone canzoni ed è anche madre di un figlio, non facendo nulla per mascherare la sua doppia natura. Un modo come un altro per dire che l’importante non è cambiare sesso ma cambiare il mondo. E a suo modo una mezza rivoluzione Evan Greer l’ha compiuta. Punto di riferimento per il pianeta lgtb, l’artista e attivista scrive per il Guardian e l’Huffinghton Post ma quello che l’ha resa famosa nel mondo è la battaglia, vinta, per la liberazione di Chelsea Manning, una delle presunte gole profonde dello scandalo Wikileaks, accusata di aver trafugato migliaia di documenti durante il conflitto in Iraq, compresi i dossier sull’uccisione dei civili ad opera dell’esercito Usa. La battaglia di Evan Greer somiglia più a quella di un batterista metal che a un cultore del pop, una sequela martellante di sottoscrizioni, messaggi seriali, annunci web, catene di solidarietà, tutto in favore di questo militare dalla faccia pulita, all’anagrafe Bradley Edward Manning, che all’indomani dei 35 anni di condanna ha dichiarato al mondo la sua percezione di sentirsi donna, cominciando il trattamento ormonale all’interno della struttura carceraria e prenendo il nome di Chelsea Elisabeth. C’è voluta tutta l’energia e l’ostinazione di Evan Greer per raggiungere una miracolosa scarcerazione che dovrebbe avvenire il 17 maggio, grazie all’esplicito provvedimento preso da Barak Obama prima della fine del suo mandato. Quando le chiedono cosa farà Chelsea appena liberata, Evan non ha dubbi: “Mangiare un hamburger. E poi andare a ballare”.
‘Ntrunkete. Chiunque ce l’abbia con la Merkel, sappia che la vendetta italiana si sta già consumando. E’ davvero inconcepibile il ritardo con cui la Germania affronta il problema delle infiltrazioni mafiose entro i propri confini, colpa di una legislazione che non riconosce ancora il crimine di associazione mafiosa. Teoricamente se ci fosse un vertice delle cosche in un attico di Francoforte, la polizia locale non avrebbe mezzi per intervenire. Dopo l’ormai noto eccidio di Duisburg del 2007 (sette uomini falciati all’uscita del ristorante), l’assenza di episodi clamorosi ha convinto le autorità tedesche della marginalità del fenomeno, ignorando che la mafia va anzitutto dove sono i capitali. Nel panel con Franco Castaldo di Grandangolo, Margherita Bettoni, giornalista investigativa di Correct!v e Giulio Rubino di Mafiablog si scopre che la presenza più forte è senza dubbio della ‘Ndrangheta, con almeno cinquemila affiliati. Oltre alla legislazione servirebbe gente che parlasse bene l’italiano e i dialetti meridionali. Se solo sapessero quanto gli potremmo essere utili. E quanto rischiano, in futuro, una copertina con un wurstel a canne mozze…
Andiamo al creatore. Nel sabato del villaggio globale Sky porta a Perugia un piccolo progetto ad hoc sulla creatività, sperando che possa generare nuovi pensieri in un ambiente abbastanza refrattario all’azzardo e alla sperimentazione. Uno spaccato di quattro vite filmate nella loro continua ricerca dell’ispirazione, dell’idea giusta, soprattutto della sua faticosa realizzazione: Stefano Bises è sceneggiatore di film e serie televisive come Gomorra, Il capo dei capi, Tutti pazzi per amore. Barbara Mazzolai, biologa, considerata da Robohub tra le 25 donne più geniali in robotica, coordinatrice del Centro di Micro Bio-Robotica all’Istituto Italiano di Tecnologia (Itt) dove viene realizzato il primo robot ispirato alle piante. Darcy Padilla, fotogiornalista americana specializzata in tematiche sociali e testimone per 21 anni della vita di una stessa famiglia alle prese con povertà, Aids e problemi sociali. Infine Leonardo Romei, direttore di Isia Urbino, storico e prestigioso istituto universitario specializzato nei nuovi progetti di comunicazione.

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