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Fuori dalla grotta thailandese, 13 vite e un lieto fine – riflessioni –

Che strano…ti imbatti in una storia e ti si apre un mondo. Quel mondo che è fatto di tante altre storie, tutte collegate tra di loro, che sembrano star su non per volontà divina ma per volontà di un singolo che mette a disposizione il suo vissuto, per salvare tutti gli altri. E allora si capisce come a volte giudichiamo tutti e tutto molto in fretta.
Dietro ogni uomo c’è una storia e quella storia può decretare o meno un lieto fine, nella storia di qualcun altro.

Ecco, in questo caso tutto ciò che quel giovane allenatore thailandese aveva vissuto, è divenuta la soluzione alla storia dei 12 ragazzini finiti nella grotta. In quella grotta in realtà vi erano stati portati dal loro allenatore. Quella grotta così pericolosa nel periodo dei monsoni. 17 giorni in una striscia di terra asciutta a 800 metri di profondità. Leggerezza, imprudenza quella dell’allenatore, senza dubbio. Ma cosa ne sarebbe stato di quei ragazzini se Ake, (soprannome di Ekkapol Chantawong), non avesse badato a loro così come ha fatto? Una volta finiti lì sotto, il panico ha preso in ostaggio tutti. E diciamolo, Ake è solo 11 anni più grande di quei ragazzini, quindi un ragazzo anch’egli. Orfano dall’età di 10 anni, ha imparato la meditazione in un monastero buddista e quelle pratiche le ha insegnate ai suoi ragazzi, li ha motivati infondendo loro calma e serenità, ha insegnato loro a tenere a bada i morsi della fame, a contemplare il respiro, a guardare la mente. Li ha tenuti per mano, li ha accuditi come figli, li ha sostenuti, incoraggiati a non mollare (in fondo questo dovrebbe fare ogni vero allenatore) ha rinunciato al cibo per distribuirlo tra i bambini. E’ stato l’ultimo ad uscire dalla grotta e ha chiesto perdono ai genitori di quei cuccioli, dei quali aveva messo in pericolo la vita, ignorando il divieto di ingresso nella grotta, quel vice allenatore che era cresciuto a pane e pallone, dopo essere stato prima abbandonato presso i preti e poi affidato alla nonna. Sarà processato, forse; comunque, in ogni caso, si prenderà le responsabilità della sua scelta.

Ma cosa sarà accaduto in quell’ora in cui è rimasto solo in quella grotta, dopo che anche l’ultimo dei bambini ha lasciato quel luogo e la sua mano? Nessuno può saperlo, però forse possiamo provare ad immaginarlo. Avrà pianto, forse, avrà sfogato tutta la paura, la sua e quella di quei bambini di cui si era fatto carico, si sarà arreso alla sua fragilità e alle sue colpe, e forse si sarà sentito solo, ancora una volta. Però una cosa è certa; se Ake non avesse gestito in quella maniera la situazione, probabilmente quell’imprevisto si sarebbe tramutato in tragedia. Forse nessuno di noi, seppur adulto, con esperienza e “sazio” di vita, sarebbe stato così bravo a tenere lucidi e salvi quei 12 bambini, perché il buio, la fame, la claustrofobia e lo sconforto sono delle armi potentissime che quando esplodono mietono molte più vittime di quanto si possa immaginare.

I soccorritori hanno trovato bambini sereni, in buono stato e sorridenti. Nella disgrazia di quella scelta scellerata, il giovane allenatore ha gestito al meglio gli eventi. La sua esperienza di vita, la sua storia, ha decretato il lieto fine della storia di quei 12 bambini appassionati di vita e di pallone, esattamente come lui.

Lo so, direte “tutto questo non sarebbe successo se si fosse attenuto al divieto affisso fuori da quella grotta e avesse trovato un altro posto dove portare i ragazzi a meditare“. Vero. Ma è vero anche, che la vita è stracolma di imprevisti, a volte decisi,  a volte subiti, e come reagiamo ad essi spesso fa la differenza. La storia subita da Ake quando era bambino l’ha reso capace di salvare la vita degli altri, ed anche la sua, ora che è uscito da quel buio, che fa crescere troppo in fretta, che ti toglie i punti di riferimento, che ti ricorda che sei solo, così come quando sei finito in quella grotta, e che devi ritrovare un senso, un filo conduttore, portandoti però addosso un senso di colpa ma anche un significativo sollievo.

Avete mai pensato a cosa sarebbe accaduto a coloro che si sono tolti la vita, se avessero condiviso la loro esistenza con qualcuno che come Ake, li avesse tenuti per mano, avesse insegnato loro a tenere a bada la paura?

Io sono convinta che la storia di ognuno di noi possa cambiare in meglio, a volte, le sorti di qualcun altro, e in quei 17 giorni nella grotta, la vita di quei bambini, la loro salute psico-fisica, è stata custodita nelle mani di un ragazzo con una infanzia difficile, triste, quasi ingombrante, per poi divenire leggera e impalpabile come quelle lacrime che sono scese, per lavar via, anche solo per un po’ la paura di un futuro che ci racconterà come questa storia andrà a finire.

 

Simona Stammelluti

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2 Risposte per “Fuori dalla grotta thailandese, 13 vite e un lieto fine – riflessioni –”

  1. Pippo Gibilaro ha detto:

    Ho letto con immenso piacere il Suo servizio, sempre, come tutti gli altri che ho letto su Sicilia 24h, profondo, puntuale ed umano.
    Se non La disturbo, potrebbe comunicarmi per quali Redazioni di giornali scrive.
    Grazie, cordialità Pippo Gibilaro

  2. Allucinante ha detto:

    Grandissima Simona, non ti conosco personalmente ma leggendo questo tuo bellissimo pezzo è come se avessi conosciuta profondamente

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