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Chet Baker, il suo jazz suadente ed una vita improvvisata

Su un personaggio così si potrebbe tranquillamente “romanzare”, ed invece la vita di Chet Baker e le sue vicissitudini sono il frutto di un modo di vivere unico e “fuori portata”, proprio come il suo modo di fare musica.

Se lo dovessi definire con poche parole lo definirei come l’unico trombettista il cui fraseggio spietatamente logico e sincopato, sapeva essere allo stesso tempo profondamente “sentimentale”.

Uno tra i maggiori trombettisti jazz del secolo scorso, in Italia è stato di casa, e in quel lembo di terra tra la Versilia e la Lucchesia, ha vissuto avventure e “disavventure”.

Difficile sapere tutto (o quasi) su Chet se non si è dei veri appassionati, oppure se come me, si é figli di un jazzista, si è cresciuti ascoltando la musica e la storia del jazz, al posto delle favole, prima di andare a dormire.

Era il 1960, ed in Versilia, si consumò il dramma di uno dei più strepitosi trombettisti, che scontò 16 mesi di carcere.  Potremmo dire ai giorni d’oggi che 16 mesi sono poco o nulla, per chi ha guai con la giustizia. Per lui, invece rappresentarono un vero e proprio inferno.

L’immagine di Chet seduto sul davanzale della sua camera d’albergo poco prima di essere arrestato, è nota a tutti, in tutto il mondo.

Quell’anno, era il 1960, Baker era in fuga dagli Usa perché aveva già da tempo problemi con la droga. Il 22 agosto, sulla provinciale che da Lucca porta a Viareggio, diretto alla Bussola, dove suonava per il periodo estivo – insieme alla Roman New Orleans Jazz Band – si ferma ad un distributore, chiede di poter usare il bagno, e lì dentro ci resta per più di un ora. Il benzinaio insospettito, chiamò la polizia che butta giù la porta.La scena alla quale i poliziotti assistettero fu quella di un uomo – che diceva di essere Chet Baker – a terra, con una siringa ancora nel braccio e del sangue tutto intorno.

In realtà quello che Chet si era iniettato, altro non era che un potente antidolorifico, che però in Italia all’epoca era illegale e così per lui non ci furono che le sbarre del carcere.
Ci furono indagini, poi il processo e la condanna. Ci fu anche un appello…ma lui aveva già scontato i suoi 16 mesi. Mesi di disperazione, di depressione, di sconforto per Chet al quale solo nell’ultimo periodo fu concesso di suonare la tromba, ma non più di 10 minuti al giorno.  Lui, che con la tromba ci dormiva, che l’abbracciava e “l’imbracciava”come se da essa potesse derivargli sempre l’entusiasmo di vivere.

La detenzioni costrinse Chet ad una difficile ma inevitabile disintossicazione, ma dopo quella disperata e triste esperienza non torno più come prima, e non suonò più come prima.
Come non ricordare, durante quella sua prigionia, quel piccolo concerto che, per Natale, Henghel Gualdi e i suoi, fecero sotto la finestra della cella di Chet, per Chet, per non farlo sentire solo ed abbandonato, prima di essere barbaramente cacciati dalle guardie. O quelle piccole folli di gente che amavano sentirlo suonare, che sostavano puntualmente sotto quella finestra a scacchi negli orari divenuti consueti, nei quali Chet suonava, seduto sul davanzale, dando fiato alla sua tromba, dalla quale usciva un suono languido, struggente, malinconico, commovente e a tratti fortemente disperato, seppur sempre meraviglioso.

Furono quei 16 mesi in carcere che Chet scrisse stupende canzoni che entrarono poi nella leggenda. In molti sostennero che Chet si suicidò, e che non cadde per caso da quella finestra dell’albergo di Amsterdam in quel 13 maggio del 1988.

Chi lo conobbe bene però, continua ancora oggi a sostenere che non ne avrebbe avuto mai il coraggio…almeno non di separarsi da quella tromba che lo rese dannato e maledettamente “cool”.

Lui, che odiava gli spartiti, ma amava i davanzali, fu vittima di una fatalità.  Ma non morì per chi come me ancora oggi, ascolta e – così come lui desiderava – prova a comprendere a pieno, quella sua musica, che non fu mai “totalmente” improvvisata, come invece la sua vita, fu.

Simona Stammelluti

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