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 Il rettangolo di gioco dello Stadio Esseneto è stato sempre in quel medesimo posto, dove si trova oggi.

All’inizio dell’avventura calcistica nella Città di Agrigento,quel rettangolo era in mezzo agli orti, verso valle, limitato solamente da una traccia di confine tra i  campi, variamente coltivati, e la circostante aperta campagna.Da quel rettangolo si vedevano, verso la città,le antiche mura,Porta di Ponte, la chiesa di San Pietro, e il profilo tutto fino all’alto campanile del duomo..

Quel campo, è il caso di dire, strappato all’agricoltura, era il luogo idoneo e favorevole alla pratica del calcio che gli edotti già chiamavano  Football,ed era, come sappiamo, uno sport di origine inglese. La leggenda vuoleche il gioco del calcio, almeno per Agrigento, (che in quel tempo si chiamava Girgenti), fosse stato importato proprio da un gruppo di turisti inglesi, che dall’Hotel Belvederescesero a giocare a palla in quel campo, delineando l’area  e piantando i pali bianchi delle due porte. Con gli inglesi appresero lo spirito del gioco del calcio anche un gruppetto di giovani girgintani.

Da quell’incontroItalo-Inglese”, all’inizio degli anni Trenta,si avvia la lunga avventura della squadra calcistica, che sarà fondata nel 1939 nel nome di AKRAGAS S.S.,l’antico toponimo della Città in epoca classica,e nel nome di Stadio Esseneto,così chiamato in onore di un atleta agrigentino, o meglio akragantino,vincitore dei Giochi  Olimpici di Atene,  nel 412 a.C.

Alcune società sportive fanno risalire la loro fondazioni da tempi remoti, fine Ottocento, ma è negli  gli anni Trenta, che si diffondeva alacremente il Football in ogni città; si determinarono le prime regole societarie, e iniziarono a compilarsi le formazioni e i campionati per territorio. L’Akragas inizia con  calciatori locali,estremamente dilettanti, sportivi di genere, che giocavano a palla e tutti correvano dietro la palla.

La squadra prese forma e consistenza nei campionati del dopoguerra, quando giunsero i primi successi e arrivarono anche i giocatori “continentali”. Giovani entusiasti, alcuni di talento, che subito si affermarono nella stima e anche nell’affetto dei tifosi.

Tanti e tanti giovani sono passati dall’Akragas S.S., ricordiamo qui la figura completa di sportivo, capitano dell’Akragas, Mimmo Gareffa, sportivo  di ampie vedute, si interessò, infatti, a formare i giovani in diverse discipline, dalla pallacanestro, all’atletica leggera.

L’Akragas annovera anche tra le sue numerose formazioni molti giovani agrigentini, tra questi un trittico di campioni eccezionali, nel gioco e nella militanza agonistica. Furono, infatti, giocatori esclusivi dell’Akragas, la squadra della loro città:Antonio Montalbano, Pasquale Villa, Gaspare Gallo.

Tutti campioni di impegno e tenacia quei ragazzi, che dall’inizio degli anni Cinquanta in poi si sono succeduti in quel rettangolo di terreno, all’inizio quasi un campo agricolo, poi in  terra battuta e solo recentemente, a tratti,  con il prato verde.

I giocatori akragantini in campo hanno dato tutto e hanno avuto i furiosi applausi dei tifosi e del pubblico tutto. I tifosi akragantini   hanno saputo sempre riconoscere la classe, l’impegno, e l’attaccamento alla maglia bianco-azzurra.

In ultimo volevo ricordare che molti giocatori “stranieri”,intendo di altre regioni italiane, rimasero ad Agrigento,  misero su famiglia, ma per tutta la vita, come è naturale, continuarono a parlare il loro dialetto; qualcuno continuò a parlare sempre in veneziano. E alcuni ragazzi, figli di costoro giocarono con la maglia bianco-azzurra dell’Akragas.

 

P.S. Questo breve testo vorrebbe anche suggerire e auspicare  l’organizzazione di una eventuale  “mostra fotografica antologica”,  con foto d’epoca e dedicate alla storia dell’Akragas. S.S. nella ricorrenza, nel 2019,  dell’80° anniversario dalla fondazione.

Una mostra fotografica allestita in uno spazio storico della vita sociale agrigentina, (come il Circolo Empedocleo, oppure il foyer del Teatro Pirandello). Tutto ciò per rivivere, nel fascino delle foto in bianco-nero, epoche intense di ardore sportivo, partecipazione ed entusiasmo collettivo.

Ritroveremo un volto, una storia, un’atmosfera e tanti amici

I nomi dei giocatori non sono soltanto da elencare nelle didascalia sotto la formazione: con i nomi  vogliamo ricordare che ciascuno di loro è stato un personaggio, con la sua identità, carattere e personalità, quella che si esprime chiaramente nel gioco del calcio, come nella  vita e nella società civile.

E’ un grande regalo alla Città  rivolto e gridato dagli sportivi e dai tifosi dell’Akragas.

Nella fotografia nomi della formazione dell’Akragas , in una partita a Bagheria con i dirigenti della squadra.

Campionato 1953/1954. Contino – Provenzano – Fiorini – Montalegni –Enzo Lauretta,(Presidente), Angelo Chirone – Pistone – Zanotti – Villa – Gallo – Terenziani – Sghettini – Gullo – Chirulli – Montalbano.

Dicono gli studiosi dei tempi antichi che passeggiare per il corso principale, di prima sera, nell’ora del tramonto, con il cielo chiaro e l’orizzonte di ponente rosso, fosse una consuetudine, un costume dei greci, e anche dei greci d’occidente. Anche i cittadini dell’antica Akragas, quella che fu una delle più belle città del Mediterraneo, passeggiavano nel decumano dell’antica città scambiandosi notizie e impressioni di fatti accaduti, iniziando dai grandi temi a loro contemporanei, fino alle cose minute, familiari di poco conto, compresi amori e tradimenti, mai mancati nel condimento della vita.

Negli anni Cinquanta e Sessanta, si compiva ancora quel tradizionale rito delle quattro vasche nell’ora prossima al tramonto.

La via era affollatissima di passanti, gruppi di persone andavano insieme avanti e indietro; parlavano e dissertavano con ampi gesti,  a tratti con rapide soste nei momenti topici del racconto che andavano snocciolando.

Verso la fine degli anni Settanta o primi anni Ottanta, quella felice consuetudine tendeva scomparire, come in quasi tutte le città meridionali.

Avanti e indietro per via Atenea, a passeggio sul decumano orientato Est-Ovest, ed era quasi un obbligo essere presenti tra gli amici di consueta abitudine.

Il percorso era super affollato nei giorni festivi e ancor più nella ricorrenza di feste religiose,  come il Santo Natale, e allora avanti e indietro a gridare auguri, auguri, e anche Buon anno, Buon anno nuovo, che poi sarebbe rimasto uguale a quello vecchio.

 

La pavimentazione della via era in lastre di lava, composte a spina, che erano lucide e brillanti nelle giornate di pioggia.

Negli anni Cinquanta i negozi iniziarono ad essere appariscenti e bene illuminati; anche l’illuminazione pubblica e quella di qualche edificio storico, rendevano accogliente quel percorso, sempre animato di incontri, saluti, ossequi e occhiatacce a destra e a manca per intercettare sensuali volti femminili, a loro volta dagli sguardi ansiosi e sfuggenti.

Erano frequentati poco i ristoranti,  mentre erano molto frequentati i Caffe e i Bar. Quali erano i più noti nel percorso di via Atenea?

Il Bar Cristallo, Caffè Roma, il Gambrinus e il Caffè Torrefazione; nottetempo era frequentato  un locale, quasi un Night Club, si chiamava  “la Conchiglia”. Era il locale della serate danzanti, elegante, luminoso, al suggestivo ritmo  del Booge  Vooge, e di quel posto si raccontavano cose mirabolanti.

Fra i più bei negozi sulla via quello di Cappadona, posto di fronte la discesa della Posta Vecchia, nelle cui ampie vetrine vi erano cristallerie dai pregiati bicchieri, vasi e piatti  e oggetti e figurine di bisquit, anfore e ciotole della Royal Copenaghen.

Ancora più avanti un antico negozio di tessuti  inteso anche  come “panneri” o negozio di panni, di memoria  pirandelliana nella novella Il vitalizio; a destra ancora avanti, tra il palazzo con la balconata del ristorante “da Giugiù”, e il palazzetto gotico dell’orologio una ripida discesa  conduceva proprio di fronte ad una piccola nicchia che era il botteghino  del Cinema estivo. Rimane di quel luogo, poi scomparso,  uno dei più bei ricordi  nel cuore degli agrigentini. Diciamo subito che la scomparsa del Cinema estivo, sul quale è stato costruito un palazzo, è ancor oggi una ferita aperta nel cuore e nel ricordo di molti agrigentini.

In fondo al percorso appariva la facciata di un edificio figurante un colonnato dorico con al centro un cartiglio dedicato ad Empedocle; di fronte una piazzetta lastricata  di marmo bianco, agli angoli i lampioni di ghisa a cinque luci dai vetri sfavillanti, poi sul perimetro sedili di pietra; chiudeva la piazzetta un’inferriata elegante di  ferrosi intrecci di tralci di vigne, vagamente ispirati al Liberty.

Così Vitaliano Brancati, nel suo romanzo “Gli anni perduti”, ricorda il corso di Natàca. Era lungo e dritto con palazzi panciuti e barocchi, luogo delle tradizionali e lente passeggiate: “Tutti camminavano piano piano, lasciando per il maggior tempo che fosse possibile il piede in aria. Era inutile, infatti, era anzi riprovevole camminare velocemente, perché una volta arrivati a un capo del corso, non restava che voltarsi e arrivare all’altro capo, e quindi ridiscendere, e poi risalire, e ridiscendere e risalire…”. E ancora “Quasi tutti si conoscevano e quasi tutti si salutavano, dapprima con cenni lieti e affettuosi, poi con cenni più freddi, poi quando   i – di nuovo buongiorno – pigliavano un tono canzonatorio, il rivedersi ancora cominciava ad avere il significato che ha la grata per il prigioniero…”. Vi erano anche avvocati a spasso, “si salutavano da lontano, dichiarandosi l’un servo dell’altro e pronto l’uno a baciare le mani dell’altro, e a riceve comandi!”.

Appena fuori Porta di Ponte in lontananza il mare, veramente lontano e  poco interessante per la città che non sosteneva alcuna attività marinara, bastava la spiaggia del Lido di San Leone per due tre mesi estivi che volavano come in un soffio.

La valle, appena dopo il tramonto era già buia, qualche luce lontana, solitaria. Ma la valle ritornava ad esplodere rigogliosa  nella precoce primavera, imbiancandosi di tenerissimi fiori di mandorlo. Era una corsa festosa nella Valle dei templi per il nuovo appuntamento con la Sagra del Mandorlo in Fiore.

 

Persefone è tra di noi, la dea della Primavera è tra i mandorli in fiore.

E’ scesa dall’Olimpo ed è venuta da queste parti, ha lasciato le creste nevose, ha lasciato le pianure bianche,  innevate,  ha scelto le sponde mediterranee.

Passando da queste parti ha imbiancato la Valle, ma di petali di mandorlo, bianchi e con leggere sfumature rosa.

Il migliore augurio per questa Città.

Toto Cacciato

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Nuovo libro di Nino Agnello “Il corpo e le ali del Liceo Empedocle”. Cinquant’anni di storia e vita agrigentina. Edizioni Siculgrafica.
L’autore manifesta e sottolinea come i ricordi, nella sua dimensione, sono tanta parte nostra vita
Nino Agnello, per un lungo periodo professore di Lettere al Liceo Classico Empedocle di Agrigento, studioso dell’opera di Empedocle, Pirandello, Sciascia, autore di poesia e narrativa, ha pubblicato un nuovo libro, un libro po’ particolare, che lo riguarda da vicino: la sua vita scolastica, intensa e sentita, da discente e docente.
Una vita tutta spesa all’interno della scuola, una carriera esemplare, ma ancor di più, nel libro, vi è la storia degli incontri con le istituzioni , con i colleghi, gli studenti e il personale amministrativo, tecnico e ausiliario.
Chi ha affermato che i ricordi sono perle aveva ragione
I ricordi sono perle, che si depositano in una scrigno, quello della memoria, e di tanto in tanto vengono rivisitati, e rotolano per una giornata intera.
I ricordi di Nino Agnello sono nella scuola e per la scuola, e per restare nella metafora, la sua è una cascata di perle, brillanti sfere di ricordi, ricordi di vita scolastica, intensa e continua: studente al liceo, insegnante di liceo, con cattedra al Liceo classico Empedocle di Agrigento.
Un lungo viaggio all’interno della scuola e attraverso gli anni scolasti, (da studente, dal 1954, e da docente, dal 1973), e il suo ricordo va ai presidi, ai colleghi e agli studenti che si sono succeduti fra banchi e cattedra.
Emergono figure uniche, di educatori, come il Prof. Edoardo Pancamo, colto e sapiente,”…primo fra tutti, ci stimolava il senso critico spingendoci a ragionare, coinvolgendoci nelle sue lezioni sia di storia che di filosofia”, Il Preside professore Giovanni Vivacqua, “era persona austera, ma democratica e sempre disponibile, onesta e incorruttibile”, e i colleghi, altri e tanti ancora, Tito Aronica, Onofrio Lo Dico, Vito Nobile, Teresa Lo Presti.
“Perché ho scritto – si chiede l’Autore – perché scrivo? Per lottare contro la minaccia della dimenticanza, malattia tremenda delle società in rapida evoluzione, e per aiutare gli uomini, che hanno memoria labile, a mantenere desto il ricordo di quelle persone che riteniamo, dopo la morte, degne di tenercele accanto…”.
E qui, nell’epilogo, l’Autore, con Empedocle, apre la porta alla fiducia e alla speranza: “Empedocle è là, sempre là, custode dell’ingresso, deus loco, dio eponimo e portiere, guardiano perenne del Liceo; è faro sempre acceso a illuminare l’accesso e tutto il complesso della cultura che è dentro ed esce fuori, fra gli uomini comuni e fra le genti del mondo…”.
Toto Cacciato

di Toto Cacciato
Un bel libro, nel formato e nell’ immagine, è modello della migliore produzione editoriale, formato album, veste grafica elegante con immagini e caratteri chiari, come è tradizione nei pregiati libri d’arte.
Il titolo apre ad un libro di storia, storia che ci riguarda molto da vicino, eventi che non vanno dimenticati, da leggere e riflettere su tutte le vicende, qualunque esse siano state, e infine accettare le conclusioni dopo aver analizzato il contrasto vivo e tragico tra popolo e istituzioni
Ecco il titolo “Girgenti e i Borboni” Fu vero amore?
Nella storia che ci riguarda leggiamo del nostro popolo antagonista tra monarchia borbonica del Regno delle Due Sicilie e il Risorgimento.
L’autore: Rosario D’Ottavio, studioso di passione e promotore della storia dei Borboni, una storia sentita, (da sentimento), e partecipata in modo particolare nella narrazione chiara e di piacevole lettura. Gli eventi toccano il territorio che ci appartiene, Girgenti.
Nel libro sono in evidenza alcuni meriti dei regnanti borbonici: Girgenti Città e il suo borgo marinaro prima e poi elevato a Comune Autonomo; un piano “urbanistico” voluto da Carlo III che andava sistemando il suo Regno, con opere di rilievo nell’architettura, nei cantieri navali, nell’artigianato e nell’arte. Tracce ineluttabili di opere che sono ancora presenti nel territorio agrigentino.
Storia utile che è giusto conoscere e svelare, non da nascondere come pare all’autore, “sembra che sia rimasta volutamente nascosta, quasi interamente fino ad oggi”.
Storia nostra e storia di una dinastia, quella borbonica, storia esaltante ma anche tragica; narrata, evento dopo evento, per quanto è accaduto non solo nelle nostre contrade. Per come è finita e per come la si racconta, il popolo non ha manifestato un grande amore per il proprio Re, non lo ha seguito fino al sacrificio.
Tornando ai Borboni, non furono secoli quelli del loro Regno, furono soltanto 126 anni, e bisogna pur dire che profonda è stata la traccia che i Borboni hanno lasciato nella realizzazione di tante opere, (ferrovie, strade, ponti, cantieri navali, teatri e l’artigianato, raffinatissimo quello di Capodimonte).
I vari monarchi che si sono succeduti sul trono del Regno delle Due Sicilie, sono stati in alcuni periodi amati dal popolo e bene hanno operato per creare innovazione nelle industrie e nell’artigianato.
I Borboni, quindi, non si possono liquidare rilevando solo la conclusione del loro regno, la fuga con tutta la corte, (evento ricorrente nelle monarchie), ma come tanti altri regnanti d’Europa di quel tempo, hanno costruito grandi opere.
E’ anche vero, però, che sono stati molto passivi alle istanze del popolo. In uno stato sociale non certamente benestante e il popolo, (nove milioni nel Regno delle Due Sicilie) con sacche di miseria e analfabetismo, (nel Mezzogiorno solo 14 cittadini su 100 sapevano leggere e scrivere) la monarchia era impegnata a costruire opere grandiose per loro, per la propria corte, per le caste della nobiltà.
Opere grandiose, come il Palazzo Reale di Portici, (1738), Il Real Teatro di San Carlo, Napoli,(1737), la Reggia di Caserta,(1752), e una serie di palazzi nobiliari, tenute reali, casini e dimore. Citiamo anche per completezza opere di interesse sociale: Acquedotto carolino, Real Albergo dei Poveri, Polo siderurgico, Cantieri navali, Osservatorio astronomico, Osservatorio meteorologico.
Questa è una elencazione stucchevole, ma serve per affermare, (come l’Autore sostiene in molti aspetti del suo testo), che “non tutto è negativo con termine borbonico”.
“Girgenti e i Borboni” porta alla conoscenza e alla riflessione sulla nostra storia, eventi intensi e variamente intessuti nella nostra società. Elencare e ragionare sugli eventi e le circostanze che le hanno create, è opera dello storico e questo libro da un serio ed autorevole contributo ( Capitolo IV dedicato a Girgenti, Città del Regno Borbonico; Capitolo V, le vicende umane dei Re, delle Regine e della loro Corte). Un quadro storico da percorrere è ciò che offre Rosario D’Ottavio con “Girgenti e i Borboni” Fu vero amore?.
Mi pare giusto concludere con le parole dell’Autore: “ …rendere un gradevole servizio a tutti i concittadini, che traendo forza dalla loro storia passata, potranno costruire un avvenire più radioso e più sicuro”.
Toto Cacciato

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Una esigenza primaria, che all’apparenza può sembrare secondaria, è quella di dotare la città di un cimitero per cani e gatti, e anche altri animali.
In questi anni recenti, si è intensificato il possesso di animali da parte degli umani, cani e gatti di varie e ricercate specie vivono con noi.
Esempio: in un condominio di dodici appartamenti vi abitano con i condomini, diciamo i loro padroni, nove animali tra cani e gatti.
Animali domestici che vivono in stretta convivenza e affettuosa corrispondenza in famiglia, i gatti in casa o nei dintorni, i cani a spasso con guinzaglio.
Bene, dopo la morte, questi amici dell’uomo, non si possono abbandonare in una discarica o sepolti alla meglio in terreni lontani e sconnessi. La dignità appartiene anche agli animali.
Occorre un cimitero per cani e per gatti, lasciamo perdere tombe marmoree, fotografie e altro, occorre un luogo dove seppellire con dignità l’animale che ci ha riconosciuto e amato e si è considerato un parente della famiglia.
Ho visto un cimitero per cani, (privato), si trova nella villa della nobile famiglia del Piccolo, Lucio, (poeta), e Casimiro (astronomo), cugini dello scrittore Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Erano allineati nei piccoli tumuli delle sepolture, memoria di quei cani e gatti che per lunghi anni erano stati compagni di quiete giornate estive e di silenziosi freddi inverni.
Auguriamoci qualche iniziativa, giusta e meritevole, e ne daremo notizia.
Toto Cacciato

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Cos’è questo, (nella foto), non è un albero, e per quello che è rimasto l’albero non è stato tolto.
E’ rimasto un moncone, un albero mutilato che potrebbe essere, ora, un monumento all’albero che c’era, un cippo che commemora l’albero, si perche gli alberi sono personalità che fanno compagnia all’uomo, sempre li vigili e allineati a ornare il paesaggio… Abbattere un albero è un sacrilegio, e se gli alberi sono malati vanno curati.
Alcuni alberi col tempo diventano pericolosi per se stessi e per gli altri, specie se hanno le radici deboli. Bene in questo caso sarebbe, forse, sufficiente alleggerire la chioma, lasciare un tronco in alto che potrebbe rimettere i rami, una tronco monco non serve a niente, che ci fa li, inutile, triste e solo sul marciapiede?
Ogni albero ha una storia, è un pezzo di storia, e appartiene alla poetica di una cultura semplice ed elementare, proprio fin dalla scuola elementare: “L’albero a cui tendevi la pargoletta mano…”. “I cipressi alti e schietti di Bolgheri…; “Dov’era l’ombra, or sé la quercia spande morta…nell’aria, un pianto d’una capinera che cerca il nido che non troverà”.
Vanno curati, chioma leggera e nuovi rami, certamente dopo una verifica del tronco e delle radici.. Se poi devono necessariamente essere abbattuti, che si compia l’abbattimento, la natura è provvida, un nuovo albero nascerà.
Toto Cacciato

In quel rettangolo di terreno agricolo è  nato lo Stadio Esseneto, dove  L’Akragas ha scritto tutta la sua storia, dalla metà del Novecento
Il rettangolo di gioco dello Stadio Esseneto  e stato sempre in quel medesimo posto, dove si trova oggi. All’inizio dell’avventura calcistica nella città di Agrigento, quel rettangolo  era in mezzo agli orti, verso valle, limitato solamente da una traccia di confine tra i  campi variamente coltivati, in aperta campagna, dalla quale si vedeva la valle con i templi, guardando verso il mare,  le antiche mura, l’abside di San Pietro, e lo scorcio di Porta di Ponte guardando verso la città.
Quel campo, è il caso di dire, strappato all’agricoltura, era il luogo idoneo e favorevole alla pratica del calcio, che gli edotti già chiamavano  Football, ed era uno sport di origine inglese. La leggenda vuole  che il gioco del calcio, almeno per Agrigento, (che in quel tempo si chiamava Girgenti), fosse stato importato proprio da un gruppo di turisti inglesi,  che dall’Hotel Belvedere  scendevano per andare a giocare a palla  in quel campo, delineando l’area  e piantando i pali bianchi delle due porte. Con gli inglesi appresero lo spirito del gioco del calcio un gruppetto di giovani agrigentini.
Da quegli incontri Italo-Inglesi parte la lunga avventura della squadra calcistica AKRAGAS, dall’antico nome della Città in epoca classica e dello Stadio Esseneto, chiamato in onore di un atleta agrigentino, o meglio akragantino, vincitore dei Giochi  Olimpici di Atene,  nel 412 a.C.
Erano i tempi remoti del calcio, gli anni Trenta, quando si diffondeva alacremente in ogni città, si determinarono le prime regole, e iniziarono a compilarsi le prime formazioni dell’Akragas, calciatori estremamente dilettanti, sportivi di genere, che giocavano a palla e tutti correvano dietro la palla.
La squadra prese forma e consistenza nei campionati del dopoguerra, quando giunsero i primi successi e arrivarono anche i giocatori “continentali”. Giovani entusiasti, alcuni di talento,  subito si affermarono nella stima e anche nell’affetto dei tifosi.
Tanti e tanti giovani sono passati dall’Akragas S.S., ricordiamo quì la figura completa di sportivo, capitano dell’Akregas, Mimmo Gareffa, sportivo  di ampie vedute, si interessò, infatti, a formare i giovani in diverse discipline, dalla pallacanestro, all’atletica leggera.
L’Akragas annovera anche tra le sue numerose formazioni molti giovani agrigentini,  tra questi un trittico di campioni eccezionali, nel gioco e nella militanza agonistica. Furono, infatti,  giocatori esclusivi dell’Akragas, la squadra della loro città: Bembo e Mario Salemi, Antonio Montalbano, Pasquale Villa, Gaspare Gallo, e altri gloriosi esempi di sportivi agrigentini.
Tutti campioni di impegno e tenacia quei ragazzi che dall’inizio degli anni Cinquanta in poi si sono succeduti sul rettangolo di terreno, all’inizio quasi un campo agricolo, poi in  terra battuta e solo recentemente, a tratti,  con il prato verde.
I giocatori akragantini in campo hanno dato tutto e hanno avuto i furiosi applausi dei tifosi e del pubblico tutto. I tifosi akragantini   hanno saputo sempre riconoscere la classe, l’impegno, e l’attaccamento alla magia bianco-azzurra.
In ultimo volevo ricordare che molti giocatori “stranieri”, intendo di altre regioni italiane, rimasero ad Agrigento,  misero su famiglia, ma per tutta la vita, come è naturale, continuarono a parlare il loro dialetto; qualcuno continuò a parlare sempre in veneziano. E alcuni ragazzi, figli di costoro giocarono, e giocano, con la maglia bianco-azzurra dell’Akragas.
A questo ricordo alleghiamo una fotografia, una formazione dell’Akragas nel campionato 1953 – 1954.
Ritroveremo un volto e una storia, un’atmosfera cordiale e sportiva.
E i nomi dei giocatori non sono soltanto da elencare nelle didascalia sotto la formazione: con i nomi  vogliamo ricordare che ciascuno di loro è stato un personaggio, con la sua identità, carattere e personalità, quella che si esprime chiaramente nel gioco del calcio, come nella  vita e nella società civile.
Toto  Cacciato

Un racconto di Toto CacciatoGloria e passione per l’Akragas. In quel rettangolo di terreno agricolo è  nato lo Stadio Esseneto, dove  L’Akragas ha scritto tutta la sua storia, dalla metà del Novecento
Il rettangolo di gioco dello Stadio Esseneto  e stato sempre in quel medesimo posto, dove si trova oggi. All’inizio dell’avventura calcistica nella città di Agrigento, quel rettangolo  era in mezzo agli orti, verso valle, limitato solamente da una traccia di confine tra i  campi variamente coltivati, in aperta campagna, dalla quale si vedeva la valle con i templi, guardando verso il mare,  le antiche mura, l’abside di San Pietro, e lo scorcio di Porta di Ponte guardando verso la città.   Quel campo, è il caso di dire, strappato all’agricoltura, era il luogo idoneo e favorevole alla pratica del calcio, che gli edotti già chiamavano  Football, ed era uno sport di origine inglese. La leggenda vuole  che il gioco del calcio, almeno per Agrigento, (che in quel tempo si chiamava Girgenti), fosse stato importato proprio da un gruppo di turisti inglesi,  che dall’Hotel Belvedere  scendevano per andare a giocare a palla  in quel campo, delineando l’area  e piantando i pali bianchi delle due porte. Con gli inglesi appresero lo spirito del gioco del calcio un gruppetto di giovani agrigentini. Da quegli incontri Italo-Inglesi parte la lunga avventura della squadra calcistica AKRAGAS, dall’antico nome della Città in epoca classica e dello Stadio Esseneto, chiamato in onore di un atleta agrigentino, o meglio akragantino, vincitore dei Giochi  Olimpici di Atene,  nel 412 a.C. Erano i tempi remoti del calcio, gli anni Trenta, quando si diffondeva alacremente in ogni città, si determinarono le prime regole, e iniziarono a compilarsi le prime formazioni dell’Akragas, calciatori estremamente dilettanti, sportivi di genere, che giocavano a palla e tutti correvano dietro la palla. La squadra prese forma e consistenza nei campionati del dopoguerra, quando giunsero i primi successi e arrivarono anche i giocatori “continentali”. Giovani entusiasti, alcuni di talento,  subito si affermarono nella stima e anche nell’affetto dei tifosi.Tanti e tanti giovani sono passati dall’Akragas S.S., ricordiamo quì la figura completa di sportivo, capitano dell’Akregas, Mimmo Gareffa, sportivo  di ampie vedute, si interessò, infatti, a formare i giovani in diverse discipline, dalla pallacanestro, all’atletica leggera.L’Akragas annovera anche tra le sue numerose formazioni molti giovani agrigentini,  tra questi un trittico di campioni eccezionali, nel gioco e nella militanza agonistica. Furono, infatti,  giocatori esclusivi dell’Akragas, la squadra della loro città: Bembo e Mario Salemi, Antonio Montalbano, Pasquale Villa, Gaspare Gallo, e altri gloriosi esempi di sportivi agrigentini. Tutti campioni di impegno e tenacia quei ragazzi che dall’inizio degli anni Cinquanta in poi si sono succeduti sul rettangolo di terreno, all’inizio quasi un campo agricolo, poi in  terra battuta e solo recentemente, a tratti,  con il prato verde. I giocatori akragantini in campo hanno dato tutto e hanno avuto i furiosi applausi dei tifosi e del pubblico tutto. I tifosi akragantini   hanno saputo sempre riconoscere la classe, l’impegno, e l’attaccamento alla magia bianco-azzurra. In ultimo volevo ricordare che molti giocatori “stranieri”, intendo di altre regioni italiane, rimasero ad Agrigento,  misero su famiglia, ma per tutta la vita, come è naturale, continuarono a parlare il loro dialetto; qualcuno continuò a parlare sempre in veneziano. E alcuni ragazzi, figli di costoro giocarono, e giocano, con la maglia bianco-azzurra dell’Akragas. A questo ricordo alleghiamo una fotografia, una formazione dell’Akragas nel campionato 1953 – 1954.Ritroveremo un volto e una storia, un’atmosfera cordiale e sportiva. E i nomi dei giocatori non sono soltanto da elencare nelle didascalia sotto la formazione: con i nomi  vogliamo ricordare che ciascuno di loro è stato un personaggio, con la sua identità, carattere e personalità, quella che si esprime chiaramente nel gioco del calcio, come nella  vita e nella società civile.Toto  Cacciato

Il rettangolo di gioco dello Stadio Esseneto  e stato sempre in quel medesimo posto, dove si trova oggi. All’inizio dell’avventura calcistica nella Città di Agrigento, quel rettangolo  era in mezzo agli orti, verso valle, limitato solamente da una traccia di confine tra i  campi variamente coltivati, in aperta campagna e dalla quale si vedevano le antiche mura  e il profilo della città  con  Porta di Ponte e la chiesa di San Pietro.
Quel campo, è il caso di dire, strappato all’agricoltura, era il luogo idoneo e favorevole alla pratica del calcio, che gli edotti già chiamavano  Football, ed era uno sport di origine inglese. La leggenda vuole  che il gioco del calcio, almeno per Agrigento, (che in quel tempo si chiamava Girgenti), fosse stato importato proprio da un gruppo di turisti inglesi,  che dall’Hotel Belvedere  scesero a giocare a palla  in quel campo, delineando l’area  e piantando i pali bianchi delle due porte. Con gli inglesi appresero lo spirito del gioco del calcio un gruppetto di giovani agrigentini.
Da quegli incontri Italo-Inglesi parte la lunga avventura della squadra calcistica    AKRAGAS, dall’antico nome della Città in epoca classica e dello Stadio Esseneto, chiamato in onore di un atleta agrigentino, o meglio akragantino, vincitore dei Giochi  Olimpici di Atene,  nel 412 a.C.
Erano i tempi remoti del calcio, gli anni Trenta, quando si diffondeva alacremente in ogni città, si determinarono le prime regole, e iniziarono a compilarsi le prime formazioni dell’Akragas, calciatori estremamente dilettanti, sportivi di genere, che giocavano a palla e tutti correvano dietro la palla.
La squadra prese forma e consistenza nei campionati del dopoguerra, quando giunsero i primi successi e arrivarono anche i giocatori “continentali”. Giovani entusiasti, alcuni di talento,  subito si affermarono nella stima e anche nell’affetto dei tifosi.
Tanti e tanti giovani sono passati dall’Akragas S.S., ricordiamo quì la figura completa di sportivo, capitano dell’Akregas, Mimmo Gareffa, sportivo  di ampie vedute, si interessò, infatti, a formare i giovani in diverse discipline, dalla pallacanestro, all’atletica leggera.
L’Akragas annovera anche tra le sue numerose formazioni molti giovani agrigentini, , tra questi un trittico di campioni eccezionali, nel gioco e nella militanza agonistica. Furono, infatti,  giocatori esclusivi dell’Akragas, la squadra della loro città: Antonio Montalbano, Pasquale Villa, Gaspare Gallo.
Tutti campioni di impegno e tenacia quei ragazzi che dall’inizio degli anni Cinquanta in poi si sono succeduti sul rettangolo di terreno, all’inizio quasi un campo agricolo, poi in  terra battuta e solo recentemente, a tratti,  con il prato verde.
I giocatori akragantini in campo hanno dato tutto e hanno avuto i furiosi applausi dei tifosi e del pubblico tutto. I tifosi akragantini   hanno saputo sempre riconoscere la classe, l’impegno, e l’attaccamento alla maglia bianco-azzurra.
In ultimo volevo ricordare che molti giocatori “stranieri”, intendo di altre regioni italiane, rimasero ad Agrigento,  misero su famiglia, ma per tutta la vita, come è naturale, continuarono a parlare il loro dialetto; qualcuno continuò a parlare sempre in veneziano. E alcuni ragazzi, figli di costoro giocarono, e giocano, con la maglia bianco-azzurra dell’Akragas.
Corrediamo questa nota con una bella foto, l’Akragas nel campionato 1953 – 1954., e con i nomi dei giocatori elencati nella didascalia sotto la formazione  vogliamo ricordare che ciascuno di loro è stato un personaggio, con la sua identità, carattere e personalità,  quella che si esprime chiaramente nel gioco del calcio, come nella  vita e nella società civile.
La vittoria e la promozione dell’Akragas  in Lega Pro, è un grande regalo alla Città  rivolto e gridato dagli sportivi e dai tifosi dell’Akragas.
Toto  Cacciato

Akragas. Campionato 1953 – 1954.
Contrino –  Provenzano mass – Fiorini – Montalegni – Enzo Lauretta Presidente – Angelo Chirone – Pistone – Zanotti – Villa – Gallo –Terenziani – Sghettini – Gullo – Chirulli – Montalbano.

Il Grande Torino, la gloriosa squadra di calcio cadde nella sciagura di Superga, l’aereo si schiantò contro un terrapieno intorno alla Basilica, sui colli di Torino, morirono tutti, calciatori, titolari e riserve, allenatore, dirigenti e giornalisti.
Il Grande Torino era stato vincitore di cinque scudetti consecutivi, fino al 1948/1949, era la squadra che dava fino a dieci calciatori alla nazionale italiana, l’undicesimo era Sentimenti IV della Juventus.
La squadra, nell’aereo proveniente da Lisbona, era stata invitata ad una partita amichevole per salutare la chiusura della carriera calcistica del campione portoghese Francisco Ferrera. In quella partita il Torino perse per 4-3.
L’aereo cadde in fase di atterraggio, era già sulla città, e si stava allineando per scendere sulla pista. Volò molto basso, non superò la cupola della Basilica e andò a sbattere nel massiccio recito della stessa. Erano le 17,03 del 4 maggio 1949. La città sentì un boato, i soccorritori trovarono la carlinga squassata e le ali spezzate. Quel giorno Il cielo era plumbeo e le nuvole basse.
Fu un grande lutto per la città, per tutti gli sportivi e per tutto il Paese.
Rimase una fotografia storica: undici calciatori in maglia granata con lo scudetto. Quella fotografia è apparsa alle pareti di tanti luoghi pubblici, nei caffè, nelle officine, nei luoghi sportivi, e in tante abitazioni.
I nomi dei calciatori erano nella memoria collettiva e ripetuti in modo rituale nel ruolo di appartenenza.
Eccoli: Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Martelli, Rigamonti, Castigliano (o Grezar), Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ossola.
Sono trascorsi sessantacinque anni, e il ricordo di molti è ancora vivo, un ricordo edificante di gloria sportiva e solidarietà umana, e purtroppo di tragedia. Memoria di un evento che va sicuramente trasmesso ai giovani.
Toto Cacciato

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