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Agrigento, Lillo Lombardozzi il boss è morto

E’ morto quasi in sordina (e se fosse stato per lui avrebbe anche vissuto in sordina), a 73 anni, Calogero Cesare Lombardozzi, figura emblematica e carismatica della mafia agrigentina.
Un personaggio di sicuro spessore mafioso, tre condanne o forse più, parentele con il Gotha palermitano di Cosa nostra, protagonista suo malgrado, degli ultimi 50 anni di storia mafiosa agrigentina.
Le cronache giudiziarie si sono occupate per la prima volta di lui negli anni 80 quando finì in manette nel corso del blitz Santa Barbara. Ma già era stato pizzicato dalla Squadra Mobile qualche anno prima quando venne pescato in compagnia di altri quattordici mafiosi di spessore (Carmelo Colletti su tutti ed in attesa del boss Di Carlo) nel corso dell’ormai famosa “schiticchiata” di Villaseta che avrebbe dovuto incoronarlo capo famiglia di Agrigento.
Poi tutta una serie di arresti, condanne e scarcerazioni.
Ha attraversato indenne le cruente guerre di mafia degli anni 70-80 prima, 90-2000 poi, restando sempre al suo posto di comando che non ostentava. I capi, quelli formali, erano altri, il consigliori rimaneva sempre lui.
Padrino di Giuseppe Falsone, boss incontrastato sino alla sua cattura, aveva avuto relazioni mafiose con i mammasantissima di maggior peso in Sicilia: Peppe Settecasi, Carmelo Colletti, i palermitani tutti, Antonio Ferro.
Ieri la sua morte annunciata in silenzio da un manifesto funebre affisso nella chiesa di San Leone dove oggi verranno celebrati i funerali.
Si chiude un pezzo di storia mafiosa agrigentina e siciliana gravida di sangue e di misteri.

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