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Addio a Leonard Cohen, una vita in musica tra parole e silenzi

Talento, carisma, magia, garbo e rispetto per il mondo, a partire dai suoi musicisti.
In questo anno nefasto che ha portato via Prince e David Bowie, ci lascia anche lui, Leonard Cohen, 82enne canadese, poeta, cantautore, romanziere, letterato ed intellettuale, una delle personalità più influenti ed eclettiche della scena musicale mondiale.
Una vita divisa in due, partita dagli eccessi e conclusasi nella dimensione di chi ha cercato un suo “senso” lontano da tutto e da tutti, tanto da restare fuori dalle scene per oltre 15 anni. Eppure nessuno mai ha potuto dimenticarlo o riporlo chissà dove, considerato che nel 2008, data del suo ritorno in auge, ha riscoperto un successo che è stato inarrestabile fino alla fine.
Solo pochi giorni fa, il 21 di ottobre, aveva dato alla luce il suo ultimo lavoro “You want it darker” che lo stesso cantautore aveva definito “un’autentica esplorazione della mente religiosa”.
Senza sapere quando né dove sia morto Cohen, la notizia appare e travolge dalle pagine del famoso social network con parole che fanno commuovere ma nelle quale gli appassionati riconoscono il proprio idolo: “abbiamo perduto uno dei visionari più prolifici e rispettati del mondo della musica”. Aveva cantato davvero di tutto, Cohen nella sua carriera.
Il sesso, il sociale, la politica, la religiosità, era riuscito a stupire sempre, scrivendo libri, dirigendo film, realizzando colonne sonore oltre ai suoi famosi capolavori che in queste ore saltano alla mente di tutti e che con un pizzico di malinconia, si intona anche solo a bocca chiusa.
Arrivò tardi alla musica, quasi trentenne, portando con se più le sue origini ebraiche che quelle di colui che era nato in una famiglia borghese. Arrivò alla musica dopo essere stato poeta e dopo il successo del suo romanzo “Beautiful lovers” che ebbe un grande successo tra la critica.
Le donne caratterizzarono la sua vita e la sua carriera. Dalla prima, la cantautrice Judie Collins, che lo convinse non solo a scrivere canzoni ma a presentarsi davanti ad un pubblico, sino a Marianne Ihlenn, sua musa ispiratrice – ricordiamo che a lei sono dedicati i pezzi Marianne, So Long e Bird on Wire – alla quale lo scorso agosto Leonard dovette dire addio con queste parole: “ti ho sempre amata per la tua bellezza e la tua saggezza, altro non devo dirti perché tu lo sai già. Adesso voglio solo augurarti buon viaggio. Addio mia vecchia amica, amore infinito. Ci vediamo lungo la strada”.
Ma ci fu anche un’altra donna che segnò la sua vita e la sua carriera, la sua manager che fu la causa della sua uscita dalle scene, avvenuta proprio quando scoprì che la stessa l’aveva imbrogliato portandogli via enormi somme di denaro.
Disperazione, speranze, gioie e dolori dunque, nella vita quanto nella carriera di Leonard Cohen, incastonate in una voce calda, suadente, con caratteristiche difficili da dimenticare quando da imitare.
Osservava il mondo e ne raccontava i dolori, sempre in bilico tra saggezza ed ironia. Erano così i suoi testi, come passo lenti e pesanti che lasciano solchi nei quali adagiarsi.
La sua sensibilità letteraria non gli ha mai consegnato un Nobel, ma se e vero che si resta immortali proprio in quello che si è stato, allora Cohen è e resterà “Songs from a room” del 1969, “Songs of Love and hate” del 1971, come anche il suo cambio di rotta, verso il jazz e la musica mediterranea avvento nel 1977.
Resterà la sua “Hallelujah” e quelle sue parole dette solo pochi giorni fa: “signore sono pronto”.
E così sia.
Simona Stammelluti

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