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7 minuti: Il nuovo film di Michele Placido sulle problematiche del lavoro femminile

Un film senza fronzoli, senza troppe pretese, senza effetti speciali, senza colonne sonore da ricordare. Un film dai colori smorzati e dalle inquadrature spesso molto vicine, affinché si possa toccare e percepire vite che pulsano e le loro disperazioni


Michele Placido, che firma la regia di questo film “7 minuti“, ispirato ad una storia vera accaduta in Francia, scommette tutto sulle donne, sul loro mondo, sul loro problema con il lavoro, sul loro coraggio, sulle loro scelte spesso più coraggiose di quanto loro stesse possano credere possibile.

11 donne, operaie di una fabbrica tessile di provincia che sta per passare in mano ad una multinazionale, che sono costrette a fari i conti con le proprie personali disperazioni, con la “precarietà” che è prima di tutto emotiva.

Un film che gira intorno ad una scelta, ad un “sì” o ad un “no” e alle conseguenze di quella scelta. Una decisione che possa essere scevra da compromessi, oltre che capace di zittire l’urlo invalidante della paura; una scelta che possa fare la differenza, per divenire un esempio.

Operaie, ma anche madri, figlie, giovani alla ricerca di un posto nel mondo, non solo lavorativo, extracomunitarie che si sentono finalmente vive perché hanno un lavoro. Donne che siedono intorno ad un tavolo e che, seppur apparentemente tutte amiche ed affiatate, sono pronte a sbranarsi con parole e azioni, pur di difendere un bisogno, più che un diritto.

Sono le donne alle quali viene chiesto di prendere una decisione anche per  gli altri 300 lavoratori che attendono di sapere quale sorte toccherà loro. Donne che si trovano a fare una scelta quasi scontata, considerato che, terrorizzate dalla paura di essere licenziate e di dover dunque rinunciare a ciò che dà loro da vivere, si trovano nella condizione di dover decidere se accettare o meno di rinunciare a 7 minuti di pausa.  Una finta opportunità dunque, ben nascosta dietro un’apparente rinuncia.

Un film che può sembrare statico perché svolto in un’unica location ma che è estremamente dinamico e pulsante, mentre prova – riuscendoci – a sviscerare il dramma del mondo lavorativo femminile, in uno spaccato molto credibile di una società multiraziale, nella quale cambiano colori e lingue, lasciando immutate necessità e comuni disperazioni.

E’ un film ostinato ma non didascalico, che induce a riflettere e che tira fuori una morale.

Hanno tutte bisogno di lavorare, le donne della fabbrica, hanno tutte bisogno di quel lavoro e tutte in prima battuta decidono di accettare quella proposta, ossia di rinunciare a 7 miseri minuti. Ma quando Bianca, il loro portavoce e la più anziana tra loro, cerca di spiegare il perché del suo rifiuto nei confronti di quella proposta, le dinamiche di quella decisione da prendere, incominciano a cambiare connotati. 7 miseri minuti che però sono il segno del potere che toglie poco a poco, senza grossi dolori, per vedere a cosa si è disposti a rinunciare pur di conservare un lavoro. Il potere di chi comanda, che si contrappone al potere di chi lavora, di chi mette a disposizione della collettività ciò che sa fare.

Un potere che però trema, davanti ad un tempo che scorre, che racconta di come quella scelta che loro, dal posto di comando davano per scontata, tarda ad arrivare.

E così da una scelta, possono scaturire reazioni a catena.
Essere a favore o contro, distinguere ciò che è giusto da ciò che è logico. Tutto mentre diversità e personalità, si contendono una ragione che però deve mirare a difendere una dignità, che vale molto più di 7 minuti di pausa a cui rinunciare.

Coraggio, liti, malanimo, divisioni e spaccature, in quella piccola società operaia fatta di donne che appaiono tutte diverse, forti ed incrollabili ognuno a modo proprio, ma che hanno invece tante e tali fragilità e debolezze emotive, che stanno tutte dalla stessa parte, ossia di quella dei deboli che vengono sfruttati e che tacciono perché “non hanno scelta”.

Ma la scelta, è ancora possibile.

11 donne con 11 storie diverse, ma che confluiscono nella medesima voragine della paura di perdere.

Spicca tra le attrici protagoniste Ottavia Piccolo, che nel film interpreta Bianca, la veterana, colei che ha fatto da “mamma” alle più giovani, la più lucida ma anche la più cruda. A lei vengono “volutamente” affidate meno battute, proprio perché capace di straordinaria presenza scenica, dotata di una capacità espressiva degna di nota, costruita in anni ed anni di teatro. Avvantaggiata – come lei stesso spiega in una intervista – dal fatto di aver portato in scena in oltre 200 repliche, lo spettacolo teatrale scritto da Stefano Massini che ha firmato a 4 mani con Michele Placido la sceneggiatura di “7 minuti”.

Credibile Fiorella Mannoia nel suo esordio come attrice, Ornella nel film, che fa la parte della mamma di Viola, Cristiana Capotondi, giovane ed incinta, che si batte per la sua scelta, prima di dare alla luce suo figlio.

Intensa e pulsante l’interpretazione di Ambra Angiolini che ha fatto passi da gigante negli ultimi anni, dimostrando un talento che ormai parla per lei.
E sulla sedia a rotelle, non urla il suo cognome Violante Placido, alla quale viene affidato il ruolo di colei che “sembra” stare meglio delle altre, ma è proprio l’emblema della rinuncia alla dignità, ed il racconto che fa alle sue compagne circa la verità sull’incidente in fabbrica e quel che ha dovuto subire, è uno dei momenti salienti della pellicola.

Tiene per se la parte del proprietario della fabbrica, Michele Placido, in un piccolo cameo, come se volesse dirigere “da dentro”, questo suo film, che non ha certo un finale scontato, che è stato dotato di un’ottima dote di suspense, che tiene l’attenzione dello spettatore sempre alta e che permette di scommettere su un finale per nulla prevedibile.

Cosa decidono alla fine le 11 donne, circa quei 7 minuti ai quali devono rinunciare?
Andate al cinema, guardate il film e lo scoprirete.

Simona Stammelluti

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